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Scuola: mala tempora currunt

di Remo Viazzi - 20 marzo 2007

Pur valutando con la dovuta severità manchevolezze e insufficienze degli insegnanti della scuola italiana (di ogni ordine e grado), che tuttavia hanno radici e responsabilità antiche, mi pare che ultimamente si sia andati oltre il segno nel colpevolizzare e denigrare il lavoro (la cui delicatezza si ignora o si sottovaluta) di una categoria che resta, in ogni caso, una delle meno pagate a livello europeo. Ad oggi, infatti, è richiesto ai docenti delle nostre scuole di svolgere un lavoro assai diverso da quello per il quale hanno maturato i necessari saperi disciplinari. Non si tratta più di veicolare competenze e conoscenze interiorizzate e metabolizzate nel corso del curriculum studiorum di provenienza, ma di improvvisarsi «assistenti sociali», «confidenti», «amici» dei rispettivi studenti, barcamenandosi nelle scarsissime nozioni di psicologia, pedagogia, sociologia, che, in libertà, ciascuno ha privatamente sviluppato, oppure fondandosi sull'esperienza personale, sul buonsenso, sulla capacità di relazionarsi con l'altro.

Curioso è poi il fatto che tante critiche siano piovute addosso agli insegnati da ampi settori della società, e in particolare da quanti in un'aula scolastica sono entrati l'ultima volta il giorno dell'esame di quella che allora era la «maturità». Nel vano chiacchiericcio di questi giorni si riscontra, con imbarazzante puntualità, la totale ignoranza delle reali situazioni in cui versa la scuola italiana, ignoranza che accomuna ampi e variegati strati della popolazione. Tutti si sentono in dovere di far sentire la propria voce e hanno soluzioni facili, banali e demagogiche da proporre. A cominciare dagli psicologi (abituati al privilegiato rapporto uno-ad-uno con gli studenti, invece che all'assai più problematico uno-molti cui giornalmente sottostanno gli insegnati), tutti hanno qualcosa da dire, qualche proposta da fare e finiscono spesso per indicare nella scuola e nel suo personale i maggiori responsabili.

L'obiettivo di avere una moderna classe di insegnanti all'altezza del difficile compito che sono costretti ad affrontare non si risolve nel breve tempo di un talk show televisivo e presuppone un investimento economico dello stato piuttosto sostanzioso e un considerevole lasso di tempo che consenta la preparazione (o l'aggiornamento) degli insegnanti stessi. Questo per dire che, anche una volta individuato il percorso da fare, passeranno degli anni prima che possa dare i suoi frutti. Detto questo, però, basta con le accuse alla scuola e al corpo docenti! Se tutto ciò è diventato necessario, è proprio perché la scuola - nel suo insieme - non è più quella di una volta e gli insegnanti devono ricoprire ruoli e svolgere mansioni che un tempo non gli erano demandati. Se è così, non è certo colpa loro, che semmai sono vittime. Insomma, si chiede agli insegnati di fare qualcosa di nuovo perché qualcuno non lo fa più, almeno questo ammettiamolo, altrimenti non saremmo giusti!

Il vero problema sta altrove e lo sappiamo bene. Nel lento ma inesorabile disgregarsi della società occidentale senza che a questo se ne riesca a proporre un modello alternativo valido e credibile; nell'egoismo delle persone, in primis dei genitori, che antepongono se stessi e le loro esigenze agli interessi familiari; nella polverizzazione del senso della famiglia tradizionale che sottrae ai ragazzi ogni punto di riferimento insinuando nelle loro menti una totale sfiducia nel mondo degli adulti, una sfiducia della quale non possono che «fare le spese» proprio gli insegnanti; nel vano, controproducente e fanciullesco tentativo da parte dei genitori di riconquistarsi un posto nel cuore dei figli attraverso la prona accettazione di ogni loro desiderio; nella scarsa considerazione in cui ormai è relegato il rendimento scolastico... Et cetera, et cetera. E allora? Siamo proprio sicuri che la colpa sia tutta degli insegnanti?

! Remo Viazzi
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