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Soviet cinematograficodi Francesco Natale - 27 gennaio 2007 «Compagni, la misura è colma!». Così esplodeva un Peppone tinto in volto di rosso pompeiano a seguito dell'ennesimo tiro mancino di Don Camillo. Ora, non ce ne vogliano i puristi laico-liberali, ma a seguito della giustissima e condivisibile affermazione del presidente Berlusconi, ovvero: «Io sono la vera sinistra», possiamo senza tema di censure gridare anche noi: «Compagni, la misura è colma!». Ci riferiamo, ovviamente, al disegno di legge proposto da Rifondazione Comunista inerente alla sovietizzazione del cinema e delle sale cinematografiche: blocco protezionista delle pericolose e non allineate pellicole americane, con l'obbligo di sorbirsi almeno un pastrocchio italico ed uno europeo per ogni film d'Oltreoceano. Fine del libero mercato, inizio della statalizzazione progressiva (e progressista, of course...) delle scelte estetiche del cittadino, troppo immaturo evidentemente per scegliere in maniera autonoma cosa vedere e cosa non vedere. Il disegno non lascia spazio a fraintendimenti: la poltiglia italica non dovrà solo portare la firma di un regista nostrano, ma la maggior parte del cast, ovvero ruoli principali e secondari, dovranno essere interpretati da attori italiani, così come lo staff tecnico dovrà essere composto in via esclusiva da italiani, dal direttore della fotografia al «best boy», al ragazzetto che porta i panini sul set. Tutto questo perché? Ovvio: il cinema italiano è in crisi. Questo è il mantra che negli ambienti in viene ripetuto da vent'anni a questa parte: tutta colpa del cinema-pecoreccio dei fratelli Vanzina e dello Stato che non investe a sufficienza, precludendo così la possibilità di competere col colosso americano ai tanti talentuosi cineasti di cui il nostro Paese rigurgita letteralmente e le «opere» dei quali fanno spesso rigurgitare (letteralmente, anche in questo caso). Capito? La colpa è sempre ascrivibile a qualcun altro: siamo un Paese fatto da geni incompresi. Incompresi dal pubblico che snobba sistematicamente le produzioni italiane (forse perché scadenti? Mah... Chissà...), incompresi dalla critica che, salvo poche eccezioni, o non li considera neppure oppure li demolisce senza mezzi termini, incompresi dalle istituzioni, che non foraggiano mai abbastanza. Volete qualche esempio? Benissimo: «Concorso di colpa», regia di Claudio Fragasso, finanziato dallo Stato con ben 2.993.384 euro, ha incassato la bellezza di - udite udite - 78.830 euro. «Nemmeno il destino», firmato da Daniele Gaglianone, finanziato con 1.918.640 euro, ha davvero sbancato il botteghino: 63.374 euro di incasso netto. «Il servo ungherese», che vanta addirittura due registi, ovvero Massimo Piesco e Giorgio Molteni, a fronte di 2.506.160 euro di finanziamento statale (soldi nostri, se non si è ancora capito...) ha totalizzato uno stratosferico incasso di 44.830 euro (fonte: Libero). E queste non sono che gocce (amare, amarissime anzi) nel mare magnum dei finanziamenti a pioggia destinati a riempire di italianità le nostre sale. Per non parlare di quelle opere finanziate profumatamente e mai neppure uscite: «Tre giorni di anarchia», di Vito Bagarino, finito di girare nel 2003, finanziato con 2.800.747 euro, mai uscito nelle sale. Stesso destino toccato a «Amore e libertà, Masaniello» di Angelo Antonucci, anch'esso girato nel 2003 e mai uscito, film che vanta il primato per il finanziamento più cospicuo degli ultimi anni: 3.718.489 euro. Ora, con questo non vogliamo certo affermare che tutte le produzioni succitate siano porcherie inguardabili, in particolare quelle mai uscite in sala (come facciamo a saperlo, del resto?), tuttavia non possiamo non riscontrare che un problema serio esiste. Il problema di fondo inerisce all'attitudine che si è sviluppata nel nostro Paese riguardo al feticcio del cinema nostrano. Il cinema è (o dovrebbe essere...) una creatura viva che si nutre di una molteplicità di elementi: il talento del regista e del cast, le risorse che mette a disposizione il produttore, il successo che riscuote presso l'utenza, ovvero il pubblico, il responso della critica e così via. Non sta scritto da nessuna parte che il cinema viva esclusivamente di Stato e pubblico finanziamento: questo è un approccio assolutamente non realista, fuori, oltre che dalla logica di mercato, dal comune buon senso. A questo aggiungiamo che per certa parte politica il cinema è un vero e proprio feudo, ove piazzare, magari con stipendi da marajah, amici e amici degli amici. E proprio in questa scia improntata al colonialismo mediatico si colloca il disegno di legge proposto da Rifondazione: siccome i film italiani non li volete vedere con le buone, vi costringiamo a sorbirveli per legge. E magari dovete pure dire che vi piacciono, o, come si dice a Roma, «che sò bboni». Se fossimo ancora un Paese civile basterebbe questo per organizzare uno sciopero bianco ad oltranza: proprio a tutela della libertà di scelta si dovrebbero sistematicamente snobbare le produzioni italiane ad esclusivo favore di quelle straniere, magari organizzando cineforum clandestini e carbonari per preservare le nostre libere coscienze e quelle dei nostri figli dagli artigli del ricostituitosi Minculpop, il quale avrà pure mutato l'apparenza cromatica, ma non la pericolosa sostanza. Certamente, anche l'attuale opposizione dovrebbe scrollarsi via la sudditanza psicologica nei confronti del monopolio rosso (o rosè...) caratteristico della cinematografia nazionale e dimostrare al contempo un maggiore e concreto interesse per un ambito che riveste un'importanza fondamentale dal punto di vista metapolitico, oltre che artistico. Il caso del bellissimo film di Renzo Martinelli, «Il mercante di pietre», ritirato dalle sale dal distributore (Medusa) per questioni di opportunità politica, è emblematico al riguardo. Concludendo, una piccola curiosità: il sindaco di Roma, la cui passione per il cinema d'Oltreoceano è arcinota e che ama autodefinirsi l'«Americano», sarà bene che a questo punto cambi gusti e soprannome, o sarà spedito a rapporto dal capocellula e costretto a fare spietata autocritica...
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Ragionpolitica, periodico on line n.196 del 23/1/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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