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Monsignor Bagnasco nel mirino del «politicamente corretto»

di Gianteo Bordero - 5 aprile 2007

Martedì il Consiglio Comunale di Genova non è riuscito a votare, per l'opposizione dei Comunisti Italiani, un ordine del giorno di Forza Italia che esprimeva solidarietà a monsignor Bagnasco, arcivescovo del capoluogo ligure e presidente della Cei, dopo la scritta offensiva apparsa lunedì sulla porta della cattedrale di San Lorenzo. Nel frattempo il prefetto della Lanterna, Giuseppe Romano, ha deciso di assegnare al monsignore una scorta, segno che la tensione, dopo le parole pronunciate da Bagnasco lo scorso venerdì a proposito delle coppie di fatto e dei rischi di una deriva sociale dovuta alla mancanza di un criterio per distinguere il bene dal male, ha raggiunto livelli di guardia. Del resto, già al momento della sua nomina arcivescovile il presule veniva guardato con sospetto, a causa del suo essere stato ordinario militare negli anni della missione italiana in Iraq, dalla sinistra radicale e pure da larga parte del cattolicesimo pacifista. L'ostilità è poi cresciuta con la pubblicazione della Nota della Cei sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto ed ha raggiunto il vertice con le riflessioni del monsignore della settimana scorsa.

Chi si aspettava che Bagnasco avrebbe in qualche modo «attenuato» la linea portata avanti dal suo predecessore alla guida della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinal Ruini, è stato costretto a ricredersi. Emerge infatti chiaramente, dalle prime mosse del monsignore, come egli percepisca il suo mandato non come «rottura» rispetto all'opera ruiniana, ma - seppur con le inevitabili differenze di temperamento - come continuità, come impegno a far germogliare nella Chiesa italiana l'abbondante semina del cardinal vicario. Soprattutto, emerge con chiarezza la sintonia del nuovo presidente della Cei con Papa Benedetto XVI sulle grandi questioni che animano l'attuale dibattito culturale, prima fra tutte la questione cosiddetta «antropologica», riguardante cioè la tenuta di una concezione dell'uomo che sappia rispondere alle sfide del nostro tempo circa la vita, la famiglia, la bioetica, il bene comune, la «civiltà».

A questo proposito, sono da sottolineare non soltanto le parole pronunciate dall'arcivescovo di Genova venerdì scorso, ma anche le sue riflessioni durante un incontro svoltosi nel capoluogo ligure a dicembre sul tema del rapporto tra fede e ragione dopo la lectio magistralis di Benedetto XVI a Ratisbona. «Negli ultimi secoli - disse allora Bagnasco - si è sviluppata una visione illuminista e positivistica della ragione secondo la quale il compito di questa sarebbe solo quello di indagare e conoscere il mondo della natura per governarlo e trarne dei benefici. Questa visione non esprime però la compiuta ragione dell'uomo, ma soltanto una parte di essa. In forza di questa grave riduzione, tale concezione non può essere considerata razionale. La ragione sperimentale risponde alle domande su cos'è questa materia che ho davanti, oppure come funziona questo meccanismo del micro e del macro cosmo. I risultati ottenuti nel campo delle scienze naturali e delle tecnologie sono straordinari e hanno una portata universale. Ma se la ragione sperimentale viene usata in modo esclusivo viene mutilato l'uomo, che ha bisogno non solo di piegare la natura al proprio servizio ma anche di indagare i grandi nodi del suo esistere e del suo agire».

Come si vede, anche monsignor Bagnasco sente come una questione decisiva quella di una riscoperta di un concetto di ragione aperto alla risposta alle grandi domande dell'esistenza umana, perché se tale apertura e tale risposta vengono messe tra parentesi, è inevitabile un esiziale inaridimento dell'uomo e della società. Se cioè i fondamenti trascendenti della vita individuale e sociale sono censurati o, peggio, combattuti e osteggiati, si finisce col lasciare che prevalga, come criterio decisivo, quello dell'opinione di volta in volta dominante sul piano culturale, perdendo di vista ogni aspetto oggettivo come quello della verità, del bene, del giusto. Perciò «è su questo piano che il Papa invita ad allargare gli spazi della ragione umana, non certo per negare la modernità con le sue conquiste in campo umano e per tornare indietro a prima dell'illuminismo. Non si tratta di restringere ma di ampliare il concetto di ragione e l'uso di essa».

Si capisce così perché il nuovo presidente della Cei incontri un'ostilità tale da trasformarsi in insulto violento e da richiedere una scorta per la sua sicurezza: non solo e non tanto per le sue posizioni ecclesiali, quanto per la sana provocazione che le sue parole rappresentano per il laicismo dominante «politicamente corretto», che sente come una minaccia una Chiesa che scende - per così dire - sul terreno della ragione e propone un'idea di laicità assolutamente non clericale, che parte cioè da argomenti di ragione prima ancora che di fede, da elementi che tutti possono riconoscere prima ancora che dai dogmi. Fa paura, alla cultura radicale e antagonista, una Chiesa che ragiona e che sfida l'establishment intellettuale sul suo stesso terreno. Proprio mentre la vecchia cultura razionalista mostra il fianco di fronte alle grandi sfide poste dalla globalizzazione e dal confronto tra civiltà, la Chiesa di Papa Ratzinger e di monsignor Bagnasco si rivela come l'unica capace di avanzare una proposta all'altezza di tali sfide. Come ha detto ancora l'arcivescovo di Genova lo scorso dicembre all'incontro sulla lectio magistralis di Ratisbona, «solo una ragione restituita alla sua completezza è veramente in grado di generare cultura e civiltà, perché queste richiedono non tanto degli alti livelli tecnologici, ma soprattutto un ethos valoriale che scaturisce dall'insieme delle risposte alle domande ultime di senso e che costituiscono il comune sentire la vita e la morte, il presente e il futuro, le relazioni, la persona».

! Gianteo Bordero
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