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Verso le cose stessedi Raffaele Iannuzzi - 27 febbraio 2007 L'identità determina il comportamento. E' una regola aurea che vale per i singoli e per i gruppi, le società, i partiti. Ebbene, prendendo spunto da un acuto intervento di Pelanda, che traccia una linea di demarcazione politica da considerare attentamente, mi domando: qual è oggi l'identità politica del centrodestra? La crisi di governo, emergente come un pezzo della crisi di sistema e della crisi nazionale che da tempo segna la vita del Paese, ha visto un centrodestra ancora una volta incapace di andare al fondo delle questioni. Sembra che una sorta di perrenne dubbio amletico affligga la mentalità collettiva della nostra area politica e del nostro partito. Non riusciamo a giudicare con la dovuta radicalità ed oggettività le vicende politiche del Paese e continuiamo a manifestare sovente un atteggiamento moralistico nei confronti di ex alleati che ormai non hanno più niente a che fare con noi. L'atteggiamento di fondo è segnato da un deficit di decisionismo ed una carenza analitica, seriamente analitica, solidamente ancorata alla realtà effettuale, per dirla con Machiavelli. Se vi fosse una posizione realistica, non vi sarebbe difficoltà alcuna a chiudere la partita con l'Udc in ogni sua versione, da quella casiniana a quella buttiglioniana, per non parlare infine di Follini, che sta tentando un'operazione neocentrista soltanto per assicurare esistenza storica ad un cuneo politico da interporre tra le coalizioni. Una radicalità di questa natura sarebbe il massimo del realismo e farebbe respirare il nostro popolo, che non ne può più di attendismi e mediazioni sterili, finalizzate alla ricerca di un non meglio definito «equilibrio» e «senso di responsabilità». E' forse responsabile lasciare il Paese nelle mani di Prodi e compagni? E' forse responsabile lasciare che un partitino del 6% determini lo stato d'animo della nostra coalizione? E' infine serio non prendere in considerazione gli umori genuini del popolo del 2 dicembre, di piazza San Giovanni, che prima viene convocato al grido di «mandiamo Prodi a casa!» e poi viene ignorato perché, questo è il mantra del gruppo dei «responsabili> di professione, non ci sarebbero le condizioni per andare alle urne, ora, in questo momento storico. Non è così. Ma, anche ammesso che questa crisi ci avesse trovati impreparati, non sarebbe l'ora di prendere il toro per le corna e spingere in avanti il processo di convergenza tra Fi e An, così da costruire un soggetto politico capace di produrre un'alternativa di governo per questo Paese? Io non mi sono mai eccitato per la prospettiva del cosiddetto partito unitario, ma se le cose continuano ad andare avanti così, tanto vale andare avanti su questa strada, purché alla nostra gente tocchi qualcosa che possa seriamente avvicinarsi ad una strategia politica omogenea. Un paradosso grava sulla destra italiana: omogenea nei valori e negli orientamenti di fondo, è divisa poi sull'azione concreta e sui movimenti tattici che, di volta in volta, si mostrano come occasioni storiche e politiche. Non credo che si tratti soltanto di un deficit politico, ritengo che giochino ancora dei non digeriti complessi di inferiorità nei confronti della sinistra, pur ridotta a pezzi e ormai alla canna del gas. Chi è disposto a dire che in Afghanistan si combatterà presto un'altra guerra anche con i nostri soldati? E chi se la sente di affermare che oggi il progetto politico della destra, in ogni sua componente, non può spezzettarsi in mille rivoli, con correnti e correntine, dai riformisti ai cattolici liberali, ma deve puntare alle cose stesse, per dirla con Husserl, alla sostanza delle questioni, a cominciare dallo smantellamento del ceto medio e dell'economia, per chiudere con la disgregazione della famiglia? Infine: è mai possibile che non si riesca ad impostare uno straccio di riflessione comune su cosa sia oggi la «laicità» e si debba assistere ad ogni piè sospinto ad una ridda di affermazioni contrastanti e spesso francamente prive di fondamento? La laicità si fonda sul diritto naturale, il medesimo fondamento della civiltà occidentale, del diritto di proprietà e della persona umana nella sua dimensione sociale. Se questo è chiaro, come dovrebbe essere, allora ne consegue che non può continuare a sussistere un pezzo dei centrodestra che continua ad avere sindromi di Porta Pia rivedute e corrette, manifestando sì la disponibilità ad ascoltare il Papa e i Vescovi, ma sentendosi poi minacciato nella sua «verginità» di laico: la laicità è competizione delle idee su un fondamento comune di civiltà. Si rifletta bene sulla posizione di Ostellino sui Dico, espressa ieri in una bella intervista all'Avvenire. Dunque: andiamo dritti verso le cose concrete! Partire dalle cose con l'orientamento unitario, cioè orientarsi nel pensiero e nell'azione concreta, senza impelagarsi in astratti costruttivismi che manifestano soltanto il sentimento di colonizzazione della maggior parte del sentire del centrodestra, perché quest'operazione è di retroguardia e conduce ad un vicolo cieco. E pluribus unum. Dalla molteplicità si deve cogliere l'unità. Il pluralismo senza principi comuni è la notte in cui tutte le vacche sono nere. E intanto quelli continuano a governare contro il popolo italiano. E' responsabile lasciar fare?
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Ragionpolitica, periodico on line n.201 del 26/2/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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