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La demagogia del posto fisso, senza se e senza ma

di Antonio Maglietta - 10 febbraio 2007

Giovedì scorso a Palazzo Madama è andato in onda l'ennesimo attacco alla legge Biagi. Nel corso di una conferenza stampa è stata presentata una proposta di legge di 13 articoli, primo firmatario Gianni Pagliarini, esponente di spicco dei Comunisti Italiani nonché Presidente della Commissione Lavoro della Camera, che si propone l'obiettivo di rivedere radicalmente l'impostazione del mercato del lavoro in Italia. La proposta è stata depositata alla Camera e reca in calce le firme, in qualità di sostenitori, di parlamentari che appartengono ai gruppi di Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani e sinistra Ds. Un testo elaborato soprattutto grazie al Centro per il diritto al Lavoro «Pietro Alò», di cui Piergiovanni Alleva, giuslavorista, ha illustrato i pilastri. «Il contratto co.co.pro. è una delle vergogne della scienza giuridica italiana, e non ha ragione di essere. Occorre superare la differenza tra lavoro subordinato e lavoro parasubordinato. Il contratto a termine è stato già condannato dall'Unione europea». La pdl prevede anche, tra le altre cose, un tetto massimo ai rinnovi contrattuali a tempo determinato, il divieto di ricorrere, per le aziende, ad agenzie di somministrazione del lavoro e una meticolosa definizione della pratica del mobbing e dei risarcimenti che ne derivano.

Insomma si tratta di un disegno organico che reca il marchio di fabbrica della sinistra radicale. Il monito lanciato al Governo è stato chiaro: o si mette subito mano alla legge 30 oppure tutto è già pronto per far partire l'iter alla commissione Lavoro di Montecitorio ed iniziare così la discussione sulla proposta Pagliarini. I proponenti, in uno scatto di generosità, hanno dichiarato di essere disposti ad aprire un confronto in Parlamento ma subito hanno precisato che «questa pdl ha un punto di vista organico e scientificamente inattaccabile. Se qualcun altro ha un punto di vista organico e scientificamente inattaccabile lo metta sul tavolo». Il senatore Ripamonti (Verdi) ha poi precisato, citando cinque punti, quali sono i confini oltre i quali le modifiche non saranno possibili: tutela del licenziamento con la giusta causa per tutti; equa retribuzione con orario minimo stabilito per legge; continuità di reddito nella sua pienezza anche in periodi di non lavoro, con ammortizzatori sociali o, meglio ancora, con salario di cittadinanza; sistema previdenziale che garantisca una contribuzione anche in periodi di fermo; diritto di rappresentanza e agibilità sindacale anche per i precari.

Paradossalmente, nelle stesse ore in cui a Palazzo Madama veniva lanciata un'offensiva in grande stile contro la legge Biagi, a poca distanza, nell'aula della commissione Lavoro di Montecitorio, il ministro Damiano illustrava l'operato ed i programmi futuri del suo dicastero tenendo a precisare che il governo è intenzionato a promuovere interventi che incentivino la stabilizzazione ma che «non si tratta di tornare al posto fisso» e che «la precarietà è diversa dalla buona flessibilità».

Finalmente, quindi, anche il ministro Damiano si è reso conto della falsa equazione che la flessibilità è sinonimo di precarietà, ma, purtroppo per lui, la presa di posizione, lo ha catapultato nella scomoda situazione di avere una opposizione compatta nel ribadire che la flessibilità è una porta d'ingresso per il lavoro ed una alternativa reale al sommerso ed una sinistra, interna alla sua maggioranza, che rilancia il mito del posto fisso, senza se e senza ma. Varrebbe la pena di ricordare che solo due mesi fa, esattamente il 12 dicembre scorso, il vice presidente della Commissione Europea, Günter Verheugen, ha dichiarato che per il mercato del lavoro, in ambito comunitario, le prospettive sembrano promettenti - si registra infatti una crescita dell'occupazione. Il consenso a favore di un «approccio di flessicurezza» - che consiste nel rendere flessibile il mercato del lavoro garantendo al contempo la massima sicurezza ai lavoratori - deve essere ora seguito da azioni concrete.

Alla luce delle retrogradi posizioni degli esponenti della sinistra radicale e delle incertezze del ministro Damiano, sarebbe curioso conoscere i programmi del governo in materia di flessisicurezza visto che il dicastero competente in materia, quello del Lavoro e della Previdenza Sociale, sembra non aver ancora metabolizzato il termine. Infatti, andando sul sito web del ministero e digitando la parola flessisicurezza nella funzione «cerca» appare la scritta «Nessun risultato trovato per la parola flessisicurezza», mentre il termine precariato registra ben nove risultati. A questo punto diventa lecito chiedersi se il vero ed unico precario, in questo dibattito sulla flessibilità, sia il ministro Damiano.

Antonio Maglietta

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  • Giusto! - di Lucia Marchi - 11 febbraio 2007 18:11
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