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numero 280
6 marzo 2008
 
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Le operazioni militari tedesche nei Balcani durante la seconda Guerra Mondiale

di Erik Marangoni - 13 febbraio 2007

La decisione di Mussolini di attaccare la Grecia, nell'ottobre 1940, per dare ad Hitler una dimostrazione della potenza dell'esercito italiano, si era tradotta sin dall'inizio in una disfatta. Male equipaggiati, poco motivati, ma soprattutto, guidati da comandanti poco all'altezza, i soldati italiani avevano ben presto iniziato a subire la inaspettata controffensiva dell'esercito greco, abbandonando posizioni su posizioni. Hitler, nel frattempo, dal suo quartier generale, stava abbozzando i piani di invasione dell'Unione Sovietica, prevista per l'inizio della primavera del 1941. Tuttavia, la disfatta italiana in Grecia lo costrinse a studiare, con lo Stato Maggiore, un'operazione di intervento a favore dell'esercito italiano, denominata successivamente «Operazione Marita», anche al fine di evitare l'estensione del conflitto a tutta l'area balcanica, di cui l'Unione Sovietica avrebbe potuto approfittare per mettere in difficoltà la Germania.

In previsione della guerra contro l'Urss, tuttavia, Hitler aveva assoluto bisogno di estendere il proprio dominio sulla regione danubiano-balcanica, sia attraverso lo strumento militare (come nel caso di Polonia e Cecoslovacchia), sia mediante l'adesione al Patto Tripartito, firmato inizialmente da Germania, Italia e Giappone e finalizzato alla costituzione di un nuovo ordine mondiale. Nel marzo 1941 solo Bulgaria e Jugoslavia, nell'intera area, non erano ancora membri del Patto. La Bulgaria fu teatro di uno scontro di natura diplomatica tra Germania e Urss, dato che per Stalin il controllo del piccolo Stato rappresentava un elemento strategicamente importante, ma alla fine Hitler la spuntò e anche Sofia aderì al Patto Tripartito. Rimaneva la Jugoslavia, all'epoca governata dal reggente, il principe Paolo, il quale dovette subire pressioni da parte di Germania e Gran Bretagna, che premeva su Belgrado affinché fornisse aiuti militari all'esercito greco.

Il principe Paolo, alla fine, decise di aderire al Patto, conscio del fatto che una decisione contraria avrebbe provocato la reazione tedesca e la distruzione di Belgrado. Tuttavia, da abile diplomatico quale egli era, riuscì a vendere cara la propria adesione. Il principe, infatti, aveva ottenuto informazioni sicure circa l'intenzione di Hitler di evitare che l'area balcanica si trasformasse in un altro fronte per l'esercito tedesco; cosi chiese e ottenne che l'esercito tedesco non utilizzasse il territorio jugoslavo per le operazioni militari in Grecia. Inoltre, per tranquillizzare il principe, il quale ancora dubitava delle reali intenzioni tedesche, Hitler gli parlò dei piani di attacco all'Unione Sovietica, che rendevano necessaria la pacificazione dell'area danubiano-balcanica. Infine, in cambio dell'adesione jugoslava al Patto, Hitler concesse al principe Paolo il possesso del porto di Salonicco, in Grecia, ma solamente a operazioni militari concluse. Si trattava, evidentemente, di un grande successo diplomatico per il principe, che, tuttavia, non poté utilizzarlo a scopi di propaganda interna in quanto le clausole del Patto, su esplicita richiesta del Fuhrer, dovevano per il momento rimanere segrete, per non allarmare Mosca.

Interpellato dal rappresentante britannico a Belgrado circa il suo colloquio con Hitler, il principe Paolo rese nota l'intenzione dei tedeschi di non provocare un nuovo conflitto nei Balcani e, in particolare, di non utilizzare il territorio jugoslavo per le operazioni militari. A questo punto il governo britannico, per il quale invece lo scoppio di complicazioni militari in Jugoslavia rivestiva un'importanza strategica, organizzò in fretta e furia un colpo di Stato ai danni del principe filo-tedesco, che portò al trono jugoslavo il figlio di re Alessandro, Pietro II Karageorgevic, di cui erano noti i sentimenti filo-britannici. Il colpo di Stato fu salutato con grandi manifestazioni di entusiasmo da parte della popolazione jugoslava e soprattutto da parte di quel gruppo di partigiani comunisti guidati da Josip Brosz, più noto con il soprannome di Tito. Il nuovo governo jugoslavo, su consiglio di Londra, denunciò immediatamente l'adesione al Patto Tripartito e chiese aiuto a Mosca ma Stalin, nel timore di irritare la Germania, per il momento rifiutò di impegnarsi, preferendo attendere l'evolvere della situazione.

Hitler fu profondamente colpito dal voltafaccia di Belgrado e dalla successiva denuncia del Patto, al punto che ordinò allo Stato Maggiore tedesco di organizzare un'operazione militare, successivamente denominata «Strafoperation» (spedizione punitiva), contro la Jugoslavia, ciò che comportò la fatale decisione di rinviare di qualche settimana l'inizio delle operazioni militari contro l'Urss. L'operazione contro la Jugoslavia da parte dell'esercito tedesco fu brutale ma efficace: nel giro di qualche giorno la Germania occupò l'intero paese oltre la Grecia, annientò la resistenza greca e salvò Mussolini.

Nei giorni immediatamente successivi al colpo di Stato, e poco prima dell'inizio delle operazioni militari tedesche contro la Jugoslavia, alcuni esponenti del governo di Pietro II si recarono in gran segreto a Mosca, per ottenere un'alleanza in funzione anti-tedesca. Tuttavia, come abbiamo visto, Stalin preferì tergiversare, offrendo loro un accordo di neutralità, molto meno impegnativo. Delusi, gli esponenti jugoslavi dovettero addirittura subire l'onta del «sequestro» da parte della polizia sovietica, che li rinchiuse all'interno del Cremlino. Era evidente l'intento di Stalin di utilizzare la loro presenza a Mosca al fine di avere, nei confronti di Hitler, un maggiore potere contrattuale nei Balcani. Tuttavia, a seguito dell'intervento tedesco in Jugoslavia, iniziato il 6 aprile 1941, Stalin mutò il proprio atteggiamento nei confronti dei prigionieri e offrì loro la stipula di un trattato di amicizia (ancora non di alleanza), cui fece apporre la data del 5 aprile, un giorno prima cioè del lancio delle operazioni militari tedesche, per dimostrare alle potenze occidentali la buona fede del governo sovietico.

La firma dell'accordo di amicizia con l'Urss non ebbe effetti sulla sorte della Jugoslavia, soggetta al pesante giogo dell'occupazione tedesca. Nel Paese, a seguito della dissoluzione dell'esercito jugoslavo, si formarono ben presto dei gruppi partigiani di lotta contro l'occupazione nazista, tra cui spiccavano i movimenti dei cetnici di Mihailovic, filo-monarchici, e dei comunisti guidati da Tito. La decisione da parte della Gran Bretagna di appoggiare apertamente Tito ebbe ripercussioni importanti nella definizione degli equilibri politici del dopoguerra, portando inevitabilmente la Jugoslavia nel campo di influenza sovietica. Tuttavia, l'elemento forse più importante riguarda l'effetto che la situazione in Jugoslavia ebbe sull'operazione militare più importante di tutta la seconda guerra mondiale: l'invasione tedesca dell'Urss. La «Strafoperation» ritardò di alcune settimane il lancio dell'operazione «Barbarossa» contro l'Unione Sovietica, giusto quel lasso di tempo che avrebbe permesso all'esercito tedesco di arrivare a Mosca e sconfiggere definitivamente l'Armata Rossa. Probabilmente l'esito della guerra sarebbe stato molto diverso.

! Erik Marangoni
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