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In Lombardia un passo avanti verso la corretta applicazione della 194

di Francesco Natale - 3 febbraio 2007

Il 31 gennaio è stata approvata dal Consiglio Regionale della Lombardia una legge che qualifica come «prodotto del concepimento» il feto di età inferiore alle 20 settimane. Diciamo subito che nella applicabilità sostanziale dell'interruzione volontaria di gravidanza questa legge non cambia nulla: nessuna donna si vedrà negare il diritto di scegliere l'aborto, nessun parametro inerente alla praticabilità dell'intervento viene modificato ad excludendum, nessuna commissione etica speciale viene costituita per sindacare o meno sul libero arbitrio dell'individuo. Certamente questa legge non si limita a fornire semplici chiarimenti di carattere terminologico fini a se stessi e quindi inutili. Questo perché se il feto, prima considerato «rifiuto ospedaliero» (sic!), viene oggi in Lombardia qualificato come «prodotto del concepimento», deve essere sepolto e non più gettato nella pattumiera. Di quest'obbligo dovrà essere ovviamente informata la donna che decida di interrompere la gravidanza, e, qualora ella non voglia provvedere autonomamente alla sepoltura, di questa dovrà occuparsi la struttura ospedaliera.

La legge è stata approvata all'unanimità e senza particolari polemiche in seno al Consiglio Regionale, cosa che ha fatto infuriare numerosi esponenti della sinistra di base, ha provocato l'insurrezione generale dei vari rosapugnini, gli strepiti dello Uaar (Unione degli Atei Agnostici Razionalisti) e gli accorati appelli del Manifesto contro «la dittatura dell'embrione». Era prevedibile, del resto: la legge 194, o meglio, l'interpretazione partigiana e unilaterale che di questa legge è stata data, è un vero e proprio feticcio per determinati soggetti politici. Guai a toccarla o a metterla in discussione: si è automaticamente rei di blasfemia laica. Quello che a tanti abortisti duri e puri sfugge è che la legge 194 non è mai stata la legge che garantiva il diritto di aborto selvaggio, ma anzi già nel suo impianto originario valutava l'aborto come extrema ratio, come eccezione e non come regola, eccezione di fronte alle conseguenze della quale la donna doveva ricevere la più ampia e chiara informazione, di carattere medico-chirurgico e psicologico.

La recente legge lombarda, che adotta un approccio giusnaturalistico, se vogliamo, contribuisce a chiarire un aspetto fondamentale: non sostiene che il feto umano sia un essere umano in tutto e per tutto, ma non lo qualifica neppure «rifiuto speciale», robaccia da discarica, insomma. Non entra nel vespaio degli eventuali diritti del nascituro, ma contribuisce a ristabilire un equilibrio: se esiste il diritto della donna di abortire, esiste altresì il diritto della donna a fare nascere una nuova vita. E a questo proposito sia la 194 che i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico parlano di supporto alla vita, non di supporto all'aborto.

Quello che è risultato poco prevedibile è stato il pieno appoggio alla legge da parte della sinistra: c'è chi ha parlato di lacuna colmata, di necessità di prevenire le interruzioni volontarie di gravidanza rimuovendo le cause economico-sociali che possono condizionare la scelta di tenere un figlio (così Auro Palomba, consulente di Filippo Penati, presidente Ds della Provincia di Milano), chi è arrivato addirittura a sottintendere che parte dei Ds stia cambiando posizione riguardo alla misinterpretazione della 194... Forse la smania neocentrista-riformista che sta caratterizzando da un po' di tempo in qua il dibattito interno alla sinistra sedicente di governo sta arrivando pure a ridisegnare l'approccio alla bioetica da sempre improntato al giuspositivismo schietto, a quelle latitudini. Che non ne possano più di Pannella, Bonino e Capezzone? Oppure, a seguito dei fallimenti casertani, può essere che la dirigenza ulivista stia perseguendo una sorta di moderata «confessionalizzazione», volta a concupire l'appoggio dei cosiddetti «moderati» di matrice cattolica, preda elettorale più ambita da parte degli ormai sfiniti cacciatori diessini.

Qualcuno deve avere messo la pulce nell'orecchio alla dirigenza ulivista lombarda, tant'è che subito dopo l'approvazione senza clamore di questa legge, il consigliere regionale in quota Ds Franco Mirabelli ha fatto una mirabolante e tragicomica marcia indietro, sostenendo che «è corretto rivederla (la legge, nda) perché la delibera si presta a essere strumentalizzata. Il Consiglio Regionale, e non solo l'opposizione dell'Unione, non era consapevole del valore della norma. Bisogna riesaminarla dopo un'approfondita discussione» (fonte: Corriere della Sera). Come giustamente rileva Onemoreblog, noto blog di sinistra, Mirabelli non era forse presente alla votazione della delibera? Non ha avuto modo di leggerla e di sviluppare tempestivamente le eventuali critiche del caso? Se lo ha fatto, perché l'ha comunque votata? Soprattutto, a che pro tirare in ballo l'intero Consiglio Regionale accusandolo di «non piena consapevolezza» per coprire maldestramente una gaffe squisitamente sinistra?

! Francesco Natale
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