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L'inevitabile conflitto del «cattolicesimo adulto» con il Papatodi Gianni Baget Bozzo - tratto da Il Foglio del 23 febbraio 2007 I rapporti tra Chiesa e Stato in Italia, dopo l'avvento della Repubblica, sono stati guidati dal partito cristiano, la Democrazia Cristiana, attorno a cui la Chiesa costituiva l'usbergo della unità dei cattolici. Era un uso discreto del potere indiretto della Chiesa sulle cose temporali e poteva essere accettato dai partiti laici che collaboravano con la Dc. Ed anche dalla opposizione comunista, che, votando l'articolo 7 della Costituzione, riconosceva che i Patti Lateranensi erano costituzionalmente protetti e che la revisione unilaterale delle norme concordatarie da parte dello Stato italiano sarebbe stata incostituzionale. Erano così riconosciuti di fatto la situazione unica dell'Italia in quanto sede di una realtà mondiale come il Papato e quindi i vincoli che politicamente dovevano esistere tra il Papato e la Repubblica. La Democrazia Cristiana costituì perciò il luogo di passaggio dei rapporti tra il Papato e lo Stato italiano in una forma che permetteva la mediazione tra i due principi implicati nel rapporto: l'obbedienza del cattolico alla Chiesa e i doveri del cattolico, e del politico cattolico, verso la Repubblica. Ciò consentiva di definire la Dc come partito laico nel senso ecclesiastico del termine. E i documenti ecclesiastici teorizzavano l'autonomia del cattolico nelle cose politiche, lasciando in ombra la necessaria obbedienza alla gerarchia nelle materie politiche in cui non era lecito al cattolico disubbidire. Il partito cristiano vincolava a un tempo la Chiesa verso lo Stato e lo Stato verso la Chiesa, era la camera di compensazione entro cui passava l'uso discreto del potere indiretto sulle cose temporali. Ed era messo in ombra il rapporto politico particolare tra il Papato e lo Stato italiano, espresso nei Patti Lateranensi. Il partito cristiano permetteva alla Chiesa di cedere sul fatto salvando il principio. Accadde così che governi diretti da democristiani introducessero le leggi sul divorzio e sull'aborto e le votassero in Parlamento, promuovendo subito dopo su di essi un referendum destinato a salvare proprio la figura del partito cristiano come tale, che non riconosceva il divorzio e l'aborto come sue leggi, ma le accettava come male minore protestando contro di esse. La Democrazia Cristiana era un sistema complesso, in cui l'autonomia delle realtà temporali e la pertinenza della politica ai laici cattolici lasciava in ombra il fatto che la gerarchia, e quindi il Papa, avesse la competenza delle competenze, potesse cioè giudicare i limiti dell'autonomia del partito cristiano e il nesso particolare del Papato con lo Stato italiano. La fine della Dc determinò un vuoto nei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica e la mediazione dei rapporti tra il Papato e lo Stato vennero affidati alla Conferenza Episcopale italiana. Ma questa Conferenza Episcopale era però un'eccezione alla regola comune, perché il suo presidente veniva nominato dal Papa. Per questo essa svolse la funzione di camera di compensazione tra la Santa Sede e la Repubblica. E apparvero quindi, al posto dei congressi democristiani, le assemblee ecclesiali, veri luoghi cui si esercitava la direzione politica dei cattolici italiani. Questo ruolo fu esercitato in modo efficacissimo dal cardinale Camillo Ruini. E così la Conferenza Episcopale più dipendente dal Papa divenne la vera camera di compensazione tra la Santa Sede e la Repubblica, gestendo in modo efficace il difficile cammino della politica italiana negli anni Novanta e negli anni Duemila. Tuttavia anche la situazione interna alla Chiesa è cambiata e l'interesse politico dei cattolici non è più legato al tema dei rapporti tra Chiesa e Stato, tra cattolicesimo e modernità, e ha interessi maggiori sul piano della vita spirituale e della vita sociale. I movimenti ecclesiali, caratteristici del pontificato di Giovanni Paolo II, sono assai diversi da quelli che precedentemente avevano determinato il sorgere dei partiti cristiani. Nasceva anche la convinzione che la Chiesa non doveva dare principi ma esempi, essere politicamente neutrale e agire solo sul piano della formazione spirituale delle coscienze e dell'assistenza sociale ai più poveri. E poteva nascere un pensiero secondo cui il cattolico in politica doveva essere in principio l'unico giudice delle sue azioni, praticando egli soltanto il principio di adattamento del pensiero cristiano alle realtà politiche. L'autonomia dei cattolici in politica era stato un principio del partito cristiano ma sempre unitamente collegato all'autorità della gerarchia. Ora si affermava invece una tesi secondo cui il laico divenuto «adulto» doveva liberarsi dalla soggezione al Papato e alla gerarchia ed essere egli il mediatore tra la Chiesa e la politica. Il potere indiretto della gerarchia sulle realtà politiche veniva dunque negato. E lo si poteva fare tanto più facilmente in quanto esso non era testimoniato pubblicamente dal linguaggio corrente dello stesso magistero ecclesiastico e nascosto nella figura del partito cristiano. La figura sociale della Chiesa era determinata dall'«opzione per i poveri», una forma molto più cauta delle forme di teologia politica nate in Germania e divenute poi teologia della liberazione in America Latina e nel mondo. In Italia il termine è assai più moderato, ma ci fu una scuola di pensiero che seppe dare ad esso forma di principio: la scuola di Bologna costruita attorno alla figura di don Giuseppe Dossetti. Qui era nata la dottrina della Chiesa dei poveri che non era certo l'evangelizzazione dei poveri ma, in una certa forma, l'evangelizzazione della Chiesa stessa, liberandola da ogni vincolo come potere temporale e soprattutto negando l'intervento magisteriale della Chiesa in materia politica e, ancora di più, il nesso particolare che il Papato aveva con l'Italia come base storica e sociale del primato. Dossetti pensava a una spiritualizzazione della Chiesa mediante il deperimento del Papato: la scuola di Bologna è divenuta il centro di diffusione dello «spirito del Concilio», cioè di una Chiesa liberata dalla monarchia papale e fondata dal governo dei vescovi. Dossetti svolse questa azione in forma criptica. Il pauperismo apparente del monachesimo dossettiano era un messaggio per una Chiesa non senza potere, ma con un potere affidato ai monaci e ai profeti da un lato e ai laici dall'altro. Non era, questa posizione, una connessione tra la Chiesa e la protesta sociale, non era cioè di sinistra in senso proprio, anche se ne usava le forme. Il messaggio di Dossetti era il deperimento del sistema romano visto come ostacolo alla spiritualità della vita ecclesiale. La politica italiana diventava con ciò la chiave dell'azione della scuola di Bologna. Il principio del potere indiretto della Chiesa sulle cose temporali e soprattutto la connessione storica permanente dell'Italia con il Papato non erano principi presenti nel comune linguaggio, erano rimasti velati sia dalla Democrazia Cristiana che dalla gestione accorta della Conferenza Episcopale italiana. Ma l'obiettivo della scuola di Bologna è la messa in crisi del sistema romano, da realizzarsi mediante la negazione del nesso particolare della Chiesa con l'Italia. Da questo punto di vista, l'affermarsi di una politica non più disposta a riconoscere in principio il nesso dell'Italia con il munus petrinum diveniva un obiettivo principale, avente per oggetto la Chiesa nel suo insieme. La cancellazione o la riduzione del nesso petrino tra la Chiesa e l'Italia indeboliva il Papato nel suo potere sulla Chiesa universale. La fine della Dc consegnava il Paese alla tradizione del Pci e alla sinistra democristiana di base, che era la meno confessante delle correnti democristiane, quella che si definiva come corrente laica benedetta da Eugenio Scalfari. Quando l'alleanza di Occhetto e di Martinazzoli venne sconfitta nel '94, Giuseppe Dossetti scese in campo per attaccare la nascita non prevista del centrodestra e per piantare il ramoscello dell'Ulivo, fondando contro Berlusconi, Bossi e Fini i comitati per la difesa della Costituzione. La linea di Dossetti poteva essere prevalente nel mondo cattolico italiano, perché né il principio del potere della Chiesa sulle cose politiche, né il ruolo particolare del rapporto dell'Italia con il Papato erano stati promossi nel tempo della Dc. Accadde così che il linguaggio corrente del mondo cattolico italiano, sensibile allo spirituale e al sociale, non era disposto a rendere formali i due principi del potere indiretto e del nesso petrino con l'Italia. La sconfitta del centrodestra alle elezioni del 2006 ha reso di nuovo attuale il tema dei rapporti tra Chiesa e politica italiana. Romano Prodi è la figura simbolo del dossettismo: tutta la sua autorevolezza nasce dal fatto di essere «cattolico adulto», fondato sul principio della totale esclusione del potere indiretto della Chiesa sulle cose estermporali. «Adulto» nel senso di libero dalla gerarchia pur nel formale ossequio ad essa. Ora è il Papato stesso a dover entrare in conflitto contro il cattolicesimo adulto, che svincola i rapporti dello Stato con la Chiesa e dell'Italia con il Papato. Ciò è già avvenuto nel referendum sulla procreazione assistita, in cui la Conferenza Episcopale italiana ha invitato all'astensione e non al voto contrario, contando su un consenso degli italiani non sui principi ma sul fatto del referendum stesso. Il partito cristiano, la Dc, era stato creato da De Gasperi nel '48 come aperto a tutti i non credenti sul piano della difesa della libertà. Era su questo zoccolo duro del popolo, piuttosto che sulla cultura cattolica, che si era basata la forza del partito cristiano. E questa venne evocata appunto nel referendum sulla procreazione assistita. Ora il tema delle coppie di fatto è divenuto il simbolo di due tesi: quella della totale autonomia del laicato cattolico in politica e quella della negazione del nesso dell'Italia con il Papato. Di fronte alla proposta delle legge sulle unioni di fatto, i due princìpi vengono posti in causa spontaneamente ed il Papato è chiamato a intervenire. Si è notato come la Chiesa abbia reagito in forma assai diversa sulle coppie di fatto in Italia rispetto agli altri Paesi europei in cui è avvenuto il riconoscimento. Il punto centrale della questione è appunto evitare che il riconoscimento delle coppie di fatto indebolisca il riconoscimento della famiglia fondata sul matrimonio come forma del rapporto sociale in Italia. Ma qui interviene il principio che la Chiesa è una autorità morale, civile e sociale che ha il diritto di ordinare ciò che conviene alla vita umana nei punti esenziali in cui essa si pone come fondamento della società.
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Ragionpolitica, periodico on line n.200 del 20/2/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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