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L'allarme poligamia e il silenzio delle femministe

di Stefano Magni - 1 febbraio 2007

Mentre l'opinione pubblica è distratta dal dibattito sui Pacs, sta emergendo un problema familiare molto più grave: la poligamia. Non se ne parla, ma c'è, come rileva un'inchiesta (rara nel suo genere) pubblicata su Il Giornale. Il problema posto dalla poligamia è grave perché viola la libertà individuale: il marito ha la possibilità di non chiedere il consenso alla prima moglie prima di sposarne una seconda, di non chiedere il consenso alla seconda e alla prima moglie prima di sposarne una terza. Si viene così a creare una condizione di assoluto primato dell'uomo all'interno della famiglia e dunque la fine della libertà di scelta da parte della donna. Per di più, la poligamia è spesso associata al maltrattamento della donna da parte dell'uomo: quando la prima moglie si ribella, l'uomo la costringe ad accettare la sua scelta.

In una intervista rilasciata al Tg1 delle ore 20 domenica 21 gennaio il fondatore dell'Ucoii, l'Unione delle Comunità Islamiche Italiane, ha richiesto il riconoscimento del «diritto» alla poligamia, anche se questo «diritto» violerebbe i più elementari diritti di libertà di scelta individuale. Il dibattito, dunque, dovrebbe chiudersi qui: secondo la legge italiana, infatti, la scelta spetta agli individui su un piano di parità giuridica. Per di più, nell'ultimo mezzo secolo, la donna si è emancipata da una cultura che la vedeva nettamente in subordine, per conquistare una maggior parità di trattamento, non solo di fronte alla legge, ma anche all'interno della società e della famiglia. Se noi conoscessimo il mondo arabo e islamico, poi, vedremmo che solo nei Paesi più integralisti la poligamia è regolarmente praticata. In Marocco è stata abolita, in altri Stati arabi, in cui è ancora riconosciuta legalmente, è limitata da altre leggi che impongono il consenso della prima moglie, o la limitano allo stato di necessità (se la prima moglie non è in grado di mettere al mondo figli). In genere i casi di poligamia nello stesso Medioriente sono rari: anche là viene considerata come un'abitudine del passato.

Perché, allora, rischiamo che il dibattito sulla poligamia, nell'Italia del 2007, diventi lungo e molto combattuto? Perché gli stessi gruppi che si batterono per l'emancipazione della donna negli anni '60 e '70 adesso iniziano a battersi dall'altra parte. Voltafaccia? Sino a un certo punto. La letteratura dei movimenti di emancipazione femminile, a parte qualche eccezione libertaria e individualista (come Wendy McElroy) è collettivista e unilateralmente critica nei confronti della civiltà capitalista. Il femminismo collettivista condannava la famiglia patriarcale, ma chiedeva la libertà dell'amore all'interno del gruppo, della collettività. Il modello non era quello della libertà di scelta individuale, ma quello delle comuni che si stavano sperimentando nell'Asia orientale comunista, dove la famiglia era abolita e sostituita da una libertà di amore solo teorica: di fatto il patriarca era sostituito da dirigenti di partito che sceglievano come combinare le coppie. La stessa filosofia collettivista rischia di inasprire il dibattito sulla poligamia: le comunità musulmane sono intese come i nuovi gruppi, le nuove collettività proletarie in cerca di emancipazione. Le loro richieste, compresa la poligamia, sono intese come aspirazioni all'emancipazione, non individuale, ma collettiva.

Ecco perché, di fronte a una nuova forma di patriarcato che sta emergendo, le femministe vecchio stampo non sanno più che cosa dire e solo un conservatore, quale James Cameron in Gran Bretagna, ha il coraggio di definire «fascisti» e «reazionari» i gruppi islamisti che predicano la segregazione della donna.

! Stefano Magni
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