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numero 280
6 marzo 2008
 
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Riforma e restaurazione

di Gianni Baget Bozzo - tratto da Panorama del 19 gennaio 2007

Il prologo della riunione governativa di Caserta erano state le dimissioni di Nicola Rossi dai Ds: la spinta riformista, a suo giudizio, si era esaurita. E il vertice nella Reggia del Vanvitelli si è concluso con l'affermazione che la differenza tra riformisti e radicali non esiste e che la coalizione è una ed unita. Tutto lo sforzo fatto dai giornali dei grandi gruppi editoriali di accreditare i «riformisti della cattedra», guidati da Giavazzi, come anima pensante dei riformisti politici è andato perduto. Inutilmente Piero Fassino si è impegnato a dare una qualifica conforme a ciò che si potrebbe chiamare riformismo, inventando una «fase 2» legata alle liberalizzazioni e in grado di mostrare che Rifondazione Comunista non detiene la chiave della politica.

«Riforma» non è parola che si addica a questa coalizione, che ha per fine l'occupazione di tutto il potere disponibile e il compromesso con tutte le corporazioni, a cominciare dalle due dominanti: la magistratura e i sindacati. La riforma è stato il compito del governo Berlusconi, che per questo si è scontrato con le due corporazioni dominanti cercando di stabilire il potere della democrazia sui giudici e sui sindacati, contraddicendo la mappa del potere che è nata dal «golpe bianco» del '92-'94. Tutto il contenuto del governo Prodi consiste nel legittimarsi con questi poteri forti nell'imporre al Paese una disciplina fiscale che non è fondata su alcuna necessità. Del resto, quale era la missione di questa coalizione se non quella di cancellare la discontinuità istituzionale operata dalla Casa delle Libertà?

«Riforma» vuol dire ripristinare il primato della democrazia e della Nazione, mostrare che la legittimazione delle istituzioni si fonda sul consenso democratico, che la democrazia è la vera Costituzione. Per questo le due riforme più significative del governo Berlusconi sono state la riforma della giustizia e la riforma della Costituzione. Attraverso di esse si voleva rompere il passato della legittimità politica fondata sulla resistenza, di cui la Costituzione era il frutto, facendo dei partiti antifascisti i garanti della democrazia: una democrazia gestita che supponeva uno Stato debole e poteri corporativi forti. Una frammentazione del potere centrale in poteri locali, il che alimentava una complicata legislazione e una forte spesa pubblica. La restaurazione messa in atto dal governo Prodi consiste nel fare del ceto politico legato alla sinistra il soggetto che occupa tutti gli spazi di potere e gestisce come sistema le istituzioni.

L'Unione è praticamente simile al vecchio Cln, detentore, per il suo antifascismo, della legittimità della democrazia. Così contro Berlusconi si è messa in piedi una coalizione del medesimo tipo di quella del Cln. Per questo il cercare una distinzione politica all'interno della maggioranza è cosa vana, perché ciascuno rappresenta gli interessi di potere del suo partito ma sa che deve salvaguardare prima di tutto la permanenza del sistema di potere non fondato sul consenso ma sull'uso del macro e micro potere a tutti i livelli. La questione fiscale giustificata in nome della ridistribuzione sociale diviene la motivazione morale di questo partito unico che è il governo. Il suo scopo è quello di distruggere la spinta di libertà e democrazia che è nata dal movimento di Berlusconi e che rimane fortemente presente come legittimità alternativa e come contestazione di libertà.

! Gianni Baget Bozzo
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Ragionpolitica, periodico on line n.195 del 16/1/2007
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