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numero 280
6 marzo 2008
 
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Guerrilla marketing e dintorni

di Raffaele Iannuzzi - 20 febbraio 2007

Il mercato delle idee, della cultura e della consistente massa di subcultura postmoderna è, nel tempo della globalizzazione, assai variegato. La realtà è essa stessa immateriale, prodotta più dalle idee che dai processi materialmente funzionali. Questi ultimi, intrinsecamente connessi allo sviluppo tecnologico, servono più che altro ad implementare nuove applicazioni e nuovi canali comunicativi. Ebbene, in questo multiversum ideativo-tecnologico, il comunismo leninista e il sovversivismo antagonista proliferano e dilagano a macchia d'olio. Anzi, a ben guardare, c'è, on-line, tutta una nuova serie di soluzioni di «guerrilla marketing», di marketing aggressivo ed efficace sul piano comunicativo, proprio perché questo mondo della globalizzazione sembra ricevere con particolare favore l'antagonismo della Rete e delle moltitudini. Le nuove Br sono integrate in questa Rete. Fatto che si sovrappone al vasto humus comunista di partito ed ormai istituzionale che non cessa di crescere e di abbordare con violenza i massmedia. Che Diliberto affermi «Berlusconi fa schifo» è cosa che non deve destare stupore, perché, come ha osservato Lanfranco Pace sul Foglio, il comunismo «tira» molto e appare ancora non soltanto decente, recentissimo, nobile, ma addirittura praticabile. Su Israele e sull'Iraq Diliberto, Giordano, Rizzo & C. dicono cose che non si discostano molto da quelle che dice Latino, Claudio Latino, oggi indagato come capo delle Br e ieri in carcere, fondatore dei Carc (Comitato di appoggio alla resistenza - per il comunismo), un bel pezzo di bandito rosso, insomma: tutti insieme appassionatamente.

Sempre «compagni che sbagliano», ma comunque «compagni». Ritorna ancora una volta, pur nella temperie postmoderna e iper-tecnologica, l'ombra dell' «album di famiglia» e la strategia della rassicurazione imbastita rozzamente dai Ds e dalla Cgil-Fiom per divincolarsi da questa stretta storica non fa altro che rendere ancor più farsesca la sinistra istituzionale di oggi. Ma non basta. In realtà, quel che muove ad una vera riflessione storica e culturale è la permanenza di una grande narrazione continuamente rinnovata e, nel contempo, dotata di tratti mitici, permanenti, che fa capo al Comunismo come Età dell'Oro della Rivoluzione. Al di là delle sconfitte e delle «repliche della storia». Ecco allora che una bella testa come il filosofo Umberto Curi, dell'Università di Padova, può tranquillamente continuare a fare la distinzione, come ci avverte Cristina Giudici sempre sul Foglio, fra l'illegalità di massa, il terrorismo e la lotta armata, e può farlo sapendo di avere alle spalle un consenso diffuso, che attraversa l'università, una buona parte del mondo giovanile, dei centri sociali, dell'antagonismo anti-Stato. Queste sono le moltitudini sovversive e questo è il brodo di coltura del terrorismo. Con partiti comunisti che arrivano, insieme, a circa il 15%, ed un serbatoio di voti della sinistra radicale nel suo complesso che sfiora il 20%, cioè supera la percentuale attuale degli sfiancati Ds, c'è trippa per gatti, come si suol dire, e c'è materiale umano per affiancare e sostenere le azioni eversive e terroristiche. Che alcuni settori più radicalmente operaisti della Cgil siano da sempre il serbatoio facile e comodo per infiltrazioni di potenziali e talvolta reali terroristi, è cosa risaputa da due decenni almeno. Io ho studiato a Pisa nella seconda metà degli anni Ottanta e tutti noi di Lettere e Filosofia sapevamo bene che la Cgil pisana accoglieva al suo interno leninisti con forti caratterizzazioni antagonistiche, pezzi di terroristi per dirla in breve. Chi si stupisce di ciò e grida allo scandalo, ignorando che questi signori hanno insultato Biagi, mettendolo nell'angolo, e continuando in questo lavoro di demolizione della sua memoria anche dopo il suo assassinio per mano appunto delle Br. Solo l'incoscienza e forse la falsa coscienza o coda di paglia di un vecchio comunista come Ingrao poteva giungere alla reductio del fenomeniche sta emergendo: «Quattro sciaguratelli». Lo stalinismo giustificazionista nella sua versione soft, appunto ingraiana. Ma le cose non sono così banalmente riducibili alla dissennatezza di qualche cretino, anzi, direi che, qualora si continuasse, a sinistra, questo giochetto di squallido tenore, si dovrebbe parlare di «cretinismo parlamentare», con riferimento alla peggiore sinistra dal 1948 ad oggi. Voci dissonanti ci sono state, anche voci filosofiche. Un filosofo italiano, per fare un solo esempio, Riccardo Debenedetti, ha scritto nel 2003 un importante saggio, dall'inequivocabile titolo: La fenice di Marx. Come e perché il comunismo vive ancora in mezzo a noi; di contro, la casa editrice Castelvecchi ha pubblicato i Libri del rogo di Toni Negri, tra cui il celeberrimo Il dominio e il sabotaggio: un'operazione a suo modo utile per capire chi fosse il cattivo maestro, ma anche un'operazione di marketing in un mercato assai ricettivo nei confronti di Negri, Scalzone, e tutti i vecchi arnesi della rivoluzione come prosecuzione inevitabile della Resistenza. Perché questo è il punto: il comunismo in Italia non è soggetto a falsificazioni perché è stato posto, dopo il 1948, nella teca della santità laica, con l'avallo del dossettismo militante e del progressismo radical-azionista.

Chi vince, si sa, scrive la storia e così oggi guai ad essere anti-comunisti; ergo, guai a toccare più di tanto i «compagni che sbagliano», per non parlare poi di avanzare critiche oltre una certa misura al sindacato comunista, la Cgil, che, sul suo sito, definisce «criminale» la legge Biagi. Guerrilla marketing, come dicevo sopra: congiuntamente al politicamente corretto. E non è allora un caso se Toni Negri nel saggio scritto insieme all'americano Hardt, ha dedicato molte pagine alla filosofia del marketing nella globalizzazione. Nella postmodernità - e Negri è interamente postmoderno fin dagli anni Settanta - c'è spazio per i mille meticciati possibili, per le Br e per la violenza verbale di Diliberto, tutto sempre contro chi osi azzardarsi a dichiararsi anti-comunista e a fare dell'anticomunismo un dovere morale e una prassi politica aperta e sistematica. Questo è il dato vero sul quale riflettere e, di fronte a questo fatto, occorre attrezzarsi di critica analitica e coraggio politico, perché questo è soltanto l'inizio. Lo dicevano anche i sessantottini, prefigurando la resa della civiltà europea all'antagonismo del 1977. Sì, quello celebrato da una giornalista salottiera e anti-berlusconiana insieme, guarda un po', a Scalzone. Il ritratto dell'Italia dei «costituenti» vittoriosi.

! Raffaele Iannuzzi
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