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Lula (e gli Usa) all'attacco di Chavez sul fronte energeticodi Pietro De Leo - 5 aprile 2007 Uno dei punti fermi della politica di Chavez è la concezione del petrolio come una fondamentale arma geopolitica. Ed è proprio utilizzando il potere contrattuale che gli deriva dall'essere presidnte di uno dei principali Paesi estrattori che Chavez ha condotto la sua campagna diplomatica di questi mesi. Soprattutto, proprio grazie al petrolio, egli si è ritagliato una posizione di leadership facendo del Mercosur, l'area di libero scambio latino-americana, un blocco (quasi) compatto in funzione anti-Usa. La situazione, però, si avvia verso il cambiamento. Perché il commercio dell'etanolo, il biocarburante su cui punta il Brasile di Lula, rischia di ridisegnare una nuova geografia degli accordi. Con la «strategia dell'etanolo» Lula cerca di riappropriarsi di quella legittimità politica nell'area che per troppo tempo, anche a causa dell'immagine logorata dalle crisi interne, era stata esclusivo monopolio di Chavez. Il ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amrim, ha affermato qualche giorno fa che il Brasile è la Mecca dell'etanolo, in cui si recano molti Paesi occidentali per risolvere i propri problemi energetici. E per evitare di «restare completamente dipendenti dal petrolio che, ormai lo sanno tutti, prima o poi finirà». Un messaggio chiarissimo a Fidel Castro, che il 29 marzo scorso sul quotidiano comunista cubano Gramma aveva definito «sinistra» l'idea di «trasformare gli alimenti in combustibile» (l'etanolo infatti si ricava anche dal mais), verso cui, a suo dire, è orientata la «linea di politica estera degli Stati Uniti». Un messaggio analogo era venuto dal terzo vertice delle comunità indigene svoltosi in Guatemala, che ha visto Evo Morales fare la parte del leone, e che ha visto l'approvazione di una mozione di condanna dell'utilizzo del mais - elemento sacro - per la produzione di combustibile a beneficio delle «grandi transnazionali commerciali». Che l'etanolo sia un combustibile su cui gli Stati Uniti puntano molto è un dato di fatto. Il rapporto presentato nel Prospective Plantings del Dipartimento dell'Agricoltura americano, infatti, ha dimostrato come, negli Stati Uniti, per quest'anno sia previsto un aumento del 15% nella produzione di mais, raggiungendo i livelli massimi del 1944. Il Brasile è una componente importante di questa strategia. Non a caso, nell'ultimo mese, Bush e Lula si sono incontrati due volte stringendo alleanze sulla produzione e la commercializzazione dell'etanolo. Dall'ultimo incontro nel ranch di Crowford Lula si è detto «fiducioso» circa i rapporti che stanno maturando con la Casa Bianca. Il quadro, dunque, è chiaro: con la grande attività di Chavez negli ultimi due anni, che andava dall'America del Sud al Medioriente, la divaricazione tra il Nord e il Sud del continente rischiava di allargarsi in maniera irreparabile. Ora Bush ha trovato un grimaldello per spaccare l'alleanza anti-americana. E, con la sinistra uscita sconfitta dalle elezioni in Messico, la Bachelet ogni giorno più debole in Cile e la situazione sospesa a Cuba gli equilibri sembrano essere molto meno compromessi di qualche mese fa. Utilizzare il fattore anti-petrolifero può rivelarsi l'arma vincente, anche considerando il fatto che il principale alleato energetico di Chavez in Medioriente è l'Iran di Ahmadinejad.
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Ragionpolitica, periodico on line n.206 del 3/4/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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