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6 marzo 2008
 
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Turchia, gli interrogativi in vista delle elezioni presidenziali

di Daniele Martino - 17 aprile 2007

Nella seconda metà del mese di maggio la Turchia sceglierà un nuovo Presidente della Repubblica. Il mandato di Ahmet Necdet Sezer, ex giudice 66enne, sta per concludersi. Il seggio presidenziale, come in Italia, non ha un grande potere politico ma compiti soprattutto rappresentativi ed eminentemente istituzionali; tuttavia può bloccare le leggi in conflitto coi principi costituzionali. Proprio secondo la Prima legge dello Stato il Presidente è considerato il custode della laicità impressa nel dna dello Stato da Mustafà Kemal Atatürk nel 1923.

Ciò costituisce un anacronistico (in positivo) esempio d'ordinamento giuridico. La possibilità, perciò, che si giunga ad un Presidente «sensibile» ai richiami della Turchia profonda, anatolica ed ancestrale è percepita come più che una preoccupazione, a Washington come a Bruxelles. Il tutto ruota attorno all'intenzione di candidarsi alla Presidenza della Repubblica da parte dell'attuale primo ministro Recep Tayyip Erdogan; non v'è nulla da sindacare circa la sua integerrima sensibilità politica, testimoniata pure dagli ottimi rapporti con Silvio Berlusconi. Preoccupa maggiormente la base del suo Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, poiché a livello locale s'è assistito negli ultimi anni a pericolosi sbilanciamenti verso iniziative legislative ammiccanti alla sharia, come il divieto di vendere alcolici, soprattutto nella parte orientale dello Stato. Destano, poi, interrogativi storici dichiarazioni come quella del ministro della Cultura, Attila Koc, di affiancare l'alfabeto arabo a quello latino nella scrittura della lingua turca; ciò culturalmente può significare il rischio di un ritorno reazionario ad una situazione «ottomana».

Nella storia turca la laicità dello Stato è sempre stata salvaguardata dall'esercito, il che ha prodotto colpi di Stato «correttivi» a cavallo degli anni '70-'80. Oggi, ovviamente, tale situazione non è geopoliticamente più percorribile, sebbene l'esercito continui nella sua «silente tutela» delle istituzioni kemaliste; ciò perché la Turchia ha molti più rapporti di un tempo con l'Unione europea e molto migliori con Grecia, Israele e Russia. Il carisma personale di Erdoğan può garantire e rassicurare che la carica di garante costituzionale continui nella fisionomia politica di Atatürk e Sezer. La Turchia, difatti, è oggi più che mai al centro dell'ordine mondiale; dal secondo dopoguerra è fedelmente un membro della Nato e ne era l'unico direttamente confinante con l'Urss. Confina poi con tre Stati su cui ruota l'asse geopolitico mondiale; Siria, Iraq ed Iran.

Da questi motivi si deduce come la politica di Erdogan sia stata attenta nel prezioso ed imprescindibile rapporto con gli Stati Uniti e l'Unione Europea, in primis con l'Italia. Di qui la necessità di una Turchia laica ed «atlantica», affinché possa esservi pure un ruolo di controllo politico vigile sull'Iraq, evitando una disgregazione federalistica, e sull'Iran, con un'attenzione particolare al programma atomico del regime degli Ayatollah.

Daniele Martino

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