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Il diritto alla crocedi Vito di Lernia - 22 marzo 2007 Cernaieto è una località isolata sull'Appennino reggiano, conosciuta fino a pochi mesi fa solo da appassionati di archeologia per la presenza di tombe dell' età del ferro. Oggi sappiamo che quel bosco rappresentò anche la tomba di 21 persone assassinate dopo la fine della guerra. Siamo in Emilia, è il 23 aprile 1945, quando un gruppo di militari della Guardia Nazionale Repubblicana del presidio di Montecchio, tra Reggio Emilia e Parma, dopo due giorni di battaglia contro una brigata di partigiani, si consegnano dopo aver trattato tramite don Ennio Caraffi, che portava loro il messaggio dei partigiani: «La resa in cambio della vita e della condizione di non subire maltrattamenti e percosse». Vennero invece tutti massacrati, dopo due giorni di marcia fino alle montagne di Cernaieto e un processo sommario, tra il 26 aprile ed il 1°maggio, a guerra terminata. Tra gli uccisi, una donna ed alcuni ragazzi di 16 e 17 anni. Da pochi mesi a Cernaieto, grazie anche all'opera del Centro Studi Italia, a ricordo del martirio di quelle 21 persone, si erge una grande croce di legno, divelta nei giorni scorsi per la sesta volta da ignoti che, in un volantino siglato con la stella a cinque punte, oltre a rivendicare il gesto, hanno indirizzato minacce «agli sgherri forzaitalioti» locali. Le notizie di questa strage, sepolta nelle memorie private, sono riemerse infatti grazie alla tenace opera di indagine di Fabio Filippi, consigliere regionale di Forza Italia, e dello storico Paolo Gregori, che hanno denunciato la scomparsa dei documenti relativi all'accaduto, compresi i referti necroscopici, che documentavano torture e percosse se è vero che il medico del luogo, incaricato della riesumazione un anno dopo, inorridì al vedere i cadaveri, e la cancellazione di ogni traccia dagli archivi municipali di Casina, il comune di riferimento, nonché dai registri parrocchiali andati distrutti. Evidentemente quella croce abbattuta per sei volte impedisce la condanna all'oblio per chi è morto «dall'altra parte», quella considerata sbagliata. «I morti - diceva Cesare Pavese - sono tutti eguali, partigiani e repubblichini». Ma in un contesto dove per più di 50 anni la Resistenza è stata monopolio quasi assoluto della storiografia d'impronta comunista, la cultura dominante ha imposto menzogne e silenzi alla storia italiana degli ultimi 60 anni. Lo specchio fedele di questa narrazione storica egemone è tratteggiato dalla quasi totalità dei libri di testo scolastici in cui viene acriticamente avallato il mito della «Gloriosa Resistenza rossa», immune da pecche ed ombre. Di fatto i crimini dei partigiani comunisti, compiuti nel nostro Paese principalmente a guerra finita, sono stati per troppo tempo occultati. Nella pianura che si stende lungo l'antica Via Emilia, in particolare nell'area tra Bologna, Reggio Emilia e Ferrara, per la quale venne coniato il termine di «triangolo della morte», la guerra partigiana si prolungò ben oltre il 25 aprile del 1945, disseminando le campagne di migliaia di cadaveri. Non si trattava di caduti in guerra, ma di individui sottoposti ad esecuzioni sommarie, talora vittime di rappresaglie personali. La maggior parte di esse aveva poco o nulla a che fare con la politica, ma era macchiata del «crimine» di incarnare l'ideale cattolico che si opponeva alla realizzazione del sogno comunista. E tante di quelle efferatezze sono rimaste sconosciute all'opinione pubblica: solo nella provincia di Reggio Emilia sono ancora aperti i casi di circa 200 persone assassinate di cui non si sa nulla, neppure riguardo al luogo di sepoltura. Non può esservi riconciliazione senza verità e ricordo: l'importanza di conservare vive le memorie del passato è stata sottolineata dal Parlamento europeo in occasione del sessantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. Sulla base di questa risoluzione le istituzioni locali, in particolare quelle dell'Italia del Nord e dell'Emilia Romagna, devono impegnarsi nel ripristino della verità storica sulle vicende drammatiche del periodo 1945-1946, favorendo dialettiche che permettano di ricomporre le fratture e favorire la riconciliazione. «La storia non va riscritta», ha affermato il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti alla breve cerimonia di condanna dell' oltraggio della croce di Cernaieto, tuttavia non si deve temere di fare luce sulle zone d'ombra, gli eccessi e le aberrazioni di cui la Resistenza di matrice comunista si rese colpevole negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Stragi e omicidi di matrice comunista furono commessi non solo nei confronti di soggetti che indossavano la divisa della parte dei vinti, ma anche a danno di indifesi ed incolpevoli cittadini: si trattò di una eliminazione lucida, programmata e durata parecchi mesi, di persone che non avevano nulla a che fare con il vecchio regime ma erano potenziali futuri avversari politici, partigiani che cercavano di far luce sui fatti di sangue, sacerdoti, gente impegnata nella fondazione della Democrazia Cristiana. La storiografia ufficiale ha rimosso questo capitolo, non solo perchè lo ha considerato un effetto inevitabile della guerra civile, ma soprattutto perché metteva in discussione lo stereotipo della interpretazione della Resistenza quale frutto incontestabile di uno specifico carattere positivo della popolazione italiana. La riluttanza ad accettare la realtà dei fatti accaduti alla fine della guerra è un primo ostacolo alla riconciliazione, ma lo è soprattutto quella disposizione mentale che impedisce di valutare ed accogliere le ragioni ed i torti delle parti contrapposte a prescindere dalla propria appartenenza. Fino ad oggi, invece, tende a prevalere, soprattutto nella sinistra radicale del nostro Paese, l'atteggiamento settario che si fonda nella negazione degli errori di una parte e nella sottolineatura di quelli dell'avversario, nella esaltazione dei valori positivi di una parte e nel disconoscimento di quelli della fazione contrapposta. Vito di Lernia |
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Ragionpolitica, periodico on line n.204 del 20/3/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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