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6 marzo 2008
 
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I rapporti diplomatici tra la Cina, il Giappone e le potenze occidentali tra il XIX e il XX secolo

di Erik Marangoni - 10 marzo 2007

La Cina, agli occhi delle potenze occidentali, ha sempre esercitato un fascino irresistibile, grazie al suo sterminato territorio, alla presenza di materie prime e di spezie, all'esotismo dei suoi abitanti. Tralasciando le numerose ma sporadiche spedizioni commerciali europee nel Paese di mezzo, avvenute sin dai tempi di Marco Polo, si può ragionevolmente datare al 1841 l'inizio della penetrazione commerciale europea in Cina, con lo scoppio della Guerra dell'oppio, lanciata dal governo inglese contro la Cina, che aveva cercato di bandire l'uso dell'oppio, prevalentemente importato dalla Gran Bretagna. Con il successivo Trattato di Nanchino, del 1842, la Cina venne divisa in zone di influenza esclusiva delle potenze europee.

Nella metà del XIX secolo, il Giappone era ancora uno stato feudale, prima che il commodoro Perry ne forzasse i porti per aprirlo alla penetrazione commerciale europea. A partire da quella data il Giappone iniziò ad adottare il sistema di vita occidentale, anche attraverso la creazione di un moderno esercito. Dagli europei il Giappone imparò anche il termine imperialismo e divenne conscio dei vantaggi, di natura politica e economica che il possesso di un paese straniero poteva portare. Data la vicinanza geografica, i primi due paesi su cui si concentrarono le mire imperialistiche nipponiche furono la Cina e la penisola coreana. Durante la prima guerra tra Cina e Giappone, l'Impero del Sol Levante aveva ottenuto dal governo cinese il possesso della Corea e della zona più ricca del territorio cinese: la Manciuria, ma l'opposizione russa aveva fatto fallire l'operazione, ciò che sancì la nascita della storica inimicizia tra Mosca e Tokyo.

Nel 1898 gli Stati Uniti, concluso il processo di acquisizione dei territori del Far West, avevano reso manifesto il proprio interesse in Cina attraverso la richiesta, alle potenze europee, di garantire l'applicazione del principio della «Porta aperta», secondo cui ogni Stato avrebbe avuto il diritto di svolgere i propri affari nel paese, purché non in contrasto con quelli di altri paesi, ciò che comportava il rispetto dell'integrità e della sovranità del governo cinese. Tuttavia, l'applicazione del principio della Porta aperta, non impedì agli europei (tra cui gli italiani) di partecipare compatti alla spedizione finalizzata a sedare la rivolta nazionalista e antioccidentale dei Boxer, scoppiata in Cina alla fine del XIX secolo. Nel frattempo, i rapporti tra Giappone e Russia si facevano sempre più tesi, a causa di continui contrasti di natura economica sui diritti di sfruttamento in Cina e in Estremo Oriente. In funzione anti-russa, nel 1902, Gran Bretagna e Giappone stipularono un'alleanza che sancì la divisione dell'Estremo Oriente in zone di influenza cui seguì, poco tempo dopo, lo scoppio della guerra russo-giapponese. Nonostante la superiorità militare dell'Impero zarista, l'esercito giapponese si dimostrò superiore in tecnologie e strategie militari, infliggendo alla Russia una grave sconfitta. Gli Stati Uniti, timorosi dell'espansione giapponese nel Pacifico, fecero da mediatori tra le due potenze che conclusero le ostilità con il Trattato di Portsmouth, che attribuiva al Giappone il controllo della Corea e della Manciuria, oltre ad altre concessioni di natura commerciale in Cina che, di fatto, rendevano la Cina succube delle mire espansionistiche del Giappone.

In Europa, la Gran Bretagna offrì al Giappone il rinnovo del Trattato di alleanza del 1902, in funzione anti-tedesca. La Germania, sotto l'imperatore Guglielmo II, stava infatti rendendosi sempre più minacciosa, anche a seguito della decisione imperiale di dotare il paese di una forte marina da guerra, guidata dall'Ammiraglio von Tirpitz. L'accordo con il Giappone serviva alla Gran Bretagna per assicurarsi la benevolenza giapponese nei confronti dei proprio domini in estremo Oriente, in modo tale da poter spostare la propria flotta nel teatro europeo, in previsione di un conflitto con la Germania. Nel 1915, sfruttando lo scoppio delle ostilità in Europa, il Giappone impose al governo cinese un trattato iniquo, meglio conosciuto come «Trattato delle 21 domande» che di fatto avrebbe trasformato la Cina in una colonia giapponese. Grazie all'opposizione degli Stati Uniti, non ancora impegnati nel conflitto in corso, il Trattato delle 21 domande non entrò mai in vigore.

Dopo la fine della prima guerra mondiale, alla Conferenza della pace, ci fu un aspro scontro tra la delegazione cinese e quella giapponese. I cinesi chiedevano alle potenze occidentali di essere liberati dai trattati iniqui e di recuperare il possesso delle colonie che i tedeschi avevano acquisito in territorio cinese. Dal loro canto, i giapponesi puntavano invece a subentrare alla Germania nel possesso delle colonie, obiettivo che raggiunsero in cambio dell'appoggio alla proposta americana di creazione della Società delle Nazioni. Tuttavia, gli Stati Uniti erano molto preoccupati della continua espansione giapponese in territorio cinese, al punto che fecero pressioni sulla Gran Bretagna affinché facesse decadere l'alleanza che ancora la legava al Giappone. Londra tuttavia, temeva in questo modo di creare malumore nel governo giapponese, ciò che avrebbe reso precaria la situazione delle colonie britanniche in Estremo Oriente. L'occasione per far decadere l'alleanza venne dalla convocazione della Conferenza di Washington del 1921. Nel corso della Conferenza gli Stati Uniti riuscirono a far abbandonare al Giappone ogni rivendicazione contenuta nel Trattato delle 21 domande che, di fatto, venne definitivamente abbandonato. Inoltre, durante la Conferenza di Washington il Giappone acconsentì di rinunciare, in cambio di alcune indennità, alle colonie tedesche ottenute alla Conferenza di pace di Versailles (ferrovie dello Shantung e territorio di Kiao Ciao). Tuttavia, la Conferenza di Washington fu importante in quanto produsse tre accordi navali: Il Trattato delle cinque potenze, di limitazione degli armamenti navali, che comportava una parità strategica tra Stati Uniti e Gran Bretagna e tra Francia e Italia; il Trattato delle quattro potenze, volto a garantire il mantenimento dello status quo nel Pacifico; il Trattato delle nove potenze, con cui i firmatari si impegnavano a garantire e rispettare la sovranità della Cina e del Principio della Porta aperta.

Cogliendo l'occasione della firma del Trattato delle quattro potenze, che rendeva superflua l'alleanza con il Giappone, la Gran Bretagna non la rinnovò. Considerata la situazione europea, non del tutto stabilizzata, Londra aveva tuttavia ancora interesse a mantenere buoni rapporti con il Giappone e, infatti, è di questi anni la conclusione di alcuni accordi minori, di natura economica, conclusi con Tokyo, sostanzialmente favorevoli ai giapponesi. Fu solamente dopo la normalizzazione della situazione europea che la Gran Bretagna riprese una politica coloniale più aggressiva e lo Statuto di Westminster, con cui vennero riorganizzati i possedimenti coloniali, ne rappresentò il primo passo.

! Erik Marangoni
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