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I media e la deriva del messaggio politico

martino Pillitteri

di Martino Pillitteri - 10 marzo 2007

John McCain ha annunciato la sua candidatura alla Casa Bianca durante una puntata del Late Show di David Letterman; la regina dei talk show Oprah Winfrey invece, ha caldamente sponsorizzato la candidatura di Barack Obama; Rudy Giuliani ha scelto il Larry King Show. Hollywood, da parte sua, ha sentenziato che la priorità della politica deve essere l'ambiente e che Al Gore è il suo profeta. L'interferenza dell'élite mediatica nella politica americana è un fenomeno in ascesa che non deve essere sottovalutato. Secondo Bill O'Reilly, l'opinion maker di punta di Fox news, l'ingerenza della pop culture nel discorso politico svuota i contenuti della loro sostanza in quanto le tematiche politiche più importanti vengono definite e dibattute dall'élite mediatica. Sempre secondo O'Reilly, i mass media sono responsabili della deriva della leadership della classe politica dato che si concentrano più sulle personalità dei candidati che sulla essenza delle loro idee e perché trasformano questioni delicate in contenuto da puro intrattenimento. Infatti, la percezione di come va il mondo attraverso i volti della Tv e gli attori di Hollywood sta diventando sempre più la realtà convenzionale accettata dalle masse.

Parlare alla nazione dai comodi divani del Late Show e Oprah mette i candidati nella posizione di non dover articolare le loro posizioni e non rispondere, da vero esperto, a domande complesse su argomenti e temi di vitale importanza come sicurezza, sanità, aborto, etc. Gli aspiranti presidenti, quindi, non vanno in Tv per esporre la loro agenda politica, ma solo per offrire una conversazione e mostrare il loro profilo più telegenico. Ormai la Tv è talmente onnipresente nelle scelte e nella percezione della realtà che chiunque apre bocca davanti a una telecamera diventa automaticamente attendibile. Se non si stacca la spina o non si mette da parte il telecomando, del prossimo inquilino della Casa Bianca si conoscerà tutto del suo aspetto, ma nulla del suo intelletto.

Questa ingerenza dei mass media nel discorso politico conferma un paio di teorie sul rapporto tra comunicazione moderna ed elettorato: da una parte non è il messaggio che fa la differenza, bensì il modo in cui lo si comunica; dall'altra invece non è importante convincere un'audience delle tue idee, ma persuadere il pubblico ad ascoltarle. Sembra «non-sense» ma se ci pensate bene le ultime elezioni in Italia sono state vinte dalla parte politica che è stata più evasiva in merito ai contenuti ed ai programmi. Le centinaia di pagine del programma dell'Ulivo si sono alla fine ridotte ai 12 vaghi punti mentre i pacs, da «dico» sono diventati dei «direi».

Purtroppo, nel mondo politico di oggi, più si comunica in un modo vago e generico e più si ottengono risultati. I media sono i principali responsabili: quando i valori e le visioni di un candidato o di un partito si riducono a semplice intrattenimento per la Tv l'elettorato risponde perdendo la passione e accettando le posizioni più superficiali della classe politica. Per quanto riguarda il tema più importante di oggi, la guerra al terrorismo, il post Bush si presenta alquanto allarmante. Avanzano sempre di più figure come quelle di diplomatici, avvocati, accademici, attivisti, ecologisti, opinion maker, ovvero di personaggi allarmisti che nella loro vita hanno costruito delle carriere intere solo attraverso le parole e senza azioni pratiche e concrete. Questi parlatori pessimisti dominano Washington, l'Onu, il Fondo Monetario e la Commissione Europea. Il mondo, alla fine, è sempre cambiato da coloro che passano dalle parole ai fatti. Quelli, generalmente, stanno dalla parte del nemico.

Martino Pillitteri

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