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Prepotenza ideologicadi Gianteo Bordero - 13 marzo 2007 Scrivi «famiglia», leggi «società». E' questo l'ultimo campo di battaglia su cui la sinistra ha scelto di combattere la sua guerra ideologica contro la tradizione culturale e spirituale che sta alla base della nostra civiltà e contro i princìpi che da più di due millenni la animano, la sostengono, la vivificano. La richiesta di riconoscere giuridicamente le coppie di fatto etero ed omosessuali non è che l'emblema di questa battaglia. E gli slogan urlati contro il Papa e i vescovi alla manifestazione di piazza Farnese di sabato scorso non sono che la prova provata di un odio che individua nella Chiesa l'ultimo baluardo da abbattere in vista della nuova «rivoluzione», l'ennesima, praticata nel nome della «liberazione» dell'individuo da ogni vincolo etico che gli impedisce di «essere se stesso», di realizzare i suoi «desideri» e di dare respiro alle sue «inclinazioni». E' una lettura fuorviante quella che derubrica questa guerra alla solita querelle tra «laici» e «cattolici» o al consueto scontro tra le varie «anime» della maggioranza che sostiene il governo. C'è un sostrato ideologico che non può essere taciuto; se ciò accade, se cioè tutta la battaglia in atto viene ridotta dai giornali che fanno opinione a mera questione tattica o di equilibrio di potere, è proprio perché coloro che gestiscono il mondo dell'informazione e i guru del pensiero dominante hanno tutto l'interesse a non smascherare quella che è la vera materia del contendere, a non palesare fino in fondo l'obiettivo finale dei sostenitori della legge sui Dico. Dipingere in maniera caricaturale lo scontro sulla famiglia come una lite di condominio tra Mastella e Rosy Bindi serve, in ultima analisi, a spostare l'attenzione dal vero centro della questione. Che è, detto in poche parole, il tentativo di sancire per via legale non solo e non tanto i diritti delle convivenze considerate come entità giuridica in sé, quanto una visione dell'individuo totalmente indifferente alla dimensione relazionale costitutiva della persona umana. Una dimensione che sta alla base della famiglia e, di rimando, della stessa società. Non esiste più, in quest'ottica, un bene comune alla cui costruzione ogni persona è chiamata a collaborare, un senso del dovere che discende dall'essere e dal sentirsi parte di una medesima storia e di una medesima «famiglia umana»; esiste soltanto l'individuo come portatore di diritti che si possono esprimere anche come «diritti delle minoranze», sganciati però da un quadro d'insieme, da una visione olistica della società e del vivere comune. Su questa base, diventa di fatto impossibile fondare un discorso cogente tanto sulla famiglia quanto sulla società: tutto viene lasciato al caso, all'emotività, alla fragilità di relazioni che non sussistono più come incontro di un «io» con un «tu» (il principio di ogni società che voglia definirsi tale), ma soltanto come occasionale feeling tra due «io» a cui la variabilità e la friabilità del sentimento precludono di fare progetti a lungo termine e di concepire l'amore come capacità di generazione. E' questo il vero dramma sotteso alla crisi demografica di questi anni e a cui i Dico (o simili) fornirebbero la definitiva legittimazione ideologica e giuridica. Non a caso, dall'inizio degli anni '90, e con intensità sempre crescente, la Chiesa italiana ha posto l'accento sulla «questione antropologica», mettendo in evidenza il fatto che il futuro della nostra società si sarebbe giocato al livello profondo della concezione dell'uomo e del senso della vita e della morte. Lo ha fatto per bocca del cardinal Camillo Ruini, e lo fa oggi con le parole del nuovo presidente della CEI, monsignor Bagnasco, che nella sua prima intervista ad Avvenire ribadisce che «tutte le questioni eticamente sensibili hanno alla loro radice la visione dell'uomo». Così, ad esempio, «una società che codifica l'assoluta libertà di ciascuno su se stesso... si pone sulla via dell'implosione: l'assoluta libertà sciolta da ogni vincolo è la premessa per qualsiasi forma di violenza, di sopraffazione, di conflitto... Sciolta da valori oggettivi, che è compito di una società riconoscere, la libertà si rivolta contro se stessa». E, a proposito dei Dico: «Molto di ciò che viene chiesto è già oggi garantito dal diritto privato, una via però rifiutata per creare un nuovo soggetto alternativo in nome di una pretesa ideologica». Appunto, una «pretesa ideologica». E' questo il punto nodale su cui l'intellighenzia nostrana preferisce tacere, velandolo con il discorso sui «diritti» e con l'accusa al Papa e alla Chiesa di voler difendere ottusamente interessi di parte. Il tutto nel nome della rivendicazione della «laicità». Peccato che di «laico» l'ultima guerra santa condotta dalla sinistra non abbia proprio nulla e assuma invece i contorni di una battaglia ideologica fondamentalista e totalitaria, in cui chi la pensa diversamente diventa per ciò stesso il nemico da abbattere, da censurare, da mettere alla gogna. Se è vero, come è vero, che «laico» è chi mette la ragione e la realtà prima dell'ideologia, ci vuol poco a capire che la Chiesa, con i suoi richiami a un uso sano e coraggioso della ragione, è oggi il vero baluardo di laicità di fronte all'arroganza dell'ideologia del pensiero dominante. «La ragione non va mortificata - ha detto ancora monsignor Bagnasco - riducendola a strumento che tutt'al più indaga sul funzionamento delle cose. Sono anche altri gli spazi che la ragione può esplorare, come il senso della vita e del mondo, della gioia e del lavoro, del dolore e della morte. Dove poi la ragione trova un orizzonte decisivo - ha proseguito - è sul terreno della questione etica, la capacità cioè di riconoscere il bene e il male indagando razionalmente sui valori». E ha concluso: «Va recuperata la dimensione della natura umana oggettiva, contro la quale si vede all'opera un accanimento culturale da parte di un'ideologia che descrive l'uomo come costruzione culturale variabile. La conseguenza è la sostituzione di qualsiasi valore assoluto con interessi e desideri transitori, sui quali si consuma una divisione senza fine. Il diritto positivo, privato del suo fondamento nel diritto naturale, diventa terreno di affermazione della prepotenza». Esattamente quello che la sinistra italiana sta tentando di fare.
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Ragionpolitica, periodico on line n.203 del 12/3/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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