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Il Manifesto e il dramma delle foibedi Erik Marangoni - 15 febbraio 2007 In occasione della celebrazione del Giorno del Ricordo per le vittime italiane della pulizia etnica jugoslava in Istria e Dalmazia, ho sfogliato l'edizione on-line de il Manifesto, quotidiano comunista, per vedere che tipo di fandonie si sarebbero inventati questa volta gli epigoni di Marx per denigrare una delle peggiori tragedie della Seconda Guerra Mondiale. Quasi subito mi sono imbattuto in un articolo, a firma di Enzo Collotti, dal titolo criminale Giù le mani dalle foibe, dedicato proprio al tema del giorno, nel quale il giornalista riassume in poche parole tutti i classici stereotipi che la sinistra comunista ancora oggi utilizza, in ogni occasione, per imporre la propria visione (distorta) della storia. L'articolo, quasi nauseabondo in alcuni passaggi, specialmente laddove Collotti sembra giustificare i crimini dei comunisti jugoslavi ai danni degli italiani sulla base della politica fascista nella Venezia-Giulia, si apre con una frase significativa: «... la celebrazione (del Giorno del Ricordo)... (ha) dato ai fascisti e ai post-fascisti la possibilità di urlare la loro menzogna-verità per oscurare la risonanza dei crimini nazisti e fascisti ...». Niente di più assurdo! Non sono i fascisti a voler ricordare la tragedia delle foibe, bensì uomini e donne italiani che hanno perso i propri beni, i propri cari, sono stati cacciati dalla loro terra per fare spazio ai compagni jugoslavi, con i quali parecchi dirigenti del Pci intrattenevano rapporti molto amichevoli (tanto per usare un eufemismo). Non si tratta di fascisti, cosi come non è fascista il presidente Napoletano che ha ricordato le foibe, subendo per questo un attacco da parte del suo omologo in Croazia, Paese che ancora non ha eliminato quelle norme interne che impediscono agli italiani di acquistare beni immobili. Non si tratta di fascisti, cosi come nella stragrande maggioranza dei casi, non erano fascisti quegli italiani che furono assassinati dai comunisti jugoslavi; erano persone normali che volevano semplicemente continuare a vivere nella loro terra, in pace con i vicini, sloveni o croati che fossero. E nemmeno è vero quanto dice Collotti più avanti nell'articolo, e cioè che la Venezia-Giulia era stata trasformata in area di conflitto dai vincitori del 1918, per la loro incapacità di affrontare il problema posto dalla presenza di diversi gruppi etnici. Certamente dopo la Prima Guerra Mondiale il problema della Venezia-Giulia rappresentò un elemento di disturbo nel processo di normalizzazione dei rapporti tra le Potenze, ma è altrettanto vero che Italia e Jugoslavia firmarono diversi accordi in materia di delimitazione dei confini (l'Italia aveva anche rinunciato ai territori della Dalmazia che il Trattato di Londra del 1915 le aveva inequivocabilmente assegnato) e che, in ogni caso, a sottolineare l'italianità dell'Istria, ci aveva già pensato il presidente americano Woodrow Wilson, proponendo una linea di demarcazione su basi etniche, che lasciava appunto all'Italia una buona parte del territorio istriano. Imperterrito, Collotti continua la sua paranoica dissertazione cercando di costruire un collegamento (assurdo) tra i presunti crimini commessi dal regime fascista in Alto-Adige e in Valle d'Aosta con il dramma delle foibe della Venezia-Giulia. A parte l'assenza di contiguità geografica tra le regioni in questione (forse al Manifesto non è diffuso l'utilizzo di carte geografiche) non ha nessun senso cercare un trait d'union, se non per giustificare in qualche modo gli infoibamenti istriani con la politica fascista generale, nella perpetuazione del mito dell'«italianità sopraffattrice», contro la quale ogni crimine, anche quello delle foibe, potrebbe trovare giustificazione. Il regime fascista adottò delle misure estremamente illiberali nei confronti delle minoranze etniche in Alto-Adige e in Valle d'Aosta, ma non va neppure dimenticato che pochi alto-atesini approfittarono degli Accordi Hitler-Mussolini per trasferirsi in Austria o in Germania, preferendo rimanere in Italia, senza per questo subire infoibamenti o esecuzioni sommarie. Lo stesso dicasi per la Valle d'Aosta. Infine, Collotti ricorda giustamente che: «I profughi dall'Istria hanno pagato per tutti la sconfitta dell'Italia» ma aggiunge «...non bisogna indulgere neppure al privilegiamento di determinate categorie di vittime». «...che cosa dovrebbero dire coloro che tornavano dai campi di concentramento ... e gli ex internati militari che tornavano da una prigionia in Germania al limite della deportazione?». Certo, tutte situazioni terribili, ma con una piccola differenza: dalle foibe nessuno è tornato vivo!
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Ragionpolitica, periodico on line n.199 del 12/2/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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