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numero 280
6 marzo 2008
 
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Senza idea dell'uomo e della famiglia, non si dà alcun riformismo politico

di Raffaele Iannuzzi - 10 marzo 2007

I fatti sono indicatori di processi che vanno oltre le contingenze storiche. Mettiamo in fila alcuni di questi fatti e costruiamo una griglia per interpretare la realtà di oggi. Bertinotti afferma che, da un lato, la sinistra antagonista è ben di più che il comunismo e, dall'altro, che la religione ha avuto un ruolo di supplenza della politica, debolissima dopo il crollo delle ideologie (cioè, aggiungo io, dopo l'ennesima ideologia: quella del «crollo delle ideologie», più vive che mai). Dunque, al comunismo si può aggiungere una rete di movimenti e la nuova storia delle moltitudini sovversive postmoderne è data nelle cose, mentre, nelle istituzioni, ci pensa il partito a fare da filtro selettivo di quanto circola da quelle parti. Infine, la politica, ritenuta debole, deve rinascere e deve far ciò contro la religione, anche se, salto dialettico ulteriore, tutti noi siamo pervasi da un non meglio definito «spirito conciliare», l'ultima narrazione che anche oggi ha una qualche spendibilità nell' area della sinistra antagonista.

Una sorta di narrazione che pone il sigillo ultimo della verità progressista a qualsiasi operazione, come aveva già individuato Basso nei suoi scritti sul Vaticano II e sul rapporto tra la rivoluzione socialista e la teologia della liberazione. Tutto ciò, ovviamente, senza considerare il peso di una figura di straordinario spessore culturale, religioso, politico e pastorale come il Card. Camillo Ruini, che lascia la sua carica nelle mani di un prelato di sobrio stile personale, ma non meno incisivo sul piano della battaglia anti-laicista e anti-multiculturalista. Una cosa è certa, comunque: i teodem e i cattocomunisti delle varie scuole ormai diffuse ovunque sono dunque pregati di stare a guardare quanto si sta svolgendo a sinistra tra le moltitudini sostenute da narrazioni mai conosciute fino in fondo e di maestri antichi, ancor meno conosciuti, ma certamente sempre molto pericolosi (Toni Negri fra questi, ne ha parlato, con taglio cronachistico, Stella sul Corriere della Sera).

Questo miscuglio tipicamente postmoderno si addensa attorno agli eventi di cronaca ed alla debolezza strutturale della politica, incapace di costruire una narrazione pubblica all'altezza di una crisi storica e nazionale. La sinistra riformista sta perdendo la partita storica a fronte di una competizione durissima con due soggetti forti e ben equipaggiati: le moltitudini cariche di narrazioni non verificabili e non falsificabili e la Chiesa che non teme il confronto aperto e la aspra competizione laica nello spazio pubblico. Blair sta aprendo una ferita profonda nell'ultima fase del riformismo occidentalista con le sue posizioni radical-libertarie in ambito bioetica ed etico in genere. Il riformismo sta scontando un grave limite di analisi antropologica e di scelta dei fondamenti ultimi per costituire un'idea di uomo e di natura, cosa già evidenziata da Habermas in tempi non sospetti. Non può esistere oggi un riformismo privo di un'idea di uomo e di natura e supino di fronte alle scelte progressiste di una scienza priva di regole e contro il principio di precauzione, ovvero al di fuori di un'appartenenza alla comunità scientifica raziocinante e delegata alla falsificazione delle dismisure sperimentali.

Ecco da dove nasce lo scollamento storico che non permette, né in Inghilterra, né in Italia, anzi tantomeno in Italia, l'ascesa di un soggetto politico riformista di sinistra. Simona Bonfante - con un contributo sulle colonne del supplemento de Il Domenicale, anno 6, n.9, 3 marzo 2007 - accredita Forza Italia di questa valenza e cifra politico-culturale di taglio squisitamente riformista e certo questa affermazione ha molte ragioni storiche e culturali dalla sua parte. Con un nota bene, però: anche a Forza Italia manca ancora una cultura laica frutto di una scelta culturale avanzata, non mediata e sminuzzata al ribasso, di una connotazione davvero occidentale della tradizione cattolica e agnostica ma non laicista. Sarebbe utile e alquanto istruttivo leggere e meditare un testo di straordinaria freschezza argomentativi e narrativa come Itinerario spirituale di un agnostico del grande storico belga Léo Moulin, in cui il «non possiamo non dirci cristiani» di crociata memoria si sostanzia in una declinazione delle ragioni antropologiche, storiche e culturali della cristianità come fattore sintetico della civiltà europea ed occidentale. Ecco, finché questo passo non sarà compiuto e non si condurrà programmaticamente all'interno del corpo politico del partito, la questione laicità e il corollario riformista sarà sempre frutto di suggestioni rapsodiche e avanzate individualistiche, magari sorprendenti e creative, ma non efficaci e stringenti come dovrebbe essere oggi, in piena crisi storica e nazionale. A riprova di questo deficit - non solo culturale ma essenzialmente politico, poiché si trascura sovente la dimensione intimamente politica, cioè civile della cultura occidentale -, si può menzionare la pletora di interventi su questioni di secondario livello quale la legge elettorale e il cosiddetto neocentrismo a carico dell'Udc. Ovvio, tutto ciò diventa casus belli quando le armi della vera battaglia sono nascoste nel deserto della storia. Ma, appunto, si tratta di cogliere il nesso storicamente rilevante tra il sostegno alle famiglie numerose e l'idea di famiglia non solo come nucleo economico, ma come prima cellula della società, non solo da difendere ma da elevare a propulsore dello sviluppo e della coesione sociale. E come si può affrontare una questione di questa portata senza un'idea solida e certa di uomo, di persona, di libertà e di famiglia?

Ancora: è evidente che, nell'attuale crisi storica, la politica è sempre più debole perché sempre più sradicata dalle comunità concrete, viventi, locali e cariche di bisogni e fragilità, ora come si può pensare di forgiare un progetto riformista senza riprendere contatto con le comunità concrete di questo paese? E come si può pensare di elevare il tasso di accettazione della classe dirigente, quando quest'ultima si comporta come un disinvolto ceto autoreferenziale senza mai pensarsi come terminale istituzionale di una realtà vivente e organicamente coinvolta con le decisioni politiche? Il riformismo diventa politica nello spazio storico di una comunità vivente, altrimenti si riduce a costruttivismo sterile ed ideologico. Un punto appare chiaro, oggi ancor più di ieri: Berlusconi è stato accusato dalla sinistra riformista soprattutto e dall'Udc di essere stato ed essere ancora populista, ma nessuno fra noi, o almeno pochi fra noi, hanno riflettuto sul fatto che il tentativo berlusconiano era volto a coprire il gap tra la politica e le comunità per mezzo della leadership carismatica, nella piena consapevolezza di stare vivendo una fase di stato di eccezione, lungo e drammatico: a causa soprattutto della presenza di un venti per cento di elettorato comunista con le strutture e le moltitudini eversive attive e motivate dalle molteplici narrazioni ideologiche e insieme, paradossale ma è così, postmoderne e relativistiche (la sinistra sociale, il sociale liberato, l'anti-stato degli anarchici, etc.).

Questo è il dato emergente dalla storia e confermato dall'attualità. Perciò, paradossalmente, per continuare a ragionare di riformismo è necessaria una certa dose di populismo calibrato e stringente rispetto ai bisogni del nostro popolo. Forse, i riformisti batteranno un colpo ed usciranno dalla permanente malinconia degli intellettuali disoccupati, i quali, per evitare di soccomebere rassegnati al destino cinico e baro (immagine poetica goethiana, ma in realtà non è così), affogano nell'attivismo stigmatizzato da Croce nella chiusa della sua Storia d'Europa. La pagina è ben nota e attuale più che mai: «L'attivismo imperversa ancora largamente; ma dov'è in esso la serenità dell'animo, la fiducia, la gioia del vivere? La tristezza è impressa sulla fronte di quegli uomini, dei più degni tra loro, perché dove neppur quella si vede, c'è di peggio, c'è rozzezza e stupidità. E forse gli eccessi medesimi ai quali l'attivismo si lascia andare, la passione in cui si dibatte, gli scotimenti che minaccia, danno segno di una non lontana guarigione della febbre in cui l'Europa e il mondo sono stati e sono ammalati: febbre e non ideale, se pur non si voglia sublimare a ideale la febbre».

! Raffaele Iannuzzi
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