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Scene di vita quotidianadi Valentina Meliadò - 31 marzo 2007 Scena di inquietante normalità a Milano: finisce la giornata di lavoro, si prende il tram per rientrare a casa, ci si siede e ci si mette a leggere per ammazzare il tempo, finché non salgono cinque ragazzini tra i quindici e i diciassette anni che cominciano a dare sfogo a tutte le peggiori pulsioni istintuali che conoscono: urlano parolacce e oscenità, si agitano, spintonano, ruttano. Si fa finta di niente, si finge di continuare a leggere, il conducente del tram si ferma per riprenderli verbalmente, i ragazzi ricominciano e alla fine, quando scendono, lanciano una bottiglia di plastica contro il mezzo. Mi si racconta, testualmente che «quello è il tipico gruppetto che avrei paura di incontrare in una strada buia da sola, anche se hanno la metà dei miei anni», e lo capisco benissimo, perché è difficile difendersi da cinque bulli, anche se sono ragazzini ed anche se è evidente che, presi singolarmente, «sono delle pezze». Il fatto, di per sé, non è sconvolgente e Milano non è certo l'unica città teatro di scene come questa, ma è la somma di tutti i fenomeni di bullismo e delinquenza giovanile - ormai quotidianamente agli onori della cronaca - a dare il quadro di una situazione di emergenza sociale. Non ci vuole uno psicoanalista per capire che i giovanissimi somatizzano le proprie insicurezze e la propria incapacità di affrontare anche i più piccoli problemi facendosi scudo del branco, agendo in gruppo per fomentarsi a vicenda, e commettendo piccole o grandi azioni di disturbo per sentirsi importanti, sicuri, padroni della situazione. Succede a scuola dove a subire sono i più deboli, i disabili o semplicemente i più civili; succede per strada, sui mezzi pubblici, allo stadio, davanti ai pub e alle discoteche, ed anche se fatti del genere sono sempre accaduti la dimensione che stanno assumendo oggi rende improcrastinabile l'adozione di misure di contrasto. Che non sono quelle suggerite da fior fiori di sociologi, psicologi e intellettuali pronti ad addossare alla società, alle vallette e ai calciatori le responsabilità individuali dei giovani. Anzi. Forse è proprio questa comprensione esasperata, questo permissivismo e perdonismo a priori (a pensarci profondamente ipocriti) a creare le condizioni ideali affinché i giovani crescano come piccoli barbari, credendo di potersi imporre con la forza del branco a danno degli altri e convincendosi - soprattutto - che questo possa sublimare le paure e le incertezze dell'adolescenza. Ma dove sono i genitori, gli insegnanti, i politici e i magistrati che si preoccupino di riportare in auge i valori del rispetto delle regole e degli altri, il senso del limite, della responsabilità personale e - dove occorra - anche la paura della punizione? Perché il punto, ormai, è tutto qui. Se cinque ragazzini salgono su un tram per sfogare le frustrazioni giovanili (quelle create, magari, proprio dalla mancanza di regole e paletti) significa che non temono più nulla; né la reazione della gente (la cui esasperazione è determinata dalla coscienza che è inutile e rischioso intervenire), né quella della maggiore autorità costituita (cioè del conducente o del controllore), né, tantomeno, quella della polizia che difficilmente arriverebbe in tempo. Ed è così che il senso di insicurezza generale si trasforma in paura e in sfiducia nelle istituzioni; è così che nascono le manifestazioni, è così che cresce il fenomeno delle baby-gang. Si fa presto a dire che la criminalità diminuisce e che le manifestazioni dividono, esasperano, senza domandarsi in che direzione vada una società in cui un adulto debba avere il timore di incontrare più di due ragazzini contemporaneamente. Se anche fosse vero che i reati gravi sono in diminuzione (ma per esserne sicuri bisognerebbe sapere se il numero dei reati denunciati corrisponde a quello dei reati effettuati, e non lo credo), la percezione della sicurezza è data dall'incidenza di quella che viene chiamata microcriminalità nella vita quotidiana delle persone. E per vedere un'inversione di rotta è necessario ripensare la filosofia che sta alla base dell'educazione dei giovani, o meglio, bisogna ricominciare ad educarli, a dargli dei valori, delle certezze, la capacità di distinguere il bene dal male e la forza di optare per il rispetto e la correttezza. Educare significa puntare a costruire la forza interiore, quella che non ha bisogno di manifestarsi nella prevaricazione degli altri, ma si esprime con il controllo di se stessi e del proprio egoismo. Senza nulla togliere al piacere delle piccole trasgressioni giovanili; peccato che per avere il piacere di trasgredirle è necessario che le regole ci siano. Si tratta, me ne rendo conto, di una vera controrivoluzione culturale, e mi chiedo davvero se ci sia qualcosa o qualcuno in grado di farsene carico.
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Ragionpolitica, periodico on line n.205 del 27/3/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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