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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'importanza dei Circoli del buon governo

L'alternativa culturale ad una cultura senza alternative

di Aldo Vitale - 21 aprile 2007

Nel numero di «Lo Stato operaio» di marzo-aprile 1931 appariva un testo composto nel 1925 da un allarmato Antonio Gramsci che scrivendo affermava: «I militanti non partecipano affatto o partecipano solo in misura limitatissima alle discussioni e al contrasto delle idee. I nuovi membri che il partito acquista in una tale situazione, evidentemente uomini sinceri e di vigorosa fede rivoluzionaria, non possono venire educati ai nostri metodi dall'attività ampia, dalle larghe discussioni, dal controllo reciproco. Si prospetta così un pericolo molto grave: la massa del Partito, abituandosi, a non pensare ad altro che agli espedienti necessari per sfuggire alle sorprese del nemico, abituandosi a vedere possibili ed organizzabili immediatamente solo azioni di piccoli gruppi, vedendo come i dominatori apparentemente abbiano vinto e conservino il potere con l'opera di minoranze armate e inquadrate militarmente, si allontana dalla concezione marxista dell'attività rivoluzionaria del proletariato, e mentre pare si radicalizzi, per il fatto che si sentono spesso enunziare propositi estremisti e frasi sanguinolente, in realtà diventa incapace a vincere il nemico. Noi sappiamo che la lotta del proletariato contro il capitalismo si svolge su tre fronti: quello economico, quello politico e quello ideologico. La lotta economica non può essere disgiunta dalla lotta politica, e né l'una né l'altra possono essere disgiunte dalla lotta ideologica.

L'elemento spontaneità non è sufficiente per la lotta rivoluzionaria. E' necessario l'elemento coscienza, l'elemento ideologico, cioè la comprensione delle condizioni in cui si lotta, dei rapporti sociali in cui l'operaio vive, delle tendenze fondamentali che operano nel sistema di questi rapporti. L'attività teorica, la lotta cioè sul fronte ideologico, è sempre stata trascurata nel movimento operaio italiano. In Italia il marxismo (all'infuori di Antonio Labriola) è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari. Mai le direzioni del Partito immaginarono che per lottare contro la ideologia borghese, per liberare cioè le masse dall'influenza del capitalismo, occorresse prima diffondere nel Partito stesso la dottrina marxista. Il nostro Partito non è un partito democratico, almeno nel senso volgare che comunemente si dà a questa parola. E' un partito centralizzato nazionalmente ed internazionalmente. Centralizzazione vuol dire specialmente che in qualsiasi situazione tutti i membri del Partito, ognuno nel suo ambiente siano stati posti in grado di orientarsi, di saper trarre dalla realtà gli elementi per stabilire una direttiva, affinché la classe operaia non si abbatta, ma senta di essere guidata e di poter ancora lottare. La preparazione ideologica di massa è quindi una necessità della lotta rivoluzionaria, è una delle condizioni indispensabili della vittoria».

Gramsci affidava dunque agli intellettuali in seno al Partito il delicato e fondamentale compito di istruire le masse secondo le linee guida del Partito e secondo la dottrina marxista. Agli intellettuali era affidato il gravoso onere di ergersi a guida politica delle masse proletarie, definire i contorni della cultura del popolo, e dimostrare che la storia o racconta il popolo o non ha nulla da dire, che l'arte o esalta il proletariato o non è bella, che la cultura o è di sinistra o non è cultura, che la verità o è marxista o non è vera.

E ancora a distanza di più di ottanta lunghi anni, gli eredi politici del defunto Pci, ed il mondo culturale che per decenni intorno ad esso ha orbitato, sono ancora chiaramente orientati alla tradizionale forte dottrina gramsciana di costituzione dell'intellettuale organico, nonostante tentino uno sdoganamento politico dal passato fieramente comunista in direzione di una svolta presuntivamente moderata. Una delle innumerevoli prove di questo deciso e consapevole attaccamento alla tradizione gramsciana di intellettuale organico è l'intervista che un eminente esponente dei senatori Ds, quale è Nicola Latorre, ha rilasciato lo scorso 13 aprile 2007 al giornale di Partito L'Unità (organo di partito fondato proprio da Gramsci nel 1926); così dichiara Latorre in previsione della fondazione del Partito Democratico che dovrebbe raccogliere le anime riformiste della sinistra affrancandole dal passato comunista per lanciarle verso un futuro ipoteticamente moderato: «La discussione deve essere proiettata verso il futuro, il tema è quale visione dell'Italia intendiamo proporre, come il nuovo partito si misurerà con la crisi della democrazia italiana, con i corporativismi, con le fratture sociali, con la marginalizzazione di una parte crescente della società. Non possiamo ridurci a litigare su quali foto ingiallite appendere nelle sedi del Pd: che ognuno ci metta la foto che vuole, nella mia sede proporrò Antonio Gramsci».

A distanza di ottanta anni e proprio perché per ottanta anni è stato il vate della cultura di sinistra, Gramsci e la sua teoria rappresentano ancora la bussola che indica la rotta all'intellighenzia filo proletaria. Ed in questa direzione si sono mossi per decenni scrittori, giornalisti, poeti, storici, docenti universitari, registi, artisti di ogni calibro. La costituzione di migliaia di «Circoli del buon governo» rappresenta dunque l'occasione di edificare una strada alternativa della cultura italiana; una cultura non sottomessa alle esigenze di una classe, di una ideologia, di un manifesto, ma una cultura che in quanto tale possa essere foriera della conoscenza universale, che sia, come dicono i tedeschi, più Bildung che Kultur, che sia più adatta a rappresentare l'universalità dello spirito umano piuttosto che la particolarità materiale dell'uomo ridotto a mera classe sociale.

Aldo Vitale

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