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Teorie sovietiche del processoMarx e Vysinskij: dal diritto proletario alle purghe stalinianedi Aldo Vitale - 1 febbraio 2007 La Corte Costituzionale si è espressa: la legge Pecorella sulla inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del Pm è costituzionalmente illegittima. Tuttavia, se la pronuncia sembra soltanto l'inizio di un processo teso a smantellare le presunte leggi «ad personam» del Governo Berlusconi, in effetti, scandagliando più in profondità, dietro la patina dell'integerrimo lavoro del giudice costituzionale, si cela invece l'atto ultimo di un lungo percorso ideologico che affonda le sue radici nel marxismo, nel leninismo, nello stalinismo. Lungi dall'effettuare una ricamata apologetica dell'operato del precedente Governo, è più opportuno affrontare l'argomento della pronuncia della Corte Costituzionale con metodologia oggettiva, per difendere, invece, senza indugi i principi dello Stato di diritto che la legge Pecorella rappresenta e incardina egregiamente contro ogni visione del diritto da piegare e plasmare secondo le esigenze ed i capricci dell'ideologia, mero strumento della tirannia di turno, marxista-leninista nel caso specifico dell'Italia la cui storia, bisogna sempre ricordarlo, ha vantato il più forte partito comunista d'Occidente, il cui principale esponente, Palmiro Togliatti, è stato Ministro della Giustizia nel dopoguerra, spargendo i semi del controllo di gran parte della magistratura come impone ogni dettame del socialismo reale, e come emulazione del socialismo sovietico dell'epoca. «Osoboe sovescanie» e «trojke» sono termini che ai più non dicono nulla, ma a quanti hanno un po' di dimestichezza con le impolverate ed insanguinate pagine della storia in genere, e di quella comunista e sovietica in particolare, rimandano ai terrificanti anni in cui si svolgevano arresti immotivati, processi sommari, esecuzioni sommarie, interrogatori, torture, sevizie e malvagità d'ogni tipo. Le «osoboe sovescanie» erano delle commissioni speciali competenti per alcuni determinati reati; le «trojke», invece, erano delle commissioni che svolgevano la stessa attività dei tribunali ordinari, ma si differenziavano da questi ultimi e dalle prime per il fatto che erano composte da tre membri(commissari, funzionari o rappresentanti) del Pcus(Partito Comunista dell'Unione Sovietica), e per il fatto che appartenevano non al ramo della giustizia, ma a quello dell'amministrazione, come le poste o le ferrovie, per intenderci. Normalmente ci si riferisce al periodo staliniano come periodo di massimo oscurantismo della storia sovietica, in parte perché realmente tale, in parte per affrancare il periodo del comunismo post-staliniano dai crimini commessi ugualmente in nome del popolo, individuando così nell'era dei « baffoni georgiani» un utile capro espiatorio. Superfluo ricordare che la «damnatio memoriae» era già avvenuta con Kruscev all'indomani della morte di Stalin, ma massimamente utile pare, invece, ricordare che proprio su questa «damnatio» la sinistra mondiale ha ricamato l'intera sua legittimazione, postergando l'accertamento della sua complicità con il periodo in questione e le sue responsabilità vincolate tanto ad atti, quanto ad omissioni. Tuttavia ci piace stare al gioco, e dunque, chiudendo un occhio, tramite una «fictio» storica, ci caleremo anche noi nella massa di quanti individuano nel periodo staliniano il solo tempo buio del comunismo: il tempo delle purghe. Le purghe, tuttavia, sono l'atto ultimo di un orrendo spettacolo: la macellazione dell'umanità, della giustizia e della razionalità all'altare dell'ideologia, sotto i dettami dei versetti della verità teologica del marxismo, predicata dai sommi sacerdoti della nomenklatura del Pcus. Fra i sommi sacerdoti dello stalinismo ecco emergere Andrei Januarevic Vysinskij: il Procuratore Generale dell'Urss. Il suo compito era quello di coordinare, dirigere e far funzionare la complessa, ma efficacissima macchina della giustizia sovietica. Una macchina talmente efficiente da essere amministrativizzata: i processi cioè appartenevano alla routine della pubblica amministrazione, non più alla applicazione della legge per accertare la responsabilità del reo. Le condanne erano così numerose che i giudici vennero soppiantati dai funzionari del partito, anche perché i capi d'imputazione principali erano rappresentati da reati contro lo Stato sovietico, contro il proletariato, contro il Partito. Contro l'insorgere di numerosissimi reati ai danni del proletariato, lo Stato sovietico si difendeva dunque creando le commissioni (trojke) che avrebbero dovuto «certificare» la colpa dell'imputato ed irrogare, anzi assegnare la pena. Tutto era basato sul fatto che se un'accusa vi era stata, spesso anche di parenti o amici, il colpevole era davvero tale, e dunque il processo era necessario per dimostrare la sua colpevolezza; con il tempo servì soltanto per stabilire la pena, dato che la condanna, e quindi la colpevolezza, furono date per scontate. Sorse la presunzione di colpevolezza, mentre tramontò la presunzione d'innocenza. Vysinskij non faceva altro che applicare la visione marxista del diritto e del processo. Scrive egli stesso: «Bisogna saper utilizzare il diritto e la legge nell'interesse della rivoluzione socialista. Il marxismo insegna che è necessario utilizzare il diritto come uno dei mezzi di lotta per il socialismo, come uno dei mezzi per trasformare la società umana su basi socialiste. Nello Stato sovietico il diritto sovietico è interamente e completamente diretto contro lo sfruttamento e gli sfruttatori. Il marxismo insegna che il proletariato ha bisogno dello Stato anche per reprimere gli sfruttatori e per dirigere enormi masse della popolazione nell'opera di organizzazione dell'economia socialista. Un ruolo di eccezionale rilievo spetta in proposito agli organi dello Stato come il tribunale, la cui attività è strettamente connessa con gli istituti giuridici, con le regole, le leggi, le consuetudini giuridiche, con le concezioni giuridiche e con il diritto nel suo insieme». Ma che cosa intendono Marx, Vysinkij e tutti gli altri teorici e applicatori del diritto comunista? Come continua a chiedersi Vysinskij in un suo scritto (Problemi del diritto e dello Stato in Marx): «Che cosa è il diritto dal punto di vista della teoria marxista?». Citando Marx risponde: «Il vostro diritto non è che la volontà della vostra classe, innalzata a legge, una volontà il cui contenuto è determinato dalle condizioni materiali di vita della vostra classe». Il diritto dunque, non più obbediente alle leggi di natura, alla razionalità, alla giustizia, si srotola e si appiattisce sul mero elemento volitivo, sulla volontà di classe: sull'arbitrio. Volontà di classe che giudica colpevoli tutti coloro che non sono nella classe, sol per il fatto di non esserlo; volontà di classe che presume colpevoli quanti non appartengono alla classe dominante: il proletariato. Vysinkij citando Lenin approfondisce ancora il concetto: «Del tribunale Lenin parlò come di uno strumento di repressione degli sfruttatori e di consolidamento della nuova disciplina socialista». In conclusione, un diritto volontarista e non razionalista, dove non vige la presunzione d'innocenza, ma quella di colpevolezza, dove non si mira alla giustizia, ma alla realizzazione della volontà della classe dominante, della sua rivoluzione, del suo Stato. Similmente, insomma, a quanti hanno fondato il loro Stato e la loro visione del diritto sulla superiorità di una razza su tutte le altre: razza o classe dominante, il diritto deve piegarsi comunque alla volontà ora di questa, ora dell'altra.
Di tanta parte di questa concezione la sinistra mondiale, compresa quella italiana, ha fatto tesoro e su di essa ha fondato e fonda tuttora la propria visione del diritto, per cui la inappellabilità delle sentenze di proscioglimento da parte del Pm è assolutamente inaccettabile, come inaccettabile è che il socialismo non venga a compiersi nella sua interezza evolutiva teorizzata da Marx. Aldo Vitale |
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Ragionpolitica, periodico on line n.197 del 30/1/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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