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numero 280
6 marzo 2008
 
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Contrordine compagni

di Alessandro Gianmoena - 27 febbraio 2007

Le parole di Fausto Bertinotti, espresse nell'intervista al suo giornale di partito, recitano il Requiem della sinistra intesa come forza di governo. La sua analisi si incentra sulla dose di «antipolitica» presente nel panorama politico a partire dalla fine del Novecento, che vede come unico terreno di confronto-scontro il rapporto tra governo e opinione pubblica, essendo cadute le grandi strutture organizzative dei partiti della Prima Repubblica. Sebbene la sua analisi partigiana ponga ancora la sinistra come occhio del mondo, egli evidenzia il vulnus che lacera la sinistra nel suo insieme, sia essa radicale che moderata: l'antipolitica. Egli associa a questa parola il contenuto di chi intende il governo come fine, sottovalutando l'approccio identitario che fonda una visione del mondo. L'utopia che fu il cuore pulsante del partito rivoluzionario del Novecento, secondo Bertinotti, oggi si declina nella realtà con la contestazione alla globalizazione in virtù di «un altro mondo è possibile». La crisi della sinistra, quindi, si concentra nell'ala moderata poiché non possedendo una visione del mondo definita non ha una cultura politica di riferimento, ma solo una prassi di governo che si riduce alla conservazione dell'esercizio del potere.

Dobbiamo intendere quindi che Bertinotti identifichi le radici del nuovo governo Prodi nell'antipolitica, un Prodi che fa confluire nella sua persona tutte le voci discordanti dell'Unione. Un'operazione che, se da una parte è finalizzata alla tenuta del governo dall'altra provoca una crisi della democrazia. E se non manca una critica verso i propri compagni della sinistra radicale, che Bertinotti giudica alla stregua dell'eroico Tecoppa che pretendeva che gli avversari spadaccini rimanessero immobili per poterli infilzare e che non riescono ad intercettare pienamente i movimenti della società, la critica avanzata all'ala moderata dell'Unione fa capire come a sinistra manchi una cultura politica in grado di esprimere una visione propria del mondo se non quella dell'antagonismo alla globalizzazione.

Le parole del Fausto sollevano il cuore del problema, quello di una politica che diviene sempre più mediocre. Quale cultura politica ha la sinistra moderata? Quale modello di riferimento possiede la socialdemocrazia nel tempo della globalizzazione? Possiamo ancora parlare di socialdemocrazia o ha senso definirla come moderatismo dell'antagonismo? L'avvento della globalizzazione ha rinnovato le motivazioni politiche tra chi era contro il capitalismo e chi cercava di difenderlo.

L'antagonismo è di fatto la rinnovata espressione del marxismo nella società globale, una cultura sostitutiva dei cardini su cui si organizza la nostra società. Affermare che «un altro mondo è possibile» significa porsi un orizzonte più ampio rispetto alla prassi di governo. Il movimento di lotta e di governo che Bertinotti coniò per la sinistra massimalista in realtà predilige il primo termine come linguaggio identificante, mentre il secondo è un mero strumento di opposizione allo sviluppo della società globale. L'unione tra antagonisti e moderati scorre lungo il filo che li tiene uniti al governo, laddove i Ds divengono la cerniera tra la massa rivoluzionaria e la società.

La crisi del governo Prodi di fatto sottende ciò che Bertinotti afferma, ossia una crisi di cultura politica a sinistra. Il collante che tiene unito l'elettorato della sinistra radicale e quello dell'ala moderata si fonda su una scelta nostalgica di appartenenza a ciò che fu un tempo la sinistra e l'odio antiberlusconiano, che incarna il modello sociale vincente della società globale. Mentre questo collante costituisce il punto di convergenza culturale, esso diviene il punto di divergenza politica tra le due sinistre nel momento in cui il governo Prodi si deve attenere alle dinamiche economico-sociali che l'Europa e la globalizzazione impongono ad uno Stato occidentale. Il futuro è un orizzonte solo per chi sceglie l'antagonismo, è un eterno presente per chi sceglie il moderatismo, poichè quest'ultimo vive del compromesso permanente con la realtà. Le due sinistre hanno bisogno l'una dell'altra poiché la prima fornisce un'identità alla seconda, che media con il mondo. Ma ciò produce una fragilità politica che rende l'Unione una forza di governo perennemente instabile in un economia di mercato come l'Italia.

In realtà la sinistra opera attraverso tre soggetti che la compongono: l'ideologismo dell'antagonismo, la conservazione degli interessi sociali del sindacato e la mediazione con la società plurale dell'ala moderata. Il caleidoscopio della sinistra fa leva sull'istanze terzomondiste, pacifiste, anticapitaliste, antioccidentali della sinistra antagonista. Essa lascia il timone del governo alla sinistra moderata che ha uno spazio di azione limitato poiché il sindacato e l'antagonismo alla sviluppo della società globale espresso dalla sinistra radicale la condizionano a tal punto da non essere credibile come forza di governo. Uno schema che giova ai sogni di Bertinotti, che sa bene che la cultura politica predominante a sinistra, nel tempo della globalizzazione, è il suo antagonismo, che si aggrappa al miraggio secondo cui un'alto mondo potrebbe essere possibile.

! Alessandro Gianmoena
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