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numero 280
6 marzo 2008
 
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Chi era Luigi Calabresi?

di Rita Bettaglio - 6 marzo 2007

Una mattina di 35 anni fa venne ucciso, colpito alle spalle proprio sotto casa, un poliziotto fuori dal comune. Si trattava del commissario Luigi Calabresi, vice responsabile della squadra politica (attuale Digos) della Questura di Milano. Egli era appena uscito dalla propria abitazione, in Via Cherubini, a Milano, e stava aprendo la portiera della propria auto, una Fiat 500. Alcuni colpi di pistola alle spalle per il commissario mite e discreto, da troppo tempo oggetto di odio feroce e di una campagna di stampa infamante. Lotta Continua, giornale della sinistra extraparlamentare, grondava odio e coltivava apertamente sogni «giustizialisti» contro di lui: «Lotta continua ne auspicò, fin dal primo istante, una sola cosa: la morte», scrive la vedova, Gemma Calabresi, nel bellissimo libro Mio Marito (Edizioni Paoline, 1990), purtroppo esaurito. Di Calabresi fu detto di tutto, fino all'inverosimile: fu accusato, lui che non mise mai piede in America (il passaporto lo prova), di appartenere alla Cia, di essersi formato negli Usa e di aver reso importanti servizi al generale Edwin A. Walker, uomo di Barry Goldwater. Lo chiamarono «il marine dalla finestra facile», accusandolo di aver defenestrato l'anarchico Giuseppe Pinelli nel corso di un interrogatorio presso la Questura di Milano nel 1969, reato di cui fu riconosciuto innocente dal Tribunale di Milano. Fu un'assoluzione postuma, che arrivò a tre anni dalla morte di Calabresi.

Luigi Calabresi, per il cui omicidio furono condannati gli ex militanti di Lotta Continua Leonardo Marino, Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, fu ucciso non una, ma almeno due volte: una attraverso il linciaggio mediatico cui fu sottoposto e l'altra sotto il piombo dei sicari quel 17 maggio 1972. E continua ancor oggi a venire ripetutamente ucciso: da chi? Da chi ha concesso, nel giugno 2006, la grazia a Bompressi ed ha «dimenticato» di comunicarlo alla signora Calabresi, che lo ha appreso dalla stampa, da chi attraverso il web continua ad infangarne la memoria, da chi, come il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà, ha recentemente annunciato la realizzazione di una fiction su Calabresi basata sul già citato libro della vedova, senza che lei ne sapesse nulla.

Ma chi era veramente Luigi Calabresi, l'odiato «sbirro» che sbirro non fu mai? Nato a Roma il 14 novembre 1937, frequentò il liceo classico e si laureò in giurisprudenza. Di formazione marcatamente cattolica, incontrò nel periodo universitario l'«Oasi», movimento cattolico fondato dal gesuita padre Virginio Rotondi. Egli e Mons. Innocenti, il sacerdote romano che ne fu confessore, hanno lasciato testimonianze inequivocabili del cammino cristiano del giovane Luigi: «Era il migliore fra tutti, per chiarezza di idee, per profondità di riflessioni». La decisione di entrare in polizia, dopo aver preso in seria considerazione per ben due volte il sacerdozio, ebbe il sapore di una «vocazione». Il futuro commissario sentiva, con profonda e meditata convinzione, di essere chiamato a dare testimonianza di fede in Polizia: «Anche nella Polizia c'è bisogno di testimonianza cristiana», disse una volta Calabresi. E questa testimonianza egli la diede fino in fondo, soprattutto nel tremendo periodo della campagna diffamatoria che aveva contagiato anche parte dell'intellighenzia del tempo. Come ricorda Michele Brambilla nel suo Eskimo in redazione (Edizioni Ares, Milano) furono 800 gli intellettuali che firmarono un documento, pubblicato sull'Espresso il 13 giugno 1971, in cui Calabresi venne definito «commissario torturatore» e il «responsabile della fine di Pinelli». Tra di loro corre obbligo di ricordarne alcuni: oltre al giovane Mieli, troviamo i più attempati Norberto Bobbio, Alberto Moravia, Umberto Eco, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, Furio Colombo, Livio Zanetti, Pier Paolo Pasolini, Lucio Colletti, Carlo Rossella, Toni Negri, Camilla Cederna, Tiziano Terzani, Massimo Teodori, Giorgio Amendola, Giancarlo Pajetta, Federico Fellini, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Carlo Rognoni, Bernardo Bertolucci, Carlo Lizzani, Liliana Cavani, Luigi Comencini, Paolo e Vittorio Taviani, Gillo Pontecorvo, Marco Bellocchio, Ugo Gregoretti, Nanni Loy, Giovanni Raboni, Giovanni Giudici, Renato Guttuso, Andrea Cascella, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Carlo Levi, Vito Laterza, Giulio Einaudi, Inge Feltrinelli, Franco Antonicelli, Lucio Villari, Paolo Spriano, poi Giulio Carlo Argan, Fernanda Pivano, Gillo Dorfles, Morando Morandini, Luigi Nono, Margherita Hack, Gae Aulenti, Giò Pomodoro, Paolo Portoghesi, Dacia Maraini, Enzo Siciliano, Alberto Bevilacqua, Franco Fortini, Angelo M. Ripellino, Natalino Sapegno, Primo Levi, Enzo Enriques Agnoletti, Lalla Romano, Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Sergio Saviane, Giuseppe Turani, Carlo Mazzarella, Andrea Barbato, Vittorio Gorresio, Bruno Zevi, Grazia Neri, Franco Basaglia, Carlo e Vittorio Ripa di Meana, Paola Pitagora.

L'amico Enzo Tortora così scrisse di Luigi Calabresi il giorno successivo la sua morte: «Credeva in Dio, fermamente. Quando una volta gli chiesi, nel periodo più buio delle accuse, degli attacchi, degli insulti, come faceva a resistere, senza mai un cedimento di nervi, senza uno scatto, a quell'autentico linciaggio morale a cui era sottoposto, mi rispose sorridendo: "È semplice. Credo in Dio. E credo nella mia buona fede. Non ho mai fatto nulla di cui possa vergognarmi. E non odio nemmeno i miei nemici; ho angoscia per loro, non odio. È una parola - odio - che proprio non conosco».

Quando morì Calabresi aveva 34 anni e lasciava una moglie, due figli piccoli ed uno in arrivo: nascerà dopo pochi mesi e Luigi, che aveva scritto «Per quanto mi riguarda, darò a mia moglie (io non so chi è, come si chiama, dove vive, ma so che in qualche posto vive) un amore cristiano; e avremo subito figli, e saranno molti, e li cresceremo», non ebbe modo di dargli neppure un bacio di benvenuto in questo mondo. Qualcuno glielo negò.

Si è parlato di recente di istruire il processo di beatificazione del cristiano Luigi Calabresi, di professione commissario di Pubblica Sicurezza: l'iniziativa spetta alla diocesi ambrosiana, dove Calabresi morì. Manca il nulla osta dell'arcivescovo di Milano, card. Tettamanzi, il quale, però, ha dato l'impressione di nicchiare. A chi ha raccolto negli anni un mare di documentazione sul commissario romano, il presule ambrosiano ha risposto che l'inizio della causa di beatificazione potrebbe «originare polemiche». Trattasi, come pare di capire, di martire «scomodo».

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