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Ecologismo catastrofico

di Stefano Magni - 23 gennaio 2007

L'inverno caldo, l'uragano Kyrill e i gravissimi danni che ha provocato (tra cui l'affondamento del cargo Napoli, carico di sostanze tossiche) vengono attribuiti all'uomo e alla sua produzione industriale. Come è possibile attribuire la causa di una tempesta all'uomo? Inizia ad essere preso sul serio il motto «piove, governo ladro»? Ebbene sì. Si è diffusa la tesi secondo cui il periodo nel quale viviamo sia caratterizzato dal riscaldamento globale, secondo cui nell'arco del prossimo secolo (e anche meno) si scioglieranno i ghiacci perenni e l'Europa mediterranea si desertificherà completamente. Non solo, ma si dice che i responsabili di questo riscaldamento globale siamo... noi esseri umani. Eppure la tesi del riscaldamento globale non è affatto dimostrata con certezza. Primo, perché le statistiche che abbiamo a disposizione riguardano un arco di tempo troppo limitato (la stessa climatologia è una scienza recente e deve studiare mutamenti che avvengono nell'arco di millenni) e le teorie sul riscaldamento globale sono contrastate da tesi opposte sul raffreddamento globale. Se, negli anni '70, la maggioranza degli esperti era convinta di essere alla vigilia di una nuova era glaciale, oggi sta diffondendosi la «certezza» opposta. Secondo: gli uomini, con tutto il loro inquinamento, non sono in grado di mutare la composizione dell'atmosfera in modo sensibile, producendo cioè 6000 megatonnellate di Co2 all'anno, quando l'atmosfera, già di suo, ne contiene 3 milioni, stando ai calcoli del fisico Franco Battaglia.

Vi sono dunque ben due distorsioni culturali che si sovrappongono: si considera come certo un fenomeno incerto (il riscaldamento globale) e si attribuisce all'uomo la colpa del tutto, quando invece è certo che l'uomo c'entri poco o nulla con il cambiamento del clima. Tutto ciò sembrerebbe un piccolo e sterile esercizio intellettuale, se non fosse che, per tutta la settimana scorsa, le prime pagine dei giornali sono state occupate dall'allarmismo sul cambiamento del clima, come se domani dovessimo risvegliarci in pieno deserto per colpa di pochi distruttori.

Resta da capire la causa di tanto terrore. È un compito facile, perché basta vedere quali sono i soggetti che vengono messi sotto accusa: l'amministrazione Bush, che si rifiuta di aderire al Protocollo di Kyoto, il mondo industrializzato in generale (che contribuisce per metà alle emissioni di Co2) e, più in generale, il capitalismo e l'industrializzazione. Gli interessi politici sono sin troppo evidenti. Basti vedere che il documentario «Una scomoda verità», dalla settimana scorsa nelle sale italiane, porta la firma di Al Gore, ex candidato presidente degli Stati Uniti battuto da George W. Bush. La campagna per le prossime presidenziali si avvicina e i Democratici stanno passando al contrattacco sfruttando tutti i possibili argomenti (compresi quelli «scientifici») per battere i rivali. La critica al mondo industrializzato è più profonda e duratura. Da che i sistemi alternativi al capitalismo (fascismo e comunismo) sono falliti, gli avversari intellettuali del libero mercato hanno trovato nell'ecologismo un nuovo strumento per giustificare la battaglia contro la libertà di impresa. Non potendo più dire «proibendo la libera impresa e imponendo il dirigismo dello Stato garantiremo un maggior benessere per tutti», adesso usano l'argomento: «Se non proibiamo la libera impresa e non imponiamo il dirigismo dello Stato moriremo tutti». Si è passati dalla promessa di un futuro di felicità, alla paura di un futuro terribile, ma la matrice ideologica è la stessa: la convinzione che l'uomo, lasciato libero di scegliere, non può che creare caos e distruzione.

La battaglia contro il mondo industrializzato, tuttavia, colpisce anche e soprattutto i Paesi più poveri, tutti quelli che si stanno faticosamente affacciando alla modernità. Il semi-sconosciuto documentario «Mine your own Business», girato da due registi anglo-irlandesi, esplora le realtà colpite dall'ecologismo militante: minatori disoccupati in Romania, in Madagascar, nelle Filippine e in Cile. Tutte persone che hanno perso il lavoro perché i progetti di sfruttamento delle risorse locali sono stati bloccati da campagne ecologiste internazionali. Mentre gli effetti sul clima e sull'ecosistema sono ancora tutti da verificare, queste catastrofi economiche causate dall'ecologismo sono lì da vedere, alla luce del sole.

! Stefano Magni
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