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Siamo davvero impazzitidi Francesco Natale - 29 marzo 2007 L'altro ieri, poco dopo aver mandato in redazione la recensione di 300, ho assistito ad un siparietto davvero indecoroso su Canale 5. La trasmissione Lettere da New York, approfondimento post-Tg5, era per l'appunto incentrata sul film di Snyder. Due giornalisti di cui non ricordo neppure il nome macellano sistematicamente il più grosso successo della stagione cinematografica con argomentazioni davvero circensi. La prima, che è anche la migliore: il New York Times lo ha demolito. Bene, conoscendo la linea editoriale della famosa testata non possiamo che compiacerci della suddetta recensione demolitiva: solitamente il fatto stesso che il NYT macelli una pellicola è ragione sufficiente per andarla a vedere di corsa e senza indugio. Raramente si resterà delusi. Quindi, a seguire, una insopportabile concione sull'opportunità politica di distribuire una pellicola improntata all'efferata violenza fine a se stessa (?), il tutto infarcito di pindarici paragoni con la violenza delle ultime produzioni gibsoniane. In ultimo, l'affondo finale dritto al cuore dell'elementare senso critico: la pellicola ha fatto orripilare il caro Ahmadinejad. Ovvio. La battaglia delle Termopili, infatti, non è un accadimento storico documentato, bensì una colossale montatura cinematografica ordita dal Grande Satana americano a chiaro scopo propagandistico contro l'illuminato regime del Presidente Atomico. Mano a mano che ascoltavo questo carnival bizarre di corbellerie sentivo crescere in me un senso di vuoto e scoramento: siamo davvero impazziti, pensavo. Di fronte a quella che si pone come opera d'arte (e un film dovrebbe esserlo) non riusciamo ad esprimere il più elementare e legittimo giudizio estetico, ovvero «mi piace» o «non mi piace». Dobbiamo per forza assurgere al ruolo di stolidi medici forensi, tutti presi a fare l'autopsia dell'eventuale retropensiero presente in un'opera, sempre attenti a scandagliare, diagrammare, soppesare gli eventuali indici di gradimento politico di una produzione cinematografica piuttosto che di un vaso art decò. Siamo davvero diventati i primi e più mortali nemici di noi stessi, e ciò risulta evidente dall'atteggiamento imbelle, quando non dichiaratamente criminale, che dimostriamo nei confronti delle arti visive, le prime che ogni regime dittatoriale ha sempre colpito, annientato o piegato al proprio volere. Basta mettere uno dietro l'altro i crimina perpetrati nei confronti del libero pensiero negli ultimi anni: l'omicidio di Theo Van Gogh in Olanda, Fahrenheit 9/11 distribuito in Libano grazie ai fondi di Hezbollah, la drammatica bagarre scatenata dalle vignette danesi su Maometto, il Mercante di Pietre distribuito con un anno di ritardo e poi immediatamente ritirato dalle sale (Dio salvi e benedica il DVD...) per questioni di «opportunità politica», il caso Abu Omar, destinato a diventare il nuovo tormentone mediatico a fianco all'interminabile saga di Anna Maria Franzoni, le raffiche ad alzo zero contro gli ultimi film di Gibson. E così, di fronte ad una estetica che risveglia, se vogliamo in maniera un po' infantile e manichea, qualche briciolo di sopita virilità, sentiamo immediatamente la necessità di rifugiarci nell'ermafroditismo acritico, illudendoci che le differenze di genere e specie siano solo un retaggio barbarico che poco o punto ha da spartire con la nostra moderna, civile e tollerante società. Perseguiamo come pecorelle felici e zompettanti l'omologazione ad ogni costo, dimentichi che il lupo è sempre in agguato pronto a farci a pezzi. E ride di noi...
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Ragionpolitica, periodico on line n.205 del 27/3/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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