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La scuola dimenticatadi Francesco Verzillo - 30 gennaio 2007 Non c'è dubbio che il livello qualitativo della scuola pubblica, in Italia, si stia abbassando. Naturalmente non è così dappertutto: i livelli di eccellenza esistono, eccome. Il punto è che bisognerebbe «generalizzare» le esperienze positive, diffonderne le buone pratiche. D'altro canto, le rilevazioni effettuate dall'Ocse parlano chiaro: il nostro Paese non è certo ai primi posti nelle classifiche internazionali, precede di poco nazioni da sottosviluppo e questo aspetto non può certamente non preoccupare. La crisi maggiore riguarda i livelli di competenza posseduti dagli adolescenti, specie riguardo alle discipline scientifiche. Se a parlare sono i docenti, è raro sentirli soddisfatti delle loro classi; a lamentarsi sono soprattutto i professori delle scuole superiori, che ora ereditano situazioni di grave disagio sociale e di scarso apprendimento registrate negli scorsi anni nei primi cicli (elementari e medie). Hanno certamente ragione: il disagio ed il degrado qualitativo riguardano molti studenti ed il malessere pedagogico è in aumento. Il problema non tocca solamente gli alunni figli di immigrati, anche se non si tratta di un aspetto di poco conto. Dal punto di vista sociale, molti studenti sono preda di fenomeni di devianza, molti ragazzi sono dediti al «bullismo»: le cronache di questi mesi hanno descritto gravi forme di teppismo o prevaricazione tra coetanei. A questo punto ci si chiede quali possano essere le contromisure urgenti da mettere in atto. Posto che imprimere una decisa inversione di tendenza dall'oggi al domani è una opzione impraticabile, data l'impossibilità di ottenere a breve termine risultati di una certa efficacia, occorre seguire la paziente strada delle riforme. Ma quando si parla di riforme si evocano spesso astratti processi, mere architetture di cicli scolastici, aridi contenuti e programmi, o, peggio, inconcludenti costruzioni giuridiche fatte di circolari od inutili scartoffie. È parimenti inutile abbandonarsi a forme di pressappochismo con assurde banalizzazioni di problemi molto complessi, come sovente esprimono i cortei e gli slogan a cui siamo stati tristemente abituati. Mai come nei problemi inerenti la scuola sono inutili e dannose l'ideologia e la politicizzazione esasperata ad ogni livello. I contenuti della legge 53, la cosiddetta «riforma Moratti», andavano in una direzione positiva, perché costituivano un esplicito tentativo di far rispondere il sistema alle reali esigenze della scuola di oggi attraverso la presa in carico dei problemi formativi di ciascun studente, la possibilità di spaziare tra molte alternative diverse di istruzione, una documentazione pedagogica completa per ciascuno in tutto l'arco dei cicli scolastici, i docenti tutors e le attività di orientamento. La seconda fase della riforma prevedeva una completa rivalutazione dei docenti attraverso una profonda revisione del loro stato giuridico. Docenti e dirigenti devono, infatti, vedere riconosciuta la loro funzione culturale ma anche la loro posizione economica attraverso una vera carriera basata sui requisiti del merito professionale. Tutto questo oggi sembra essere completamente caduto nel dimenticatoio. Eppure, lo spaccato del disagio scolastico italiano dovrebbe spingere ad agire con urgenza in direzione riformatrice. Il governo Prodi sembra, almeno per ora, non essere interessato ad alcuna novità. L'immobilismo nel campo dell'istruzione, purtroppo, può portare soltanto alla perdità di qualità del sistema formativo e della nostra scuola.
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Ragionpolitica, periodico on line n.197 del 30/1/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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