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Le persecuzioni contro i cristiani nel Sud-Est asiatico

di Vincenzo Merlo - 3 aprile 2007

L'agenzia Asianews, preziosa fonte di informazioni in Asia, fondata nel 1987 da Padre Piero Gheddo e riformata recentemente come agenzia on line sotto la direzione di Padre Bernardo Cervellera, ha diffuso nei giorni scorsi la notizia dell'ennesima violazione dei diritti umani perpetrata in un Paese comunista. Ci riferiamo alla condanna ad otto anni di reclusione inflitta in Vietnam al sacerdote cattolico Padre Nguyen Van Ly con il motivo di «propaganda contro il regime comunista». Padre Van Ly, che ha già passato 14 anni in prigione a causa delle sue battaglie in difesa della libertà di religione, era agli arresti domiciliari dallo scorso febbraio quando, dopo una perquisizione nella sua casa, era stato accusato di «atti di violazione della legge». Insieme a lui sono state condannate altre quattro persone, due uomini e due donne, a pene che vanno da un anno e mezzo fino a sei anni. Padre Van Ly, 60 anni, era accusato di essere all'origine di un movimento per la democrazia, chiamato «blocco 8406», sorto nell'aprile 2006 con duemila aderenti, nonchè di sostenere gruppi «illegali», quali il Partito progressista del Vietnam. Il processo è durato una sola giornata. Il sacerdote cattolico, in manette, ha rifiutato di alzarsi davanti alla corte, gridando «Abbasso il partito comunista del Vietnam!». Il poliziotto gli ha coperto la bocca con una mano e poi lo ha trascinato fuori dall'aula.

Padre Van Ly, dicevamo, non è nuovo alle persecuzioni del regime comunista vietnamita: il 17 maggio del 2001, alle cinque di mattina, mentre si apprestava a celebrare messa nella sua chiesa di An Truyen, nei pressi di Huè, si trovò circondato da seicento agenti di sicurezza vietnamiti che fecero irruzione in chiesa. I fedeli presenti vennero malmenati selvaggiamente. Padre Van Ly venne condannato, il successivo 19 ottobre, a vent'anni di detenzione (poi ridotti di cinque) per aver «minacciato l'unità della Nazione e per aver disobbedito a un ordine di detenzione». La sua colpa? Aver inviato tre mesi prima al Congresso americano una lettera in cui chiedeva al governo degli Stati Uniti di non ratificare il trattato commerciale con il Vietnam, per le gravi violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa in quel Paese.

L'ennesima condanna di un esponente religioso cattolico è l'ulteriore riprova di come le cosiddette «aperture democratiche» del governo di Hanoi si rivelino in realtà estremamente deboli, soprattutto perché rimane il veto a partiti e organizzazioni che sfidino il monopolio del Partito comunista. In Vietnam, va ricordato, è inoltre in atto da decenni una violenta persecuzione contro i «montagnard» («gente della montagna»), uno dei popoli più antichi di tutto il Sud-Est asiatico, stanziato in Indocina da più di duemila anni. Scrive Vincenzo Sansonetti su Il Timone (n° 41): «Divisi in una trentina di differenti tribù, i "montagnard" abitano le cosiddette Terre Alte al confine tra Vietnam e Cambogia, e la maggior parte di loro sono cristiani, cattolici e protestanti, convertiti attraverso i missionari negli ultimi due secoli. Alla fine della colonizzazione francese, cinquant'anni fa, si stima che fossero circa tre milioni. Oggi, decimati dalla feroce persecuzione dei regimi comunisti della regione, uccisi o inghiottiti dalle spaventose prigioni vietnamite, si sono ridotti a meno di un milione di individui. Un genocidio silenzioso di cui scrivono in pochi. E costellato da episodi di eroismo. Dai primi mesi del 2004 il governo di Hanoi ha rafforzato nella zona il suo apparato repressivo militare-poliziesco, impedendo l'accesso ai giornalisti e agli osservatori umanitari internazionali. Secondo informazioni fornite dalla "Montagnard Foundation", i cristiani che vengono trovati in possesso di un crocifisso, di un'immagine sacra, ma anche di un telefono cellulare, di una radio o di un giornale straniero, vengono immediatamente arrestati e spesso sottoposti a tortura».

Altro che «aperture democratiche», dunque. I comunisti sempre uguali a loro stessi, in ogni parte del mondo. Le persecuzioni dei «montagnard» e l'interminabile calvario di Padre Van Ly (per cui il mondo occidentale dovrebbe mobilitarsi con maggior decisione) sono solo gli esempi più significativi della persecuzione contro i cristiani messa in atto dai regimi dittatoriali del Sud-Est asiatico, che dura ormai da tre decenni. Da quando cioè la caduta di Saigon, il 25 aprile 1975, ha in pratica consegnato tre Paesi - l'intero Vietnam, il Laos e la Cambogia - alle forze comuniste che ancora oggi sono al potere. In Cambogia, dopo la paranoica e sanguinaria dittatura di Pol Pot (che nel decennio 1975-1985 provocò quasi due milioni di vittime su una popolazione di sei milioni, distruggendo quasi completamente la presenza della Chiesa), la vita è lentamente ripresa. Si stima che i cristiani siano oggi circa centomila (di cui ventimila cattolici), a fronte di una popolazione di tredici milioni di abitanti. Sui sei milioni di abitanti del Laos, i cristiani sono circa centomila, di cui quarantamila cattolici.

In entrambi i Paesi, ancora oggi, i cristiani incontrano però ostacoli e difficoltà, soprattutto a livello locale, dove sono frequenti arresti, persecuzioni, episodi di intolleranza, permanendo fortissime le limitazioni di ogni genere al culto religioso, in particolare a quello cattolico. Nel Laos, ad esempio, la Chiesa cattolica non può possedere o gestire strutture socio-assistenziali (ospedali, ospizi, scuole), nessun rito o gesto di preghiera può essere effettuato fuori dalle chiese. E' infine praticamente impossibile per tutte le confessioni stampare libri religiosi. Anche sul Vietnam (lo Stato più popoloso dell'area, con ottanta milioni di abitanti), oltre a quanto poc'anzi ricordato, bisogna aggiungere che se formalmente la Costituzione del 1992 garantisce la libertà religiosa, nella realtà (vedi gli ultimi episodi di repressione) questo diritto è spesso conculcato, e i controlli e le limitazioni sono davvero asfissianti. I candidati al sacerdozio, ad esempio, devono superare appositi esami che dimostrino la «fedeltà allo Stato». I nuovi parroci, a loro volta, devono ottenere l'approvazione statale, mentre la nomina dei vescovi è una procedura complessa e difficoltosa, che lascia vacanti le sedi episcopali per anni. Non basta. Ufficialmente, come nel caso di padre Van Ly, non si è mai arrestati e perseguitati perché ci si professa cristiani, ma per aver messo in pericolo la «sicurezza nazionale» e aver condotto attività di «propaganda contro il regime socialista».

In poche parole, al cristiano non è permesso rendersi «visibile», testimoniare la sua fede. «Assistiamo in definitiva, nei tre Paesi dell'area indocinese - afferma ancora Sansonetti -, a una persecuzione sottile, "moderna", che non impedisce di professarsi cristiani e di esercitare il culto, ma esige il controllo delle coscienze». E c'è di che riflettere sul massiccio sostegno che ebbero i vietcong comunisti dai cosiddetti «progressisti» occidentali negli anni '60 e '70. Quei «progressisti» per cui gli Usa rappresentavano il male e il dittatore Ho Chi Min il bene supremo del popolo. «Giù le mani dall'eroico popolo vietnamita» era lo slogan più scandito nelle piazze, nelle università. E vengono davvero i brividi a pensare che gli urlatori di un tempo siedono oggi al governo italiano e pontificano, senza essersi mai scusati per le follie di quegli anni, dalle televisioni e dai giornali più importanti, riveriti e omaggiati da altri cattivi maestri.

Le conclusioni le affidiamo al già citato Padre Piero Gheddo, tra i primi a denunciare gli orrori dei governi comunisti dell'Indocina: «Se avesse vinto il governo filo-occidentale, il Vietnam sarebbe libero, democratico e sviluppato come la Corea del Sud; ma ha vinto il governo comunista e il Vietnam è in una situazione poco migliore di quella della Corea del Nord. Gli italiani che hanno appoggiato vigorosamente i vietcong e il regime comunista del Nord Vietnam sono in parte responsabili del disastro di un antico Paese, dal quale poi sono fuggiti circa un milione e mezzo di vietnamiti a rischio della vita (i "boat people" nel periodo 1975-1979). Quanti hanno fatto un sincero esame di coscienza per quella sbandata ideologica a spese di un popolo che si voleva aiutare? Ma si voleva veramente aiutarlo o solo veder trionfare la propria ideologia?».

Vincenzo Merlo

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