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La notte dei valoridi Valentina Meliadò - 8 febbraio 2007 In Italia esiste una sola, drammatica emergenza: la notte dei valori, il buio morale, l'indefinitezza del bene e del male, l'abbandono totale - di matrice totalmente ideologica - di principi educativi come il senso civico (il cui insegnamento non a caso è scomparso dalla scuola italiana), il rispetto (non la sudditanza) dell'autorità costituita, da quella genitoriale a quella scolastica (non è passato molto tempo da quando gli alunni si alzavano in piedi all'entrata in classe di un professore), fino all'ordinamento legislativo e parlamentare di una democrazia. Questo non era fascismo - come insinua qualcuno - ma quell'insieme di regole utili a trasmettere ai giovani un minimo di senso d'ordine e di disciplina, di responsabilità personale, di autocontrollo, di rispetto delle istituzioni e di tutto ciò che rende un individuo un buon cittadino. Ma questa strada è stata abbandonata da qualche decennio in favore di una certa pedagogia di stampo marxista, che istiga i giovani alla ribellione tout court e inneggia ad una illimitata libertà di comportamento che produce soltanto debolezza interiore e fragilità caratteriale. Se a questo si aggiunge la superficialità e l'immoralità che piovono sulle teste dei giovani dalle televisioni - pubbliche e private - dalle pubblicità e da internet (che è certamente l'isola della libertà incontaminata, ma non può essere quella della totale impunità), i risultati non possono sorprendere: stiamo semplicemente crescendo generazioni di giovani selvaggi, incapaci di porre limiti al proprio egoismo, ai propri desideri e alle proprie smanie, che esprimono con una violenza inaudita, sfogando così le frustrazioni e i complessi di chi è incapace di sopportare un diniego, un rifiuto, una sconfitta. Abbiamo acceso il buio. Per questo, di fronte ai tragici fatti di Catania, le solite chiacchiere dei soliti salotti buoni televisivi fanno paura. In primo luogo, è ormai chiaro che la morte di una persona perbene, un padre, un marito e un poliziotto amato e stimato non scandalizza più nessuno, sembra davvero mancare la capacità collettiva di immedesimarsi nel dolore degli altri. In secondo luogo, la immancabile tiritera del disagio sociale ha veramente sfinito. Ci si finge stupiti di scoprire che in mezzo ai delinquenti (perché questo sono) che hanno ucciso Filippo Raciti ci siano i figli di stimabili professionisti, della buona borghesia. E che novità è? E' dal '68 che l'eversione alla democrazia (perché di questo si tratta) è materia prediletta dei figli di papà più che dei «proletari» ed è vista con favore più dall'alta e media borghesia professionale ed intellettuale che da chi si spezza la schiena tutto il giorno per portare il pane a casa. E certo non sorprende che ai delinquenti catanesi sia giunta la solidarietà compiaciuta dei custodi della memoria di Carlo Giuliani, il «bravo ragazzo» ucciso mentre tentava di ammazzare qualche carabiniere. Eppure questa icona della notte dei valori viene portata in palmo di mano da autorevoli membri dell'attuale maggioranza di governo, e da tanti intellettualoni che lo sostengono. E allora, se Carlo Giuliani è stata una vittima della crudeltà fascista delle forze dell'ordine, così come - ad esempio - i servizi segreti sono sempre deviati, tanto che l'ex capo del Sismi è attualmente sotto processo, e dunque buona parte delle istituzioni democratiche sono così deprecabili, perché la violenza anti-istituzionale di tanti giovani ci sorprende? Com'è possibile? Come si fa a parlare di follia catanese, come se fosse una malattia insita nella gente della zona? E come si fa ad accusare il sindaco di non aver scoperto prima che il custode dello stadio era colluso coi delinquenti? Da quando in qua l'Amministrazione comunale ha il potere di indagare le persone o di perquisirgli le case? E se anche il sindaco avesse voluto far licenziare il custode per dei sospetti, siamo sicuri che avrebbe potuto farlo senza incappare nell'ira di qualche sindacato? Ma qualcuno per caso pensa di vivere altrove? Qui il punto non è nemmeno tanto stabilire se gli autori delle violenze di Catania appartengano alle «tifoserie» di estrema destra o estrema sinistra (che sono sempre convergenti quando si tratta di attaccare l'ordine democratico e liberale di uno Stato), ma capire che il rimedio a fatti di questo genere sta - da un lato - nella repressione, cioè nella riaffermazione da parte delle istituzioni della propria autorità, e - dall'altro - nel recupero di certi principi educativi abbandonati, in primis da molti genitori che giustificano le malefatte dei propri figli a prescindere dalla gravità. Ma è chiaro che anche nel mondo del calcio qualcosa deve definitivamente cambiare, perché tutti sanno che sono le stesse squadre a sminuire gli episodi di violenza commessi dai propri tifosi, che sono per lo più conosciuti e foraggiati dalle squadre stesse. Basta. E' ora di responsabilizzarle e, nel caso, di punirle. Perché davvero non se ne può più, e - tanto per cominciare - sarebbe ora che tacessero una volta e per sempre gli eredi degli istigatori e degli apologeti della violenza eversiva ed anti-democratica, che è la prima causa della morte di Filippo Raciti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.198 del 6/2/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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