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I Dico e la questione omosessualedi Antonio Iannaccone - 13 febbraio 2007 Seguendo la natura della loro Unione, post-comunisti e cattolici adulti hanno infine trovato un compromesso di «unità degli opposti» sulle coppie di fatto, nella forma di due simboli alternativi da esibire presso l'opinione pubblica: i primi hanno ottenuto il simbolo della «famiglia alternativa» che comprende l'unità omosessuale, i secondi il simbolo della «carità al singolo» estesa fino ad abbracciare la diversità dell'omosessuale. La contraddizione fra le due forme alternative di diritti (alla coppia o al singolo) è stata superata costruendo un «contenitore di diritti di coppia» al cui interno stanno «diritti per i singoli». Ma il compromesso di questi opposti non avrebbe retto se non avesse avuto al suo interno il contenuto rivoluzionario della legittimazione sociale dell'omosessualità. Questo è il vero punto su cui hanno trovato convergenza il post-comunismo e il cattolicesimo adulto: la condizione omosessuale come oggetto di diritti particolari. La forma ambigua in cui questa novità è rappresentata - come attenzione politica a qualunque affettività - è solo il «cavillo di Troia» per rendere accettabile ad un popolo ancora culturalmente cattolico la legge sui Dico. Certo, esistono molti buoni motivi laici per opporsi a questa vera e propria rivoluzione antropologica, primo fra tutti l'unicità del rapporto uomo-donna, evidente alla natura e alla ragione. Eppure, guardando la questione in maniera più profonda, la sensazione è che il pensiero laico non abbia tutti gli anticorpi per reggere a questa nuova visione dell'umano, che fa leva su due tentazioni molto forti: il desiderio di risolvere alla radice la questione drammatica dell'omosessualità dichiarandone la «normalità» e la possibilità di avere maggiore libertà nella scelta dell'amore umano che meglio si confà alle caratteristiche del singolo. Difficile contestare a lungo queste ragioni, senza che intervenga un possibile «imprevisto», una differenza sostanziale con il giudizio del mondo. Questo è quanto testimonia la Chiesa Cattolica: che esista la possibilità reale di salvare l'uomo (e l'omo) senza trascurare la drammaticità della sua condizione. Questo è quindi il «pungolo» che la Chiesa offre alla società italiana e poi mondiale, la domanda «impertinente» che continua a fare all'uomo (e all'omo) di ogni latitudine e tempo: riuscirà ad accettare di essere insieme incline al basso e aspirante all'infinito? Esiste un'altra via che non sia quella di «anestetizzare» il dramma autentico dell'omosessualità (e dell'umano in generale) a suon di diritti? Oggi la Chiesa appare l'unica voce che insieme comprende e non asseconda la condizione omosessuale, che si pone il dubbio autentico che quella dei diritti ai gay non sia la strada per la loro felicità e in questo si rivela maestra dell'umano perché in grado di contemplare tutta l'infinita sfaccettatura dell'imprevedibile, senza eliminare nessun aspetto del reale. Questo perché ha incontrato sulla sua strada, in carne ed ossa, la salvezza offerta da un Dio che ci fa liberi e, contemporaneamente, ci dà una natura. Solo in quest'ottica si può dire all'omosessuale che la sua condizione non è né completamente naturale, né completamente libera: ma è un miscuglio delle due che può trovare salvezza sia per la sua natura che per la sua libertà, insieme. Il mondo invece salva solo una delle due: o la natura, facendo dell'omosessualità una cosa naturale e giusta, o la libertà, facendo dell'omosessualità una pura scelta libera (e quindi giusta). Solo la Chiesa può rompere lo schema di questo buonismo a priori, melenso e senza respiro, perché solo la Chiesa ha incontrato, davvero, nella Storia, la pretesa di una totale redenzione.
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Ragionpolitica, periodico on line n.199 del 12/2/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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