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numero 280
6 marzo 2008
 
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Vittorio Feltri e Renato Brunetta

Le Coop rosse

Il più grande conflitto di interessi nell'Italia del dopoguerra

recensione di Mario Secomandi - 27 febbraio 2007

Vittorio Feltri e Renato Brunetta, nel loro Manuale di conversazione politica appena uscito nelle edicole dal titolo Le Coop rosse - Il più grande conflitto di interessi nell'Italia del dopoguerra, mettono bene in evidenza come l'intreccio tentacolare e di potere tra Coop rosse, partito (Pci-Pds-Ds) e governo rappresenti un elemento incompatibile con la vigenza di un sistema davvero democratico e liberale. Le Coop rosse, che per come sono oggi gestite e per il loro essere parte integrante di un grandissimo sistema di potere, sia palese che occulto, rappresentano un'anomalia tutta italiana, si sono ridotte ad essere delle vere e proprie aziende capitalistiche governate strategicamente con la conseguenza di provocare l'arricchimento di voti e risorse per il partito post-comunista, il Ds, il quale, a sua volta, non esita a ricambiare tale favore con l'elargizione di privilegi di ogni tipo, legislativi come fiscali ecc. Accade infatti che la Coop finanzi il partito prima delle elezioni, ed il partito, dopo aver preso il potere, nel momento in cui deve formarsi la giunta locale od il governo nazionale, tra i suoi primi atti vi inserisca il finanziamento delle Coop con il denaro pubblico, il coinvolgimento nei grandi ed appetitosi appalti ed in grandi operazioni definite con accordi internazionali.

Non si venga allora a parlare di conflitto di interessi di Berlusconi, quando c'è invece questo gigantesco conflitto di interessi che consiste nell'aver creato, da parte della sinistra post-comunista, un sistema di capitalismo di Stato e di Regione, potremmo dire un vero e proprio regime capital-comunista, in cui il partito-azienda - un apparato dove si intrecciano gli interessi ed affari economici e l'egemonia politica, ed in cui gli stessi uomini hanno ruoli dirigenti nei Ds e nelle Coop, con un andirivieni da fatturati plurimiliardari - si ingrandisce e prospera a beneficio degli stessi diessini e Company.

Il legame tra le Coop rosse e la sinistra ha dato vita ad un impero politico-finanziario-aziendale. I numeri parlano chiaro: la Legacoop, che ha un giro d'affari di 45,7 miliardi di euro l'anno (cioè 90 mila miliardi di lire), costituisce poco più del 3 per cento del Pil, conta 401 mila dipendenti, 7 milioni e 350 mila soci e 15.200 Coop aderenti, deve essere considerata alla stregua di un big dell'economia nazionale. Mediaset ha invece un fatturato annuo pari a 3 miliardi di euro (6 mila miliardi di lire), dunque molto, ma molto inferiore a quello delle Coop rosse.

Il conflitto di interessi delle Coop rosse è rinvenibile ad esempio nel decreto Bersani sulle liberalizzazioni, che rappresenta l'ennesima dimostrazione di come la sinistra avvantaggi la grande distribuzione (legata alle stesse Coop) a discapito del ceto medio e basso non statalizzato e non incorporato negli apparati della sinistra, dai piccoli e medi imprenditori ai giovani non ancora occupati: insomma, chi non è del giro della sinistra è escluso, emarginato e senza chance di sviluppo e prosperità in un sistema non libero ma chiuso. Altro che vere privatizzazioni e concorrenza. Il fatto di far vendere farmaci, benzina e giornali nei supermercati non è che la cartina di tornasole di come la sinistra non voglia favorire ed aiutare i piccoli ed i deboli, ma continuare ad accrescere il potere egemonico dei forti (grande distribuzione controllata dalla sinistra e le Coop rosse).

Altro esempio di conflitto di interessi, questa volta di raggio e valenza internazionale, è quello relativo alla Hera Spa, la super municipalizzata di Bologna e dell'Emilia Romagna, che ha le Coop nel Cda e che il governo Prodi ha senza troppi problemi e scrupoli inserito come azionista di spicco, accanto all'Eni, nel recente accordo quindicennale con l'Algeria per l'importazione di gas. Qui non si vuol sparare a zero sull'esistenza del movimento cooperativo, che ha origini liberali, cattoliche e socialiste e la cui forma d'impresa è tutelata dall'art. 45 della Costituzione, ma solo sottolineare la necessità di risolvere al più presto l'anomalia di una cooperazione, come quella rossa, che mette cittadini, consumatori e produttori al servizio degli interessi clientelari delle oligarchie di partito della sinistra. Nel tempo della globalizzazione e dell'integrazione europea, non è affatto un male pensare alla dimensione dei diritti e del sociale, così come a nuove forme di partecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa, per perseguire nuove declinazioni del principio del «mutuo soccorso» e migliorare le condizioni delle classi meno abbienti. Ma occorre ridefinire le regole.

Nelle Coop rosse accade che il management divenga autoreferenziale, facendo alleanze fino ad identificarsi col potere politico-partitico, con tutto quel che ne consegue in termini di mancanza di trasparenza ed accountability, disparità di trattamento rispetto alle società di capitale e commistione degli interessi con le amministrazioni pubbliche e le società pubbliche <alleate». Il danno viene arrecato ai soci delle Coop, che, rispetto agli azionisti delle società di capitali, non hanno veri poteri di controllo sul management. Occorre allora riportare la cooperazione alla sua finalità originaria d'aggregazione dei lavoratori su progetti d'impresa, avulsi da spericolate operazioni finanziarie e speculative, ed all'insegna di un recupero del principio dell'etica mutualistica e di un riformismo liberale che metta finalmente la cooperazione al servizio dei cittadini, consumatori e produttori.

! Mario Secomandi
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Le Coop rosse
  • Autore:
    Vittorio Feltri e Renato Brunetta
  • Editore:
    Libero free
  • Prezzo: 3,00 €
  • Pagine: 311

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Ragionpolitica, periodico on line n.201 del 26/2/2007
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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