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Le foibe e il massacro dei sacerdoti cattolici

di Vincenzo Merlo - 10 febbraio 2007

Grazie alla legge 92 del 30 marzo 2004, emanata a seguito all'iniziativa del centrodestra e delle associazioni di esuli giuliano-dalmati, il 10 febbraio è divenuto il Giorno del Ricordo delle foibe e dell'esodo degli italiani dalle province del confine orientale. Fino a quella data erano rimasti pressoché nell'ombra gli orrori compiuti dalle truppe comuniste jugoslave di Tito, responsabili, alla fine del secondo conflitto mondiale, di un'opera di vera e propria pulizia etnica ai danni di nostri connazionali. Furono 350.000 gli italiani che abbandonarono l'Istria, Fiume e la Dalmazia per sfuggire ai massacri dei titini, e quasi certamente tra le quindici e le ventimila le persone che, prima di essere gettate nelle foibe, subirono ogni sorta di tortura. Intere famiglie italiane vennero massacrate, molti finirono legati con filo spinato a cadaveri e gettati vivi nelle voragini. Nella sola foiba di Basovizza sono stati ritrovati quattrocento metri cubi di resti umani.

Tra le vittime, almeno 50 furono i sacerdoti uccisi. Vogliamo qui ricordarne alcuni, il cui sacrificio è ancora poco conosciuto dall'opinione pubblica. Don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rivino e attivo nell'opera di assistenza ai poveri, fu ucciso il 19 settembre 1943. Preso di notte dai partigiani jugoslavi, insultato e incarcerato nel castello di Montecuccoli a Pisino d'Istria, fu torturato e trascinato presso Baksoti (Lindaro), dove, assieme a 43 prigionieri legati con filo spinato, venne finito con una raffica di mitra e gettato in una cava di bauxite. Quando il cadavere venne riesumato si scoprì che gli assassini, in segno di scherno, gli avevano messo una corona di filo spinato in testa. Don Tarticchio viene oggi ricordato come il primo martire delle foibe.

Un altro sacerdote istriano vittima dei comunisti fu don Francesco Bonifacio, conosciuto per la sua bontà e generosità. Prelevato la sera dell'11 settembre 1946 da alcune «guardie popolari», di lui non si seppe più nulla fino a quando, parecchi anni dopo, uno dei suoi rapitori confessò gli ultimi momenti del sacerdote. Era stato caricato su un'auto, picchiato, spogliato, colpito con un sasso sul viso e finito con due coltellate prima di essere gettato in una foiba. Per don Francesco Bonifacio, ucciso all'età di 34 anni in odium fidei, il 26 maggio 1997 è stata aperta la causa di beatificazione.

In odium fidei fu ucciso anche don Miroslav Buselic, parroco di Mompaderno e vicedirettore del seminario di Pisino, trucidato il 24 agosto 1947 nella canonica della chiesa di Lanischie, dove si era recato per amministrare, insieme a monsignor Ukmar e al parroco, il sacramento della cresima, proibito dalle autorità comuniste. Autorità che, durante i funerali di don Miroslav, impedirono ai treni colmi di gente di fermarsi, finanche nelle stazioni vicine. Al processo i giudici accusarono monsignor Ukmar e il parroco di aver provocato gli incidenti. I due vennero per questo condannati rispettivamente a un mese di prigione e a sei anni di lavori forzati. Su don Miloslav, il tribunale del popolo sostenne che non era provato che «fosse stato veramente ucciso» e adombrò l'ipotesi del «suicidio a scopo intimidatorio». Le prove erano però così evidenti che l'assassino venne al fine condannato a cinque mesi di prigione per «troppo zelo nella contestazione». Nel 1956 la diocesi avviò segretamente il processo di beatificazione di don Miloslav Buselic, considerato a tutt'oggi un santo tra i cattolici d'Istria.

Vincenzo Merlo

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