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Ottant'anni di amicizia con Gesùdi Gianteo Bordero - 17 aprile 2007 Ieri, 16 aprile, Benedetto XVI ha compiuto ottant'anni. Egli stesso ha voluto parlarne durante l'omelia della messa celebrata domenica in piazza san Pietro davanti a più di cinquantamila fedeli. Uno dei passaggi del suo discorso che più ci aiutano a capire la figura di Joseph Ratzinger e la grandezza del suo pontificato è contenuto nelle espressioni con cui egli ha parlato del momento in cui, cinquantasei anni fa, fu ordinato sacerdote: «Nella festa dei santi Pietro e Paolo del 1951 - ha detto il Papa - quando noi ci trovammo nella cattedrale di Frisinga prostrati sul pavimento e su di noi furono invocati tutti i santi, la consapevolezza della povertà della mia esistenza di fronte a questo compito mi pesava». Espressioni che riecheggiano quelle pronunciate al momento della sua elezione a Papa, il 19 aprile del 2005 («Dopo il grande Papa Giovanni Paolo II, i signori cardinali hanno eletto me, un semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti») e nei giorni immediatamente successivi a tale evento. Incontrando i pellegrini tedeschi nell'aula Paolo VI, raccontando gli ultimi momenti del Conclave, disse Benedetto XVI: «Quando, lentamente, l'andamento delle votazioni mi ha fatto capire che, per così dire, la scure sarebbe caduta su di me, la mia testa ha incominciato a girare. Ero convinto di aver svolto l'opera di tutta una vita e di poter sperare di finire i miei giorni in tranquillità. Con profonda convinzione ho detto al Signore: non farmi questo! Disponi di persone più giovani e migliori, che possono affrontare questo grande compito con tutt'altro slancio e tutt'altra forza». Queste parole del Papa sfatano in modo tranchant l'immagine, cara a tanti media, di una Chiesa e di un pontefice «muscolare», e ci riportano di colpo al nocciolo della questione, al motivo per cui Benedetto XVI attira attorno a sé, in maniera sempre crescente, l'attenzione dei credenti e dei non credenti. In sostanza, si tratta del fatto che la grande proposta che questo Papa sta rivolgendo ai cristiani e ai non cristiani non consiste, nonostante le apparenze, in una formula teologica, in una dogmatica, in una dottrina morale - tutte cose che potrebbero nascere, al limite, da uno sforzo umano a livello intellettuale, da una particolare capacità speculativa e immaginativa. No, il cristianesimo è una cosa diversa, altra. Non viene fuori come progetto umano, come atto di forza di un gruppo organizzato di persone capace di imporsi al mondo. Sgorga innanzitutto come dono. Ha il suo punto sorgivo in una chiamata che si rivolge alla libertà dell'uomo e alla sua capacità di accoglierla. In altre parole: il cristianesimo è innanzitutto l'offerta di un'amicizia che il Figlio di Dio fattosi carne mette nelle mani dell'uomo secondo un dinamismo della libertà che coinvolge a un tempo Dio e la sua creatura: liberamente Dio sceglie di chiamare a sé l'uomo, liberamente l'uomo può accettare o rifiutare questa chiamata, l'offerta di questa amicizia. Sta qui il grande mistero dell'esperienza cristiana, quello che Benedetto XVI ci vuol testimoniare quando ci racconta la sua vicenda umana e i suoi ottant'anni. L'initium sta sempre, per così dire, in qualcosa che ci precede, in qualcosa che la persona riceve; sta, cioè - per usare le parole del Papa - nella «Misericordia Divina» che si piega sulle miserie dell'uomo per trarlo in salvo dal naufragio nel nulla, nell'insensatezza, nella confusione. «Sulla base dell'esperienza umana - ha detto Benedetto XVI ai fedeli accorsi in piazza San Pietro - mi si è schiuso l'accesso al grande e benevolo Padre che è nel cielo. Davanti a Lui noi portiamo una responsabilità, ma allo stesso tempo Egli ci dona la fiducia, perché nella sua giustizia traspare sempre la misericordia e la bontà con cui accetta anche la nostra debolezza e ci sorregge, così che man mano possiamo imparare a camminare diritti». E ancora: «Le misericordie di Dio ci accompagnano giorno per giorno. Basta che abbiamo il cuore vigilante per poterle percepire. Siamo troppo inclini ad avvertire solo la fatica quotidiana che a noi, come figli di Adamo, è stata imposta. Se però apriamo il nostro cuore, allora possiamo, pur immersi in essa, constatare continuamente quanto Dio sia buono con noi; come Egli pensi a noi proprio nelle piccole cose, aiutandoci così a raggiungere quelle grandi». Quanto è diversa, questa prospettiva, dall'immagine del cristianesimo che sembra farla da padrona a livello mediatico e di opinione pubblica, l'immagine di un cristianesimo che è innanzitutto coerenza a una dottrina piuttosto che, come invece ci dice il Papa, corrispondenza a una persona, alla Persona del Dio fattosi uomo. E' letteralmente un rovesciamento dei termini consueti con cui parliamo di noi stessi e di Dio quello compiuto da Benedetto XVI, un rovesciamento che però sembra maggiormente capace di parlare alla vita degli uomini rispetto alle tante formule che cercano di racchiudere l'esistenza in gabbie dorate ma, in fondo, asfissianti. Con disarmante semplicità, attraverso il racconto della sua esperienza, il Papa ci riporta a un tempo alla radice della nostra condizione umana, al nostro bisogno carnale di un significato reale, e al mistero cristiano di un Dio «misericordia» che, come ci ricorda il Vangelo, è venuto nel mondo non per curare i sani, ma i malati. Tutti gli ottant'anni di Joseph Ratzinger sono stati la maturazione di questa consapevolezza, che si riverbera oggi nel suo sguardo prima ancora che nelle sue parole, nel suo porsi con tenerezza discreta di fronte al mondo che lo osserva prima ancora che nel tenore dei suoi discorsi. Non si comprendono cioè, le parole e i discorsi di Benedetto XVI, se non innanzitutto guardando a quello che egli è e a quella proposta che attraverso il suo essere in amicizia col Dio di Gesù Cristo si irradia al di fuori di lui, raggiungendo chi lo ascolta. In sostanza, oggi non siamo di fronte soltanto agli ottant'anni di un grande teologo, di una figura importante per la storia della Chiesa del Novecento, di un intellettuale a tutto tondo. Lo stesso Ratzinger sembra chiederci di non guardarlo solo così, perché la prima e più importante questione è ciò che sta all'origine. Benedetto XVI non propone ai cristiani e al mondo di seguire la sua teologia, il suo pensiero, il suo modo di vedere le cose (nel libro su Gesù uscito ieri in libreria afferma addirittura che ciascuno è libero di contraddirlo), ma di accettare quell'amicizia di Gesù in cui lui ha trovato il senso più profondo dell'esistere come uomini, la sorgente del riscatto dalla forza del male, la fonte della vera gioia.
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Ragionpolitica, periodico on line n.208 del 17/4/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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