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Dal perdono al perdonismo

di Valentina Meliadò - 23 gennaio 2007

Quando gravi fatti di cronaca come omicidi infantili, pedofilia, pestaggi a danno di vecchi e invalidi, violenze di gruppo e uccisioni per futili motivi, scuotevano la coscienza dell'opinione pubblica per la loro rarità, incomprensibilità e ferocia, il perdono rimaneva circoscritto nella sfera intima e privata del singolo o dell'insieme di individui che si trovavano coinvolti in un fatto luttuoso. Si trattava di una scelta personale dettata dalla insondabile reazione di ognuno al dolore, e la società che ne prendeva atto ne faceva, a sua volta, tante valutazioni quante sono le differenti coscienze e sensibilità dell'animo umano. Oggi - invece - che i reati più orrendi e impensabili si consumano quotidianamente, e sono diventati una tragica routine che i mass media restituiscono all'opinione pubblica con una overdose di voyeurismo che finisce pian piano - ma inesorabilmente - con il sopire la capacità di scandalizzarsi e di reagire, il perdono ha mantenuto solo in parte la sua natura privata, individuale, e si è trasformato quasi in un obbligo sociale che divide la pubblica opinione producendo una sola, drammatica conseguenza: lo svilimento della morte e - dunque - della vita umana.

Non ho la minima intenzione di permettermi di giudicare la insindacabile volontà o meno di perdonare degli altri, ma la fretta che ha contraddistinto la reazione ad alcuni, recenti fatti di cronaca, non può non sorprendere e invitare alla riflessione. Che cosa succede? Siamo davvero un popolo con una straordinaria forza interiore, capace di superare e trascendere la rabbia, il dolore, l'ingiustizia e la frustrazione per la perdita violenta di coloro che amiamo? Forse no, o non solo. Forse stiamo anche diventando facili prede del perdonismo, una sorta di nuova infatuazione filosofica, una specie di neo-dogma cui le istituzioni si aspettano che i cittadini bravi e onesti si attengano, ma che si distingue dal perdono per quel suo sapore vagamente ideologico, per quel suo essere anche indotto dalla pressione indecente che i mass media esercitano alla ricerca del particolare più torbido e truculento di ogni tragica vicenda, mettendo a dura prova la resistenza fisica e psicologica delle persone coinvolte.

Ma l'aspetto peggiore è che se il perdono è un gesto che attiene alla libertà e alla responsabilità personale, il perdonismo sta rapidamente assumendo il carattere di una precisa posizione delle maggiori istituzioni politiche, sociali, educative e morali del Paese. Dal Parlamento alla Chiesa, dalla giustizia alla scuola, si rincorrono le parole di scandalo e le promesse di intervento, ma all'atto pratico tutto finisce nel grigio calderone del perdono, che guadagna a chi ne è capace l'apprezzamento delle istituzioni, mentre altri, anche quelli che - oltre al danno - si sono visti magari scarcerare gli assassini del proprio figlio, genitore o fratello per cavilli giudiziari o semplice inefficienza, sono trattati bonariamente come persone accecate dalla rabbia in cerca di vendetta. Dei poveretti, insomma, incapaci del grande gesto pubblico - non più privato - che ha perso tutta la sua intima straordinarietà nelle chiacchiere futili e tranquille dei salotti televisivi.

Ed è così che il perdono è diventato più importante delle vittime, più urgente della punizione del colpevole, più esemplare di una dignitosa, tragica sofferenza. E' così che è diventato inutile. Se avessimo più coraggio, ci accorgeremmo di quanto tutto questo ci abbia inariditi, di che società avvezza a qualunque orrore siamo diventati, di come i giovanissimi siano incapaci di distinguere il bene dal male, e quale misero significato e importanza diano alla vita e alla sofferenza altrui. Tutto è stato sdoganato, tutto è permesso, e tutto è drammaticamente svilito dal perdonismo, che sminuisce il valore della unicità della vita di un individuo, ed è incapace di valutare fino in fondo la gravità della sua perdita. Considero ipocrita l'idea secondo la quale ogni vita, all'atto pratico, abbia eguale valore, e mi fa orrore il modo in cui alcune coscienze politiche si scuotano di fronte alla morte di un carnefice piuttosto che delle sue vittime, ma questo amalgama indifferenziato che è diventata l'accettazione della violenza è un sintomo spaventoso di decadenza civile e morale, che viene sporadicamente denunciata da cittadini esasperati, ma cui le istituzioni sono praticamente sorde. Quando ci si chiede come arginare questa violenza, cosa si può fare, le istituzioni rispondono sottolineando l'inutilità degli interventi punitivi, e puntando tutto sulla ricerca delle radici profonde dei malesseri sociali. Peccato che, in attesa di saperli capire e prevenire tutti, la gente li debba subire.

! Valentina Meliadò
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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