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Apocalypto: Gibson fa di nuovo centro

di Francesco Natale - 16 gennaio 2007

Mel Gibson è decisamente un rivoluzionario: forte del successo, anche economico, conseguito come attore, ha costituito una propria società di produzione, la Icon, in modo da «immunizzarsi» il più possibile da uno star system che continua a vederlo come una scomoda spina nel fianco e che mai gli avrebbe consentito di girare un film come La Passione. Si dichiara apertamente cristiano e ama in maniera viscerale la liturgia in latino.

E' riuscito, nell'arco di due soli film, a creare un linguaggio cinematografico assolutamente nuovo e straordinario, in grado di generare nello spettatore un coinvolgimento ed una immedesimazione non istintivi senza precedenti: non istintivi nel senso che non si parteggia per qualcuno nei film di Gibson, ma ci si sente coinvolti in prima persona negli eventi narrati. La potenza cinematografica delle sue ultime due produzioni è tale che travalica lo schermo, stemperandosi e confondendosi con la realtà. Certo, a fine visione si è chiamati comunque a fare una scelta, ed in questo senso possiamo definire il cinema di Gibson come drammaticamente responsabilizzante. Ma la scelta non equivale mai alla partigianeria da stadio e neppure può essere viziata dalle pregiudiziali ideologiche di cui l'autore è fatto costantemente bersaglio.

E' un cinema, quello di Gibson, che non lascia mai indifferenti: forse è per questo che tantissimi detrattori de La Passione si sono graniticamente rifiutati di vederlo. Per non sentirsi responsabilizzati, per rifiutare in maniera aprioristica una riflessione che è indipendente dalle proprie convinzioni religiose ma che tocca corde sopite dell'animo umano, corde non ancora del tutto spezzate o stonate, evidentemente, nonostante la demolizione progressiva di modelli culturali di riferimento positivi e la costante volontà di omologare le coscienze perpetrate dall'odierno «movie-biz». Infine, ma non ultimo, il cinema di Gibson è esteticamente straordinario: dalla regia alla fotografia, tutto è curato e funzionale a creare un'opera appagante per lo spettatore. Egli sintetizza in maniera mirabile forma e contenuto, quindi: uno dei pochissimi cineasti oggi in grado di farlo.

Va da sé che sia considerato un personaggio scomodo, lontano dalle atmosfere glitter di Hollywood, nonché dalla ancor più glitter inanità propria dello star system. Certo, le accuse di antisemitismo rivoltegli a seguito di un fermo per guida in stato di ebbrezza, episodio in cui pare che Gibson si sia lasciato sfuggire frasi poco felici all'indirizzo del poliziotto che lo aveva arrestato, non hanno certo contribuito a renderlo più simpatico ai suoi detrattori. D'altra parte possiamo ricordare che neppure Noè fece questa gran figura quando abusò del succo d'uva fermentato...

Veniamo al film: Apocalypto è ambientato circa 600 anni fa in Yucatan. La tribù di Zampa di Giaguaro, protagonista del film, vive pacificamente in un piccolo villaggio che viene devastato da un clan più potente ed agguerrito al fine di catturare prigionieri destinati al sacrificio per placare la sete del dio Tukulkan. Zampa di Giaguaro riesce a nascondere il figlio e la moglie incinta e viene quindi catturato insieme agli uomini della tribù che non sono stati uccisi. Comincia la lunga marcia verso la grande città senza nome, ove essi, ancora ignari, dovranno incontrare il loro ultimo, atroce, destino. Nessuno sa, infatti, perché questi razziatori siano venuti, né a quale scopo essi abbiano catturato così tanti prigionieri. Tutto quello che gli infelici sanno riguarda oscure leggende incentrate su una città ove «la terra sanguina». Durante la breve battaglia e la successiva marcia attraverso la giungla i prigionieri sono sottoposti ad angherie ed umiliazioni costanti: le loro donne vengono violentate, i loro corpi sono percossi, la loro volontà spezzata da insulti e scherno. Sono apparentemente più deboli, quindi destinati ad essere macinati come grano per gli dei.

Per un caso fortuito Zampa di Giaguaro riesce a scampare al sacrificio e viene quindi utilizzato come bersaglio umano per il divertimento dei guerrieri. Nonostante egli venga ferito riesce a scappare attraverso la giungla dopo avere ucciso il figlio del capo-guerriero che ha comandato la razzia. Inizia così l'inseguimento: il gruppo di guerrieri della «città che sanguina» è deciso a non dare quartiere a Zampa di Giaguaro, il quale riesce, forte della sua esperienza come cacciatore, a dare loro filo da torcere decimandoli uno dopo l'altro, ricongiungendosi infine con la sua compagna che si è miracolosamente salvata.

E' davvero straordinario il modo in cui Gibson ha materializzato l'ambientazione in generale e la giungla nello specifico, dandole non solo tridimensionalità, ma facendo comprendere allo spettatore come in un ambiente così ostile all'uomo non si veda con gli occhi e non si senta con le orecchie: senza sconfinare nell'assurdo misticismo, possiamo dire che egli riesca a concretizzare su pellicola la cosiddetta «visione globale», ovvero quel meccanismo di autodifesa sviluppato dal nostro corpo in situazioni estreme tale per cui la sommatoria di istinto animale, nervi e muscoli che reagiscono in maniera automatica e percezione ultrasensoriale del tutto che ci circonda ci consente di sopravvivere e di sopraffare l'eventuale avversario, uomo o animale che sia. La scelta di girare il film interamente in lingua originale sottotitolata (il dialetto yucateco, ancora oggi diffuso in Yucatan) contribuisce ulteriormente alla credibilità della narrazione ed al coinvolgimento dello spettatore.

Dal punto di vista contenutistico il film è particolarmente ricco e, ovviamente, problematico. Gibson demolisce senza mezzi termini il mito del «buon selvaggio» di roussoviana memoria: nella sua visione, sostanziata comunque da numerose fonti storiche, la violenza, la volontà di sopraffazione e, in ultima analisi, i germi dell'autoannientamento sono integrati nell'Uomo, indipendentemente dalle contingenze cui questo vada incontro. E i Maya sono uomini, permeati quindi da brama di sangue e conquista indipendentemente dal loro futuro contatto con i Conquistadores, i quali infatti troveranno al loro arrivo in Centro America qualche sparuto rappresentante di questa civiltà, ormai autodistruttasi a seguito di innumerevoli e cruentissime guerre, sia contro se stessa che contro altre popolazioni precolombiane.

Potremmo addirittura dire che il gusto per il supplizio e l'annientamento non solo fisico ma anche morale del proprio simile abbia una connotazione squisitamente occidentale e pre-cristiana: la cosa risulta evidente soprattutto nelle scene girate nella grande città costellata di teocalli (specie di zigurrat), ove i prigionieri spaventati dall'enormità delle costruzioni arrossate dal sangue di innumerevoli sacrifici, incontrano lungo la strada uomini coperti di biacca, probabilmente schiavi, che, muti e «robotizzati», sembrano spettri senza speranza, così come donne di casta nobile con elaborate acconciature, viso e corpo perforati da preziosi monili, che scherniscono il triste corteo di prigionieri. Qui si raggiunge il climax: di fronte al sovrano ed alla sua regina, immoti e imperscrutabili, si compie la mattanza. I Sacerdoti di Tukulkan, in preda al furor divino e coperti da maschere e copricapi paurosi, strappano cuori per poi bruciarli, smembrano i corpi e li scagliano lungo le scalinate del teocalli di fronte alla folla ebbra che raccoglie il sangue come crisma per se e i propri figli.

Così come nelle precedenti produzioni di Gibson, la violenza e la crudeltà non sono mai un fine, né sono dettate da bieco feticismo: sono un mezzo, un tramite indispensabile alla narrazione, la censura del quale comporterebbe da un lato uno svilimento dell'opera in sé, dall'altro una presa in giro dello spettatore. Bisogna dire, inoltre, che la critica rivolta alla crudezza di talune scene è stata decisamente esagerata e pretestuosa: lo spettatore non resta sconvolto più di tanto, proprio perché la tanto temuta scena dell'escissione dei cuori non si presenta come un fulmine a cielo sereno, espunta dal contesto e, quindi, gratuita. Rientra a pieno titolo nell'impianto narrativo e non suscita né disgusto, né indignazione.

Ho trovato abbastanza fuori centro quindi la critica rivolta al film da Anna Oliviero Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo all'università La Sapienza di Roma, la quale afferma: «Non è un problema di censura ma vanno date indicazioni precise ai genitori, che altrimenti sono convinti che si tratti di un film per tutti. E' inutile spaventare i fanciulli: non sono adulti in miniatura, crescono gradualmente e non vanno traumatizzati». Potremmo rispondere così alla Ferraris: proprio poiché i fanciulli non sono adulti in miniatura, vorremo capire come mai lo stesso metro restrittivo adottato per Apocalypto non venga da lei utilizzato per giudicare programmi televisivi pomeridiani, quindi in fascia protetta, ove fenomeni quali la sessualità, l'affettività, il conseguimento del successo personale, e, in generale, la proposizione in positivo di modelli comportamentali e sociali, sono trattati con piglio meno che postribolare.

Allo stesso modo possiamo giudicare gli strepiti del ministro dei Beni Culturali Francesco Rutelli, il quale una volta di più dimostra di essere una straordinaria cartina al tornasole, non solo, e questo lo sappiamo, per le sue scelte politiche in generale, ma in questo caso, nello specifico oggetto del suo dicastero: non esitate a visionare un film sul quale il Ministro si è espresso negativamente. Non resterete delusi...

! Francesco Natale
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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