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La «Fides et ratio», fondamento di una sana laicitàdi Gianteo Bordero - 3 aprile 2007 Nel secondo anniversario della morte di Giovanni Paolo II, i riflettori dei media sono puntati sul processo di canonizzazione del Papa polacco, anche a seguito della conclusione della fase istruttoria diocesana e dell'inizio dell'iter presso la Congregazione per le cause dei santi. Guardando alla grande figura di Karol Wojtyla a due anni dalla morte, però, riteniamo necessario sottolineare alcuni aspetti decisivi del suo pontificato di cui poco si parla, ma che costituiscono una vera eredità tanto per il cammino della Chiesa quanto per quello della nostra società. In particolare, considerati anche i temi all'ordine del giorno nel dibattito sulla laicità, è utile ricordare un fondamentale passaggio del papato wojtyliano, quello caratterizzato dalla promulgazione dell'enciclica Fides et ratio. Ed è utile farlo, per mostrare come il documento del 1998 sia oggi più attuale che mai, attraverso le lenti di colui che, in veste di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, fu allora uno dei maggiori protagonisti della stesura del testo papale: il cardinal Joseph Ratzinger. Sarà così chiaro che uno dei grandi temi del pontificato di Benedetto XVI, quello legato alla riscoperta del legame tra fede e ragione, ben riassunto nella ormai celebre lectio magistralis di Ratisbona, rappresenta lo sviluppo organico, seppur declinato secondo il genio spirituale e intellettuale ratzingeriano, di un percorso già iniziato con Giovanni Paolo II e destinato a segnare un punto decisivo della proposta della Chiesa nel nostro tempo. Allo stesso tempo, risulterà evidente che le battaglie di oggi sulla famiglia, sulla difesa della vita «dal suo inizio al suo termine naturale», sulla promozione della lex naturalis, sulla «sana laicità», non sono slegate dal resto della riflessione della Chiesa su se stessa e sul suo ruolo all'interno del mondo e della storia, ma ne rappresentano un significativo punto di sintesi. Le conseguenze di una ragione debolePresentando sull'Osservatore Romano del 16 ottobre 1998 le linee guida dell'enciclica, il Prefetto dell'ex Sant'Uffizio sottolineava come essa si ponesse come risposta al crocevia della crisi culturale del nostro tempo, caratterizzata principalmente da due fattori: «La separazione portata all'estremo tra la fede e la ragione; e l'eliminazione della questione della verità - assoluta e incondizionata - dalla ricerca culturale e dal sapere razionale dell'uomo». Le conseguenze di questi due atteggiamenti sono rappresentate dal fatto che da un lato «la ragione scientifica non costituisce più un avversario per la fede, perché essa rinuncia ad interessarsi alle verità ultime e definitive dell'esistenza, limitando il suo orizzonte alle conoscenze parziali e sperimentabili»; dall'altro lato, «il ritirarsi da parte della ragione dalla questione della verità significa cedere ad una certa cultura filosofica, che esclude la metafisica a causa dell'assolutizzazione del paradigma della ragione scientifica o storica. La conseguenza di questa capitolazione è soltanto apparentemente innocua per la fede, che è sospinta dentro un cerchio chiuso in se stesso, relegato nel soggettivismo, nella privatizzazione intimistica, non più in grado di comunicarsi agli altri né di farsi valere sul piano culturale e razionale». Se per un verso, dunque, una ragione rattrappita e ridotta soltanto a indagare gli aspetti «parziali e sperimentabili» della realtà risulta in ultima analisi privata della sua stessa essenza, della capacità cioè di trascendere se stessa e di dire qualcosa di importante circa le domande decisive dell'esistenza, per altro verso una fede fondata su tale ragione «debole» non avrebbe più alcuna incidenza reale nella vita tanto del singolo quanto della società. Una ragione e una fede che rinunciassero alla questione delle questioni - la verità dell'esistenza - finirebbero col produrre e con l'avallare «una visione culturale dell'uomo e del mondo di tipo relativistico e pragmatistico, dove tutto è ridotto ad opinione». Per una ragione aperta al veroA fronte di tutto ciò, la Fides et ratio, coraggiosamente, ripropone un concetto di ragione aperto, rispettoso cioè dell'essenza della ragione e della sua capacità di «raggiungere, conformemente alla natura limitata dell'uomo, le verità fondamentali dell'esistenza: la spiritualità e immortalità dell'anima; la capacità di fare il bene e di seguire la legge morale naturale, la possibilità di formulare giudizi veri, l'affermazione della libertà dell'uomo». E' in base a questa visione fiduciosa della ragione umana che oggi la Chiesa entra nel dibattito sulla famiglia, sulla vita, sulla bioetica, facendo leva, prima ancora che su verità di fede in senso stretto, su elementi di ragione comuni a tutti gli uomini, e che tutti possono riconoscere. Si comprende, così, perché il più delle volte il dibattito sulla laicità e sulle cosiddette «ingerenze» della Chiesa nella sfera politica risulti sterile: perché è mal posto o perché è incompreso il punto di partenza. Si preferisce cioè liquidare l'invito della Chiesa ad allargare gli orizzonti della ragione come un tentativo di violare l'autonomia del legislatore piuttosto che fare i conti fino in fondo con questa prospettiva antropologica. Accusare la Chiesa di «ingerirsi» negli affari dello Stato senza entrare nel merito di quello che essa dice mostra già, in qualche modo, l'assenza di argomenti cogenti da parte dei «paladini della laicità». E, per un altro verso, mostra che anche i cosiddetti «cattolici democratici» che si accodano più o meno apertamente a tali accuse non rendono un buon servizio, prima ancora che alla Chiesa, alla stessa qualità del dibattito politico, sociale e culturale. Per Giovanni Paolo II e per Benedetto XVI, invece, tanto i cattolici quanto i non credenti, se vogliono veramente garantire lo sviluppo ordinato e la crescita della società, devono promuovere una visione dell'uomo «aperta agli interrogativi fondamentali dell'esistenza, all'integrità e alla totalità del reale, senza pregiudiziali chiusure e senza precomprensioni riduttive». Infatti - afferma ancora Ratzinger - «escludere l'uomo dall'accesso alla verità è la radice di ogni alienazione». Se la Chiesa dunque si oppone e combatte con vigore le prospettive relativiste e nichiliste, così diffuse nel nostro tempo, non è per brama di egemonia culturale, ma perché ha a cuore l'uomo e la sua dignità. La modernità di questa visione (e qui rispondiamo a chi accusava ieri Giovanni Paolo II e oggi Benedetto XVI di essere anti-moderni) non è data soltanto dal fatto che il tema della Chiesa amante dell'uomo è stato uno dei cardini del Concilio Vaticano II, ma anche dal fatto che essa si richiama proprio alla grande questione dell'età moderna: quella della razionalità (delle sue possibilità conoscitive e del suo spazio d'azione) e dei suoi legami con la libertà umana. Verità e libertàE qui veniamo all'ultimo punto sottolineato dall'allora cardinale Ratzinger nel suo articolo sull'Osservatore Romano del 16 ottobre 1998 (tra l'altro, proprio in quel giorno cadevano i 20 anni di pontificato di Papa Wojtyla, ed è significativo che quello che sarebbe poi divenuto il suo successore sottolineasse l'importanza della Fides et ratio in una occasione così importante - quasi un presagio e un sigillo di continuità tra il pontefice polacco e quello tedesco). «L'enciclica - scriveva il Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede - risponde finalmente alla sfida culturale di importanza cruciale che viene sollevata dall'attualità del nostro tempo: si tratta del senso della libertà». Se infatti la ragione viene privata della sua capacità di attingere al vero, le conseguenze di questa privazione non si fanno sentire soltanto sul piano - per così dire - intellettuale, ma anche su quello morale. Come afferma Giovanni Paolo II nell'enciclica, «verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono». Sarebbe ingenuo pensare che una razionalità impoverita e, in fondo, snaturata rispetto alla sua ontologica aperta al vero possa fondare un'idea di libertà autenticamente umana, rispettosa di tutti i fattori costitutivi della persona. Ma così è accaduto. E «la principale conseguenza - afferma Ratzinger - è che l'opinione diffusa ritiene possibile e legittimo cercare soltanto un terreno o una piattaforma comune dove individuare valori etici o genericamente umanitari attorno ai quali costruire un consenso. Il consenso possibile diventa il principio e il fine della riflessione culturale, filosofica e del dialogo. Non quindi l'assenso o la ricerca della verità, ma il consenso pubblico che realisticamente si può conseguire e che rispetta la libertà di tutti e di ognuno, costituisce l'obiettivo della riflessione e dell'impegno culturale e sociale». Basta osservare l'odierno dibattito sui diritti e, nel caso italiano, sulla questione del riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, per rendersi conto della puntualità dell'analisi ratzingeriana. Anche qui, il punto non è quello di accusare la Chiesa di voler imporre a tutti, anche ai non credenti, la morale cattolica, ma di riconoscere che una visione della libertà slegata dalla verità non è in grado, in ultima analisi, di rispondere tanto alle sfide del nostro tempo quanto al desiderio di pienezza del cuore dell'uomo. Se tutto viene relativizzato, se la ragione non è più in grado di raggiungere il vero, è chiaro che il fondamento dei diritti di libertà rimarrà, in sostanza, in balìa dell'opinione di volta in volta dominante, aprendo il campo ad ogni genere di soprusi. E' questo, tra l'altro, il senso delle parole pronunciate venerdì scorso dal nuovo presidente della Cei, monsignor Angelo Bagnasco, tanto contestate quanto incomprese dalla stragrande maggioranza dei quotidiani italiani e dai politici laicisti. «Quando si perde la concezione corretta auto-trascendente della persona umana - ha detto Bagnasco - non vi è più un criterio per valutare il bene e il male. Quando il criterio dominante è l'opinione pubblica o le maggioranze vestite di democrazia, che possono diventare antidemocratiche o violente, allora è difficile dire dei no. Allora - ha proseguito - perché dire no a varie forme di convivenza stabile giuridicamente, di diritto pubblico, riconosciute e quindi creare figure alternative alla famiglia? Perché dire di no all'incesto, come in Inghilterra dove un fratello e sorella hanno figli, vivono insieme e si vogliono bene? Perché dire di no al partito dei pedofili in Olanda se ci sono due libertà che si incontrano? Oggi ci scandalizziamo - ha concluso - ma se viene a cadere il criterio dell'etica che riguarda la natura umana, che è anzitutto un dato di natura e non di cultura, è difficile dire no. Se il criterio sommo del bene e del male è la libertà di ciascuno, come autodeterminazione, come scelta, allora se uno, due o più sono consenzienti, fanno quello che vogliono perché non esiste più un criterio oggettivo sul piano morale e questo criterio riguarda non più l'uomo nella sua libertà di scelta, ma nel suo dato di natura». Per una «sana» laicitàIn conclusione, mostrando che non può darsi autentica libertà se non è data autentica verità, se cioè non è contemplata la possibilità della ragione di riconoscere il bene, la Fides et ratio invita a ritrovare il senso autentico della libertà per uscire dalle angustie a cui la cultura contemporanea è stata costretta da una visione dell'uomo frammentata, riduttiva e impoverita. «La libertà - scrive ancora Ratzinger commentando l'enciclica di Giovanni Paolo II - non è semplice capacità di compiere scelte indifferenti o interscambiabili, ma possiede un orientamento verso la pienezza, la vita compiuta che la persona deve conquistare con l'esercizio della sua libertà, ma nel modo giusto (Recta Ratio). La libertà trova il suo senso, e quindi la sua verità, nell'autodirigersi verso il suo proprio fine, in conformità con la natura della persona umana». E', questa, un'ottima base per rifondare un discorso sulla laicità che sappia uscire dalle secche in cui fanno naufragio tutte le ideologie, tanto «laiciste» quanto «clericali». Sta qui la grande attualità della proposta formulata da Giovanni Paolo II nella Fides et ratio.
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Ragionpolitica, periodico on line n.206 del 3/4/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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