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Partire dal Nord Est con nuove forme di partecipazione al lavorodi Francesco Pasquali - 13 marzo 2007 La presenza di molti under 30 tra gli arrestati e tra i nuovi indagati nell'indagine sul Partito Comunista Politico-Militare impone delle riflessioni. Tra i Paesi industrializzati l'Italia è l'unico che si trascina da quasi quarant'anni la piaga del terrorismo rosso. Un fenomeno che riesce tra l'atro a rinnovarsi nel tempo, tanto da affascinare addirittura le giovani generazioni. Per comprendere l'eversione, l'approccio non può essere soltanto di natura sociologica. Essa cresce e colpisce negli ambienti legati al lavoro; occorre quindi concentrarsi su questo campo per comprenderne e tagliarne le radici. Per spegnere i focolai di eversione, all'azione di polizia è necessario affiancare una battaglia culturale. E' necessario un salto culturale da parte di tutti quegli attori che intervengono nelle dinamiche legate al mondo del lavoro. Tale salto va accompagnato da un rinnovamento normativo, affinché il lavoro sia interpretato come momento di crescita collettiva e non di rivendicazione di classe. La logica della conflittualità permanente deve essere sostituita, come tra l'altro indica l'Unione Europea, dalla logica della partecipazione e del maggiore coinvolgimento dei lavoratori nel processo produttivo. Lo stesso Statuto dei Lavoratori, all'articolo 17, in cui si fa divieto «ai datori di lavoro ed alle associazioni di datori di lavoro di costituire o sostenere, con mezzi finanziari o altrimenti, associazioni sindacali di lavoratori», nega pregiudizialmente la collaborazione e aumenta la distanza tra i due attori. Una maggiore partecipazione, infatti, aumenterebbe notevolmente la coesione sociale. Ciò è possibile solo attraverso un'inversione di marcia da parte del sindacato, che continua invece a vedere nel conflitto la propria imprescindibile funzione. Le relazioni industriali devono essere riviste, la contrattazione collettiva gradualmente deve essere abbandonata. I requisiti normativi, infatti, ci sarebbero. La stessa Carta costituzionale, all'articolo 46, fa riferimento in modo implicito alla partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: «Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende». Competitività delle imprese e protezione sociale dei lavoratori possono essere conciliate. Solo non considerando l'ambiente di lavoro come un luogo per le rivendicazioni di classe si potrà avviare quel processo culturale che impedisce il riemergere di forme eversive. Purtroppo a sinistra, ancora oggi, ispirandosi ad anacronistici principi marxisti-leninisti, c'è chi si ostina a parlare di lotta di classe e vede proprio nel lavoro il momento della sopraffazione della classe borghese nei confronti della classe operaia. E' auspicabile, dunque, pensare a nuove forme di partecipazione sperimentali nelle aziende, partendo magari dal Nord Est, dove sembra maggiormente concentrarsi la presenza di queste forme neo eversive.
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Ragionpolitica, periodico on line n.203 del 12/3/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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