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numero 280
6 marzo 2008
 
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Gas russo e sicurezza energetica in Europa

di Raffaele Boldracchi - 8 marzo 2007

Alla base della politica energetica dell'Unione europea si trova il soddisfacimento della sicurezza intesa come certezza delle forniture e affidabiltá delle infrastrutture utilizzate per il trasporto delle fonti energetiche, in un contesto di protezione ambientale (Comunicazione al Consiglio europeo ed al Parlamento europeo, Una politica energetica per l'Europa COM(2007)1). La sicurezza energetica globale di questo inizio millenio tende a ridursi, col passare degli anni, non solo per l'accresciuta tensione nelle zone di transito delle infrastrutture per il trasporto di petrolio e gas verso i principali consumatori, ma anche in ragione dell'inevitabile esaurimento delle riserve di idrocarburi¹.

La Russia é il principale produttore mondiale di gas e, da alcuni anni, conduce una sorta di partita a scacchi fatta da aperture, controaperture ed arrocchi con la UE e con i paesi posti ai suoi confini occidentali (Bielorussia, Moldova e Ukraina), facendo essenzialmente leva sulla loro dipendenza dalle forniture di gas russo. Questa nota descrive (a)l'attuale strategia energetica della Russia e (b)le relazioni UE-Russia nel settore energetico.

La strategia energetica della Russia di Putin si é profondamente modificata, negli ultimi anni, integrandosi strettamente alla sua politica estera. Percepire la Russia un «impero energetico mondiale», animato da una sorta di revanchismo geopolitico da cui potrebbero dipendere le sorti dell'Europa, é una delle considerazioni che sempre piú osservatori internazionali fanno propria, sollevando inquietudini sulle reali intenzioni e possibilitá della nuova strategia settoriale russa, a volte percepita come una minaccia alla sicurezza energetica europea. Anche grazie anche al sistematico monitoraggio assicurato dall' «Institute of Energy Policy» di Mosca - un think-thank russo indipendente che, sotto la guida dell'ex vice Ministro dell'Energia Vladimir Milov, analizza le strategie energetiche nazionali (www.energypolicy.ru ) - é possibile tracciare un interessante quadro della strategia energetica russa di questo inizio millennio.

Mentre, fino al periodo 2000-2001, la leadership russa non considerava sostenibili i prezzi crescenti di gas e petrolio, dal 2002 il consolidarsi della percezione che i prezzi sarebbero rimasti elevati per lunghi periodi portó a due decisioni:(a)fermare il processo di privatizzazioni nel settore al fine di rinforzare il ruolo dello Stato nel risiko energetico globale di inizio millenio, e (b) fare leva sul totale controllo statale del transito del gas verso la UE ed i paesi limitrofi facendo balenare, nel contempo, la possibilitá di una diversificazione del suo export verso i nuovi mercati di Cina ed India, ad evidente discapito del soddisfacimento della domanda europea.

La produzione petrolifera legata alle attivitá di imprese private e indipendenti é indubbiamente diminuita, in maniera considerevole, precipitando dall'83% del 2004 al 42% del 2006. In parallelo, abbiamo assistito al maggiore ruolo giocato dalla imprese statali, Gazprom in primis. Solo nel 2006 abbiamo assistito all'acquisto, da parte di Gazprom, del Beregovoye gas field da Sibneftegaz, del South Tambey gas field da Yamal LNG, del 19.9% delle azioni di Novatek e, infine, del gas prodotto dalla Lukoil nella depressione di Bolshekhetskaya. Secondo l'Istituto presideuto da Milov, Gazprom sarebbe in procinto di acquistare dalla TNK-BP i campi di produzione di Kovykta e Independent gas producers sector in Russia may soon cease to exist.

Le prospettive di lungo periodo per il settore del gas in Russia non sono comunque particolarmente brillanti. Gli ultimi sei anni hanno visto un declino nella capacitá produttiva dei maggiori «campi» della Siberia Occidentale (i.e.: Urengoy e Yamburg) pari a circa il 20%, e la produzione del gigante Gazprom non ha registrato significativi aumenti di produzione restando al di sotto dei livelli del 1999 e mostrando un preoccupante trend al calo produttivo per i prossimi 10-15 anni (vd. grafico seguente elaborato dall' Oxford Institue for Energy studies nel 2005).

Grafico 1

Gazprom non ha effettuato, negli ultimi anni, investimenti nella ricerca di nuovi giacimenti o nella manutenzione delle pipelines, ma - come la maggioranza delle altre societá petrolifere operanti a livello globale ² - ha preferito investire in acquisizioni e/o nella stipula di accordi di cartello con altri Paesi. L'ultimo esempio, in ordine di tempo, riguarda la firma di un memorandum d'intesa tra la Gazprom e la Ypfb (compagnia statale boliviana per il gas e il petrolio)a fine febbraio. Il memorandum prevede appunto, secondo l'agenzia TASS, lo sviluppo della cooperazione nell'esplorazione e nello sviluppo degli idrocarburi in Bolivia, principale fornitore di gas naturale di Brasile e Argentina. Possibili accordi con l'Algeria indicano la chiara volontá di creare una sorta di OPEC del gas a direzione russa.

Gazprom ha indicato il suo interesse ad aumentare l'export di gas verso Cina ed India. La messa in atto di questa strategia, approvata dal Cremlino, appare tuttavia, nel breve-medio termine, assai complicata vista la totale assenza di adeguate infrastrutture per assicurare il trasporto del gas verso est. Inoltre, dopo avere speso decine di miliardi di euro per costruire infrastrutture aventi lo scopo di tarsportare il gas verso la UE, non sembrerebbe logico fermare quel flusso di idrocarburi verso la UE che, solo, puó assicurare il rispetto del previsto pay-back e l'assicurazione dell'anticipato ritorno sull'investimento effettuato.

La Cina, in ogni caso, é autosufficiente per quanto attiene alle forniture di gas naturale e la International Energy Agency - IEA (www.IEA.org) non prevede significativi aumenti nell'import cinese di gas. Non si puó infine sottostimare il fatto che la domanda energetica cinese riguarda le aree sud-orientali e, quindi, delle pipelines terrestri non sarebbero comunque una soluzione per il trasporto del gas russo. La Russia, infine, é separata dall'India da enormi montagne e difficilmente sará mai possibile concepire un'infrastruttura per trasportare il gas russo verso l'India. Resta dunque assai incerta la possibilitá di fornire Cina ed India con gas russo nel breve - medio termine.

L'Unione Europea dipende dall'import russo per il soddisfacimento del 30% dei suoi fabbisogni energetici. La Russia é uno dei maggiori fornitori di gas della UE coprendo il fabbisogno ungherese per il 32.5%, quello tedesco per circa il 30%, quello slovacco per il 27.2%, quello austriaco per il 17.7%, quello finlandese per il 15.7%, quello Ceco per il 15%, quello bulgaro per il 13.7% e quello italiano per il 10.2% (BP Statistical Review of World Energy, 2006).

La dipendenza della sicurezza energetica dall'import crescerá ulteriormente per la UE passando entro il 2030, dal 57% attuale al 84% per il gas, e dal 82% al 93% per il petrolio e il gas russo dovrebbe avere una importanza sempre maggiore. Secondo stime della Commissione, la UE avrebbe bisogno di almeno altri 200 miliardi di metri cubi di gas russo su base annua da adesso al 2020. Secondo l' Institute for Energy Policy, tuttavia, le forniture addizionali verso la UE non dovrebbero potere superare i 50 miliardi di metri cubi rendendo evidente il rischio di un futuro chock energetico per la UE.

Il controllo totale sul transito del gas verso i mercati europei é il maggiore punto di forza su cui si poggia l'attuale strategia energetica della Russia vis-á-vis la UE. La Russia non ha ancora ratificato, avendolo solo firmato, il Charter sull'Energia approvato nel 1994 e non ha ancora firmato il Protocollo sul transito. E' evidente che il diritto del cosiddetto «Energy transit», sancito nei due trattati, é un aspetto esiziale per la sicurezza energetica globale. Questa considerazione é particolarmente valida in relazione alle forniture di gas che, a differenza del petrolio, non puó essere trasportato via mare e per il cui export non si puó dunque prescindere da infrastrutture terrestri a meno di non sviluppare adeguate infrastrutture per il trattamento di gas naturale liquido (LNG).

La solo via per approvigionare la UE di gas russo é attualmente l'utilizzo di gasdotti che attraversano paesi non - UE: Ukraina, Bielorussia, Moldova e Turchia a loro volta importatori di gas russo. Come sappiamo, tuttavia, é bastato che la Russia non si accordasse sui prezzi del gas per forniture a Bielorussia (gennaio 2007) ed Ukraina (gennaio 2006) per vedere bloccato, temporaneamente ma con un gran danno socio-economico, il transito del gas verso la UE. La Russia, inoltre, non é ancora disponibile a concedere il libero passaggio del gas delle Repubbliche dell'Asia Centrale (Turkmenistan in primis) sul suo territorio in assenza di accordi economici adeguati. Si tratta di azioni che complicano considerevolmente le relazioni Russia - UE. Come ha sottolineato la Merkel: «It is actions like these which hurt trust and make it difficult to build a cooperative relationship».

La Russia punta ad ottenere «reciprocitá» sia per quanto attiene alle fasi di esplorazione e produzione che per quelle di distribuzione e commercializzazione. Gazprom ha chiaramente manifestato il suo interesse ad ottenere accesso ai consumatori europei e si aspetta che i paesi UE non frappongano ostacoli ai suoi desiderata di acquisire societá operanti nel settore energetico. Gazprom giá controlla societá europee ma vorrebbe ulteriormente espandersi nella distribuzione. Ha giá effettuato un «asset swap» con la tedesca BASF (diritti di esplorazione in Russia per la BASF e distribuzione del gas in Germania per Gazprom) ed ha stabilito accordi di lungo periodo per forniture di gas a grandi gruppi europei (i.e.: ENI fino al 2035, E.ON fino al 2036, Wintershall fino al 2030). Gli accordi prevedono anche la possibilitá per una partecipazione russa alla distribuzione ed alla commercializzazione e vanno nella direzione auspicata da Gazprom.

Mentre la Russia chiede reciprocitá, la Duma passa approva leggi che vanno esattamente nella direzione opposta. Secondo l' Institute for Energy Policy, é stata approvata in via preliminare (31 gennaio 2007) una modifica alla legge sul sottosuolo che autorizzerebbe il governo a definire una lista di «strategic oil & gas fields» per cui ogni partecipazione straniera deve essere approvata dal governo e, in ogni caso, non potrá mai essere superiore al 50% delle azioni.

Ma la UE non puó aspettarsi che la politica della Russia vada anche a coprire efficacemente le sue problematiche di sicurezza energetica. E' evidente che (parafrasando le conclusioni di un recente rapporto della Task Force Russia del Council of Foreign Relations dedicato alla relazioni USA - Russia) se la UE ed i suoi Paesi membri - con l'Italia in prima fila visto che il suo fabbisogno energetico e coperto per circa il 90% dall'export - non riescono ad adottare adeguate misure volte alla diversificazione dell'approvigionamento di fonti energetiche (incluso l'ormai ineludibile ricorso al nucleare), alla diversificazione dei fornitori e delle vie di trasporto ed alla promozione di efficaci ed efficenti misure di risparmio energetico, nessuno potrá gettare discredito sui tentativi della Russia di sfruttare i suoi attuali vantaggi competitivi.

La Russia e la UE devono accettare l'idea che sono dipendenti l'una dall'altra. Se é vero che la UE dipende dal gas e dalle infrastrutture russe per soddisfare il 30% del suo fabbisogno energetico in gas naturale, é anche vero che la dipendenza dalla UE per l'export del suo gas é ben maggiore per la Russia visto che la UE assorbe circa l'80% del totale, assicurando cosí una buona parte del budget statale. In aggiunta a queste considerazioni, é utile ricordare che la Russia ha un estremo bisogno di aiuto per modernizzare il suo settore industriale. Oltre il 40% del budget statale é finanziato dai proventi dell'export delle materie prime ed é fondamentale, per la Russia, cambiare questa situazione puntando proprio sullo sviluppo industriale. La UE puó fare molto in questo settore e la Russia deve ammettere che le sue prospettive di lungo termine, a livello di produzione di gas naturale, non sono poi cosí brillanti, e che é estremamente difficile ipotizzare una diversificazione dell'export di gas russo verso Cina ed India.

La Commissione europea dovrebbe sfruttare questa mutua dipendenza nei futuri negoziati bilaterali per la revisione del Partnership and Cooperation Agreement - PCA ³. Esiste la concreta opportunitá di potere inserire i principi del Charter sull'Energia nel capitolo del PCA dedicato all'energia. L'accordo contiene misure che limiterebbero l'uso dell'export di gas e petrolio come strumento di coercizione sugli stati importatori. Infine, sarebbe auspicabile adottare misure per assicurare che le societá energetiche controllate dallo Stato agiscano secondo i canoni dell'economia di mercato e, quindi, che la legislazione sul «sottosuolo» non crei ingiustificate barriere all'entrata per gruppi europei interessati ad investire nel mercato estrattivo russo.

Conditio sine qua non per il succeso di questi negoziati é la certezza che la UE possa effettivamente parlare, almeno in tema di sicurezza energetica, con una voce sola, stoppando sul nascere la possibilitá che i singoli paesi membri possano stipulare accordi di lungo periodo relativi alle forniture di idrocarburi e/o alla distribuzione e commercializzazione degli stessi. (Towards a common European Foreign Policy on Energy- Eneko Landaburu, Direttore Generale; DG RELEX - 28 Febbraio 2007).

Raffaele Boldracchi

.¹ Secondo una comunicazione della Commissione europea dello scorso gennaio (SEC(2007) 12), le «riserve provate» di gas andrebbero ad esaurimento in 60 anni mentre quelle di petrolio si esaurirebbero in 40 anni.

.² Si tratta di un fenomeno che ha caratterizzato il settore petrolifero degli ultimi 4-5 anni. Una possibile causa é legata al progressivo esaurimento degli idrocarburi (R. Boldracchi ; « La crescita del fabbisogno energetico globale ed il prevedibile shock petrolifero del 2020: un'ulteriore spinta verso il nucleare ? » Scenari Internazionali (aprile 2005).

.³ Nel 2007 scade il PCA firmato nel 1997. Attualmente, l'inizio dei negoziati sul nuovo PCA é stato bloccato dalla Polonia per il contenzioso aperto con la Russia sull'export in Russia della carne polacca.

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