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numero 280
6 marzo 2008
 
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La rivoluzione copernicana del «Gius»

di Antonio Iannaccone - 22 febbraio 2007

Due anni fa, il 22 febbraio 2005, moriva don Luigi Giussani, un piccolo prete lombardo che contagiò prima Milano e poi l'Italia (e una discreta parte del mondo) con la sua proposta, rivoluzionaria e insieme antica: rivivere l'avvenimento della presenza di Gesù di Nazareth così come la vissero gli apostoli e i primi cristiani, cogliendo in quest'incontro reale e folgorante la risposta totale all'infinita domanda del cuore dell'uomo. Già in questa sintesi estrema si coglie l'elemento paradossale, che fu la caratteristica costante di Giussani e del movimento di Comunione e Liberazione che nacque dalla sua «ostinazione»: il tenere insieme la grandezza infinita dell'Io con l'affermazione totalizzante di un Altro, effettivamente presente accanto a me. Questa non era nient'altro che l'affermazione vissuta e convincente della proposta cristiana, ma ciò che fece la differenza con gran parte del mondo cattolico dell'epoca fu il fatto di riproporre questo paradosso, questa incomprensibile coincidenza di opposti, senza censurare nessun aspetto di questo mistero, ma anzi proponendolo nella sua irriducibile novità e alterità, come sfida all'uomo moderno che andava progressivamente allontanandosi dalla fede.

Così don Giussani poté presentare sé stesso e i suoi giovani come un'autentica «rivoluzione», seppure nella totale obbedienza alla tradizione: in un mondo che andava progressivamente affermando, con sempre maggiore radicalità, che «l'uomo è misura di tutte le cose», i ciellini vivevano accanto al «Gius» l'antica novità di una proposta alternativa, ovvero che «Cristo è la misura di tutte le cose» e che, in tal modo, anche l'uomo, misurato secondo questo metro rivoluzionario, acquisiva una grandezza incomparabilmente accresciuta. Questa fu quindi la rivoluzione copernicana di Giussani: aver riportato al centro dell'universo il cuore dell'uomo che domanda l'impensabile libertà e aver indicato, con una vita a fianco dei suoi giovani spesa goccia per goccia per questo scopo, la credibilità della pretesa di Cristo, come risposta a questa domanda.

In un mondo cattolico che annaspava, rispondendo al moralismo utopistico dell'uomo che costruisce il suo Bene con un freddo moralismo cristiano poco dissimile, Giussani irruppe tornando al passato e contrapponendo il consueto, affascinante paradosso: l'umanità migliore non si realizza cominciando a pensare agli altri, ma cominciando a pensare a sé, al proprio cuore e alla propria miseria che domanda l'infinito. Solo senza censurare nessun aspetto dell'umano, nessun aspetto dell'Io, era possibile per Giussani costruire un'umanità diversa, un'umanità riempita dalla risposta di Cristo e capace di vedere nel prossimo quella medesima infinita dignità riconosciuta su di sé. Un continuo rischio di una vita fondata sull'enigmatico uomo chiamato Gesù e sulla totalità della sua proposta: questo è quanto don Giussani lascia in eredità alla sua Chiesa. Noi, davanti agli occhi, abbiamo la bellezza di quanto lo Spirito ha saputo suscitare in un uomo.

! Antonio Iannaccone
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