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Don Giussani e la passione del fatto cristiano

di Amedeo Costabile - 22 febbraio 2007

Domenica è andato in onda, durante la trasmissione «Vite straordinarie», uno speciale sulla figura di don Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, di cui oggi si celebra il secondo anniversario della morte. Don Giussani, per la verità, rispondendo ad una lettera di Giovanni Paolo II spiegò come, in realtà, egli non voleva «fondare» nulla, ma solo desiderava rendere Cristo presente fra i giovani in una società che si stava rapidamente secolarizzando. Ed in questo possiamo osservare il genio del profeta: egli infatti previde come una fede non razionalmente vissuta, una fede che non c'entrasse con la vita («un autentico delitto», per dirla con le parole del sacerdote brianzolo) non avrebbe resistito alle pressioni di un mondo dove tutto portava (e porta) a negare l'impatto esistenziale dell'incontro cristiano. A questo proposito, don Giussani dovette combattere anche contro una certa teologia (i cui frutti sono ben evidenti nelle parole del ministro Bindi, il quale suggerisce alla Chiesa di occuparsi delle cose di Dio piuttosto che di quelle degli uomini) tesa a disancorare, attraverso un principio di carattere gnostico, la cultura dalla fede, la verità dalla carità, riducendo in tal modo il cristianesimo ad una morale pietistica che lo rende subalterno al pensiero moderno.

L'opera di Don Giussani va dunque collocata in questo contesto di disarticolazione della fede e di scristianizzazione della società italiana. L'intuizione fondamentale della sua vita gli venne dalla lettura della poesia di Leopardi Alla sua donna, in cui nei versi «Se dell'eterne idee / l'una sei tu, cui di sensibil forma / sdegni l'eterno senno esser vestita / e fra caduche spoglie / provar gli affanni di funerea vita» gli parve di rileggere il prologo del vangelo di Giovanni, in cui il Verbo si fà carne e la Bellezza assume la forma umana, degnandosi di «provar gli affanni di funerea vita». In questo modo, il cristianesimo viene espresso in forma di estetica, piuttosto che di etica.

L'insegnamento di don Giussani va proprio al cuore del cristianesimo, all'esperienza vissuta dai due pescatori, Andrea e Giovanni, che nell'incontro con Gesù avvertirono l'eccezionalità di quella Persona: quella presenza suscitava una impensabile corrispondenza col cuore dell'uomo. L'incontro con Cristo, infatti, risponde a quelle esigenze di felicità, giustizia, e soprattutto di libertà intesa come perfezione, come soddisfazione piena, radicate nel cuore dell'uomo. Se nella cultura moderna la libertà è stata intesa (e fraintesa) come assenza di legami e di significato della realtà - cosa che, con un ingiustificato ottimismo, ha poi condotto alle tragedie del XX secolo - viceversa per don Giussani la libertà è il riconoscimento dell'appartenenza a Cristo e consiste nella capacità di raggiungere il Fine, il Destino, l'Altro. Per dirla con Dostoevskij, un autore da molto amato da Giussani, l'uomo si realizza in rapporto con l'infinito, che porta a compimento le esigenze fondamentali della persona umana. E da questa concezione della libertà non poteva che scaturire un impeto creativo nella persona, che ha condotto il fondatore di Cl a risolvere il rapporto fra società e Stato in senso marcatamente liberale: «Il nostro slogan è più società e meno Stato», scriveva ne Il rischio educativo.

Don Giussani ha operato in modo da riuscire a liberare i giovani dalla mentalità livellatrice ed omologante. E ciò è stato possibile unicamente partendo dall'incontro con Gesù Cristo, da cui scaturisce un giudizio libero sulla realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Don Giussani è riuscito a «innovare» il cristianesimo in continuità con la tradizione. In tempi difficili, egli ha «salvato» il cristianesimo portando Cristo direttamente nel cuore dell'uomo, non riducendolo ad organizzazione. Celebre ed emblematica è la conclusione di un discorso tenuto davanti a Giovanni Paolo II, con cui esprimeva tutta l'intensità e la passione del fatto cristiano: «Cristo mendicante del cuore dell'uomo e il cuore dell'uomo mendicante di Cristo».

Se il cristianesimo oggi sembra ritrovare un nuovo slancio nella società italiana; se una rinnovata unità del sapere appare come esigenza intimamente avvertita, necessaria dopo la crisi della cultura sganciata dalla rivelazione, è anche grazie alla testimonianza di don Giussani, intrecciata a quella di Giovanni Paolo II e, ora, al magistero di Benedetto XVI. E' nella loro opera che si ricucirà quello strappo fra l'umanità e la Chiesa che il poeta Eliot aveva così drammaticamente espresso quando si chiedeva se fosse stata l'umanità ad abbandonare la Chiesa o se, viceversa, la Chiesa avesse abbandonato l'umanità.

Amedeo Costabile

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