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Il Tribunale penale internazionale e i crimini di guerra in Darfurdi Anna Bono - 1 marzo 2007 Il 27 febbraio il Tribunale penale internazionale dell'Aia (TPI), creato dalle Nazioni Unite per giudicare casi di genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità in sostituzione delle magistrature locali qualora queste non siano in grado o non intendano operare, ha annunciato di aver raccolto, dopo quasi tre anni di indagini e oltre 70 missioni in 17 Paesi, prove sufficienti per incriminare due cittadini sudanesi di gravi violazioni dei diritti umani in Darfur, la regione occidentale del Sudan in guerra dal gennaio 2003. Il primo è Ali Kushayb, il «colonnello dei colonnelli» delle milizie arabe janjaweed, i cosiddetti «diavoli a cavallo», principali responsabili delle violenze contro la popolazione civile del Darfur. I documenti raccolti dal TPI provano che ha ordinato ai propri soldati di «vittimizzare la popolazione civile con stupri di massa e con altre offese sessuali, uccisioni, torture, atti inumani, saccheggi delle abitazioni e dei mercati, il dislocamento delle comunità residenti e altri atti criminali». Il secondo accusato è Ahmad Muhammad Harun, ex ministro degli Interni e attuale ministro degli Affari Umanitari del governo di Khartoum. In qualità di ministro degli Interni era anche a capo del Darfur Security Desk e, a quanto pare, ne approfittò per incitare i janjaweed a colpire i civili in quanto sostenitori dei movimenti armati anti-governativi. A suo carico il TPI porta testimonianze quali il testo di un discorso da lui pronunciato nell'agosto del 2003, nel quale, tra l'altro, affermò: «Dal momento che i bambini Fur (l'etnia che dà il nome alla regione, nda) erano divenuti ribelli, tutti i Fur e quel che possedevano erano diventati bottino dei "diavoli a cavallo"». Molti hanno accolto la notizia dell'incriminazione con entusiasmo, come se ci si trovasse di fronte a una svolta decisiva nella crisi del Darfur. In realtà, solo una sconfinata ingenuità può spiegare tanta fiducia. I giudici del TPI dovranno ora decidere come procedere per assicurare alla giustizia i due indagati. «Se i giudici accerteranno che vi sono basi ragionevoli per ritenere che gli individui citati hanno commesso i crimini presunti, decideranno il modo migliore per garantire la loro comparsa dinnanzi alla corte»: così è scritto nella nota diramata dal TPI ed è esattamente questo il punto dolente. Il Tribunale penale internazionale tanto atteso e operativo ormai dal 2002 - in Italia si batterono per la sua costituzione i Radicali, Emma Bonino in testa, che ne salutarono trionfalmente la costituzione - non ha strumenti per garantire la cattura, la presenza in aula e quindi lo sconto della pena dei soggetti che decide di giudicare. Il governo del Sudan ha immediatamente ribadito quanto affermato più volte in passato, vale a dire che il TPI «non ha giurisdizione per giudicare nessun cittadino sudanese per qualsivoglia crimine» e che la magistratura sudanese è «sufficientemente indipendente e imparziale» per agire secondo giustizia. Ha proclamato inoltre la propria «volontà e capacità di sottoporre a procedimento penale i responsabili dei crimini commessi nel Darfur» senza bisogno di ricorre ad altre istituzioni. Il ministro della Giustizia sudanese, Mohamed Ali al Mardh, ha infine replicato che le prove fornite dal procuratore generale del TPI, Luis Moreno-Ocampo, sono tutte false perché «fornite da persone che usano le armi contro lo Stato, contro i civili e uccidono innocenti in Darfur». D'altra parte, secondo Khartoum non è neanche vero che la guerra ha causato 2,5 milioni tra profughi e sfollati e alla cifra di 250.000 vittime civili fornita dall'ONU oppone dati che ridimensionano il numero dei morti portandolo al massimo a 9.000. La reazione di Khartoum era prevedibile: tutti sanno che ad armare i janjaweed è lo stesso governo sudanese, che sta realizzando un processo di arabizzazione del Paese di cui già fecero le spese le popolazioni del sud durante la guerra terminata nel gennaio 2005 dopo decenni di combattimenti e stragi. È difficile immaginare quali efficaci strumenti di pressione non militari possano adesso escogitare i giudici dell'Aia e le Nazioni Unite nei confronti di un Paese potente, grande produttore di petrolio, membro della Lega Araba, della Conferenza Islamica e presto anche dell'OPEC. A neutralizzare eventuali embarghi e sanzioni è pronta a intervenire la Cina, che sempre difende il Sudan in Consiglio di Sicurezza e ormai acquista il 60% della produzione di greggio sudanese.
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Ragionpolitica, periodico on line n.201 del 26/2/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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