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Il Cristianesimo crocefisso da «Centochiodi»di Antonio Iannaccone - 7 aprile 2007 Il film Centochiodi di Ermanno Olmi, in modo probabilmente inconsapevole, ha avuto sicuramente il merito di dipingere in modo molto efficace l'aspetto profondo su cui si gioca l'esistenza futura del Cristianesimo e che si può sintetizzare nella domanda: suscita ancora interesse nell'uomo contemporaneo la notizia del Dio fatto uomo? La storia del film è una scoperta metafora della vicenda di Cristo, dipinto dal regista come un luminare di filosofia (il «Verbo») che sceglie di abbassarsi (l'«Incarnazione») ad una vita povera per vivere più vicino alla gente comune (l'«uomo»); a sancire il passaggio alla nuova vita, un episodio emblematico: il professore inchioda alle pareti della biblioteca i libri della sua formazione. Già in questa rilettura della crocifissione da parte di Olmi si scorge il senso di cui il regista è portatore: ad essere appeso alla croce non è quell'uomo che vuole convincere gli uomini di essere il Verbo di Dio, ma, al contrario, ad essere crocefissa è proprio la sua natura di Verbo di Dio (i libri rappresentano la vita da professore, ovvero Cristo che conosce il mistero del Padre, nella metafora olmiana) in modo da convincere gli uomini che in loro stessi, e non in «altro», sta quell'amore che li rende «divini». In altre parole, è il Vangelo inteso esclusivamente nel comandamento di Cristo «amatevi gli uni gli altri» e in cui è omessa la seconda parte, «come io ho amato voi». Una tale definizione del Cristianesimo ha un'alta capacità di seduzione, poiché, in fondo, non nega i temi tipicamente cristiani, ma piuttosto ne riduce il significato misterioso ad un'interpretazione immediatamente comprensibile: in quest'accezione, infatti, il peccato consiste nel non amare il prossimo, la redenzione è il passaggio dall'essere «egoista» all'essere «amante» del fratello uomo, la libertà sta nella scelta se amare l'uomo o non amarlo e Gesù diventa il più efficace interprete di questo messaggio d'amore degli uomini fra loro. E qui arriviamo alla domanda iniziale: se è vero che la poetica di Olmi vuole dipingere il cuore del Cristianesimo, come fare a meno di notare che da questo nucleo è esclusa, anzi, come detto, è «crocefissa» proprio quella novità che la Chiesa custodisce come suo unico vero tesoro, cioè la notizia del Dio che si fa uomo? Difficile evitare la domanda affermando che «un poeta non può avere la precisione di un teologo», perché troppo grande e troppo evidente è il senso del messaggio del regista, come è stato chiaramente inteso da critici e sostenitori del film e come è stato illustrato dallo stesso Olmi. Durante la trasmissione Otto e mezzo di venerdì scorso, ad esempio, il regista non ha mai veramente nominato Dio, che appare essere, nel suo affresco cristiano, in fondo qualcosa di accessorio, al più una «sorgente d'ispirazione», ma di certo non una presenza reale significativa. Qualcuno potrebbe sostenere che si tratti di chiacchiere da teologi e che, però, Olmi rappresenti l'umanità vera, reale. Proprio su questo aspetto il «Cristianesimo dell'amore umano perfetto» mostra la sua lacuna più grossa. E questa consiste proprio nel fatto di essere «perfetto» o, meglio, di essere una perfetta idealizzazione umana. Già, perché il grande assente nell'affresco dell'umanità del regista bergamasco è proprio quello di cui, invece, nella realtà, l'uomo sente più il bisogno: e cioè un imprevisto, una novità, un fatto eccezionale che mi renda «capace» di cambiare la vita, di amare veramente il prossimo e che liberi la mia libertà incline al male. In altre parole, non viene considerata quella misteriosa inclinazione al basso che la Chiesa chiama «peccato originale» e che, di fatto, impedisce all'uomo come tale di compiere il bene che pure desidera. L'uomo perfetto alla Olmi è un uomo che ama «per un naturale impulso al meglio» e non perché «è stato salvato». E' un uomo che desidera voler bene all'uomo, ma che, a guardare fino in fondo, non accetta che vi sia un Amore più grande che gli permette questo, sostenendolo, guidandolo, ponendogli davanti una meta imprevista ed eccezionale (Gesù Cristo, il destino dell'uomo), il tutto nel mistero della inconcepibile tutela della preziosa libertà della persona. Tale concezione utopica vuole rendere la libertà dell'uomo tanto perfetta da poter fare a meno della libertà di Dio di farsi uomo e di proporsi come significato ultimo della incompleta libertà umana. Ma, come ha scritto Benedetto XVI, «la libertà di Dio e la libertà dell'uomo si sono definitivamente incontrate nella sua carne crocifissa in un patto indissolubile, valido per sempre». (§9 della Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis) In conclusione, la visione dell'«amore umano perfetto» coincide alla fine con una tentazione: pur di far fuori il fastidio di un Dio fatto uomo che mi chiama ad una conversione fatta di carne e sangue (cioè reale), costruisco un «amore perfetto all'uomo» che renda quell'avvenimento inutile. Ma una tale idea regge solo in un film (cioè un'ora e qualcosa) e non nella realtà di una vita, a dimostrazione del fatto che il Padre nei cieli ci conosce meglio di un pur carismatico regista bergamasco.
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Ragionpolitica, periodico on line n.206 del 3/4/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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