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6 marzo 2008
 
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Il fideismo di «Repubblica», la laicità del Papa

di Gianteo Bordero - 22 marzo 2007

Un tempo era vanto dei «laici» quello di un rigoroso uso del metodo razionale nell'affronto delle più importanti questioni culturali, sociali, politiche e religiose. Un tempo si professava «laico» colui che riconosceva il primato della ragione sull'ideologia. Un tempo la «laicità» non era soltanto avversione alla Chiesa sempre e comunque, ma innanzitutto ricerca autonoma di un fondamento del reale e della vita.

Un tempo... Perché oggi, almeno a leggere la gazzetta ufficiale dei sedicenti «laici» italiani, La Repubblica, sembra che l'uso del metodo razionale abbia lasciato posto alla polemica ideologica livorosa e qualunquista, alla ripetizione pappagallesca di slogan aprioristici contro i cosiddetti «nemici della laicità», al fideismo più bieco. Sembra che i lumi della ragione - o la ragione dei lumi, volendo essere precisi - abbiano smesso di ardere proprio in coloro che da sempre di tali lumi si sono fatti paladini, apologeti, propugnatori. Contro l'«oscurantismo clericale», il «dogmatismo cattolico», la «creduloneria beghina».

Il perché è presto detto. Si sentono assediati sul loro stesso terreno di caccia. Temono di non essere più identificati, tanto dall'opinione pubblica quanto dalle élites intellettuali, come i latori del Verbo laico, della modernità, del progresso. Avvertono che c'è il pericolo che gli sia portato via il copyright della razionalità e del retto pensare. Da chi? Anche qui, basta leggere La Repubblica per capire di chi si tratta: della Chiesa. O meglio, di un Papa che sembra aver fatto del tema della ragione il suo cavallo di battaglia, che invita tutti ad «aprirsi all'ampiezza del logos, a non rifiutarne la grandezza», che preferisce agli scontati fervorini la fatica del pensare che scava in profondità, in imis, per rintracciare i fondamenti ragionevoli della fede. E riscuote successo, nonostante non goda di buona stampa e non sia «mediatico» come il suo predecessore.

Così i «laici» di Repubblica, non sapendo a cosa appigliarsi, parlano con sempre più foga e sempre meno argomentazioni razionali di un «conflitto tra Stato e Chiesa» (così, ieri, Stefano Rodotà) che è, in realtà, soltanto un conflitto che riguarda il loro pregiudiziale senso di superiorità intellettuale rispetto a chi, invece, segue le parole e la proposta del Papa. Tanta veemenza è comprensibile soltanto se si tiene a mente il senso di frustrazione e di sconfitta che vivono oggi coloro che per decenni si sono proposti come rappresentanti unici della «laicità», della «modernità» e della «ragione», e ora si vedono insidiati su questo terreno da un vecchio pontefice che, nei loro schemi datati e, in fondo, nei loro auspici, dovrebbe essere «clericale», «anti-moderno» e «fideista».

Del resto, che il papato ratzingeriano avrebbe preso questa piega lo si poteva già intuire leggendo i suoi scritti, perfino quelli di fine anni '60, dove l'allora professore di teologia formulava un'analisi lucidissima sullo stato della razionalità nel nostro tempo, oggi più attuale che mai se confrontata con le parole di un Rodotà e di uno Scalfari. Nella sua Introduzione al Cristianesimo (1968), Ratzinger parlava della parabola del concetto di verità dall'antichità al secolo XX, passando per il medioevo e la modernità. Scriveva che dal concetto classico di «verum est ens» (la verità è l'essere), si è passati con Vico e con lo storicismo al concetto di «verum quia factum» (la verità è la fattualità), fino ad arrivare a Marx e allo scientismo tecnologico, per cui «verum quia faciendum» (la verità è la fattibilità). Tale percorso ha portato, progressivamente, ad un assottigliamento del campo di pertinenza della verità, e quindi della sfera d'azione della ragione: dalla ragione che indaga l'essere nella sua totalità alla ragione che indaga soltanto le cause (e non più i princìpi), fino a una ragione la cui unica incidenza riguarda esclusivamente ciò che l'uomo, privato di ogni respiro metafisico, può fare con le sue mani nell'opera di cambiamento del mondo. Il marxismo nella sfera politica e il «tecnologismo» nel campo delle scienze sono l'esito ultimo di questa riduzione del concetto di verità. E se è vero che il marxismo, rispetto agli anni in cui scriveva queste cose il teologo Ratzinger, ha conosciuto la sua sconfitta storica col fallimento dei regimi che ad esso si ispiravano, è anche vero che l'ideologia tecnologica rimane oggi sulla scena come l'ultimo epigono del paradigma veritativo del «verum quia faciendum».

Ed è proprio su questo terreno che si gioca la battaglia tra chi, come Papa Ratzinger, ripropone un concetto di ragione aperto alla totalità dell'essere (e quindi anche ai fondamenti della natura umana), e chi, come i soloni de La Repubblica, vorrebbe la ragione asservita sempre e soltanto al dominio della tecnica (e quindi indifferente, in ultima analisi, al problema della verità dell'uomo e sull'uomo) e alle sue possibilità di manipolazione. E' chiaro che, di fronte alla grande domanda di significato che anche le nuove scoperte scientifiche fanno risuonare nel cuore e nella mente degli uomini del nostro tempo, l'idea di ragione proposta da Benedetto XVI sembra molto più adeguata alla sfida della ricerca di un senso e di un fondamento al vivere individuale e sociale rispetto all'aridità dell'ideologia pan-tecnologica di un Rodotà. Per questo, come ha rilevato di recente il sociologo Giuseppe De Rita, la proposta del Papa trova molta più eco di quella dei «laici» de La Repubblica. Ed è per questo suo far appello al logos degli uomini che essa è percepita come più «moderna», più «ragionevole», più «laica».

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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