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La vera libertà del cattolico in politica

di Gianteo Bordero - 17 febbraio 2007

Come si deve comportare un politico cattolico quando si trova di fronte ad una legge che, in maniera palese, contraddice i principi affermati dalla dottrina della Chiesa? Quando egli è maggiormente libero? Quando si conforma al vincolo di maggioranza e di schieramento a cui appartiene o quando è disposto a mettere in dubbio tale vincolo nel nome di qualcosa che va oltre la mera contingenza politica? Il buon senso, evidentemente, porterebbe ad optare per la seconda ipotesi: la libertà è tanto più affermata quanto più la persona fa riferimento, nelle sue scelte, a qualcosa di oggettivamente «non negoziabile», qualcosa che sfugge agli schemi transeunti della strategia parlamentare. Questa piccola premessa ci serve per affermare che, nel dibattito che si è aperto all'interno dello stesso «mondo cattolico» dopo l'approvazione in Consiglio dei ministri del disegno di legge sulle coppie di fatto, l'argomento usato da coloro che deprecano le prese di posizione della Conferenza Episcopale Italiana e del suo presidente Camillo Ruini - argomento che si può riassumere nella richiesta di maggiore «libertà» per i cattolici impegnati in politica - rischia di risolversi, in realtà, nel suo esatto contrario.

E' di qualche giorno fa la lettera-supplica che un gruppo di intellettuali cattolici, capeggiati dai discepoli di don Giuseppe Dossetti, ha inviato a mezzo stampa alla Cei per chiederle di rinunciare all'annunciata nota «impegnativa per coloro che accolgono il magistero della Chiesa». Il documento, che vede tra i primi firmatari Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni e Raniero La Valle, afferma che «la Chiesa italiana, malgrado sia ricca di tante energie e fermenti, sta subendo un'immeritata involuzione. L'annunciato intervento della presidenza della Conferenza Episcopale, che imporrebbe ai parlamentari cattolici di rifiutare il progetto di legge sui diritti delle convivenze, è di inaudita gravità. Con un atto di questa natura - prosegue l'appello - l'Italia ricadrebbe nella deprecata condizione di conflitto tra la condizione di credente e quella di cittadino... Denunciamo con dolore, ma con fermezza, questo rischio e supplichiamo i Pastori di prenderne coscienza e di evitare tanta sciagura, che porterebbe la nostra Chiesa e il nostro Paese fuori dalla storia". Concludono gli estensori del documento: «Si può pensare che il progetto di legge in discussione non sia ottimale, ma è anche indispensabile distinguere tra ciò che per i credenti è obbligo, non solo di coscienza ma anche canonico, e quanto deve essere regolato dallo Stato laico per tutti i cittadini. Invitiamo la Conferenza episcopale a equilibrare le sue prese di posizione e i parlamentari cattolici a restare fedeli al loro obbligo costituzionale di legislatori per tutti».

Emerge chiaramente, da queste parole, l'idea secondo cui la vera libertà del cattolico impegnato in politica sia quella di sapersi opporre, all'occorrenza, alle indicazioni della Chiesa circa le materie eticamente sensibili, di rivendicare il cosiddetto «primato della coscienza» di fronte alle presunte «ingerenze» di Papa e vescovi. Quali effetti produce, all'atto pratico, tale visione? Essa, alla fine dei conti, non fa altro che cancellare dalla vita politica la differenza cattolica, lasciandola, in ultima analisi, alla mercé di un politicismo fine a se stesso, in cui la libertà del cattolico si riduce ad una mera affermazione di principio, ad una «etichetta», e viene fagocitata, a seconda dei casi, dalla «dittatura della maggioranza» a cui si appartiene o dal pensiero mediaticamente dominante. Teorizzata o meno, questa idea neutralizza il richiamo cattolico ai «principi non negoziabili» che trascendono le maggioranze e asserve tali principi al puro calcolo tattico o strategico. Lo dimostra in maniera lampante il faticoso iter che ha portato al disegno di legge governativo sulle coppie di fatto, dove la voce dei cattolici del centrosinistra si è ridotta a un mero «contrappeso» tecnico rispetto alle rivendicazioni degli altri partiti dell'alleanza.

Oggi, di fronte all'avanzata del pensiero unico laicista e relativista, il vero problema di libertà per i cattolici impegnati in politica non è quello di smarcarsi dalle indicazioni della Chiesa, ma semmai quello che riguarda la loro capacità di non sacrificare sull'altare della convenienza e della permanenza al potere la propria identità cristiana. Va in questa direzione il contro-appello firmato da molti cattolici e laici e pubblicato sul Foglio di giovedì: «Giudichiamo improprio e sintomo di un uso politico della sfera religiosa - scrivono i firmatari, tra cui Giuliano Ferrara, Antonio Socci, Sergio Ricossa, Marta Sordi, Giovanni Maria Vian, Francesco D'Agostino, Luigi Amicone - l'appello dei cattolici democratici affinché la Chiesa italiana rinunci a un suo atto di magistero, che la libera coscienza di laici e cattolici, compresi i parlamentari della Repubblica, potrà valutare serenamente e in piena libertà. La cultura di questo Paese - si legge ancora nel documento - deve liberarsi delle pastoie politiciste di un pensiero illiberale e veteroconcordatario che intende censurare con argomenti obliqui la libertà religiosa e la sua funzione sociale». Limitare la libertà d'azione e di movimento dei cattolici impegnati in politica, come più o meno consapevolmente fanno gli autori dell'appello targato Alberigo, Melloni & CO., impoverisce non soltanto il contributo dei credenti alla costruzione del bene comune, ma anche la qualità della vita civile e politica del nostro Paese, esponendola a un pericoloso ripiegamento su se stessa e ad un'esiziale rifiuto dei suoi fondamenti morali, etici e meta-politici.

! Gianteo Bordero
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