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Benedetto XVI, due anni dopodi Gianteo Bordero - 19 aprile 2007 Sono numeri impressionanti quelli diffusi ieri dalla Santa Sede circa le presenze di fedeli alle udienze generali, agli Angelus e alle celebrazioni presiedute da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Nel periodo che va dal 20 aprile 2006 al 19 aprile 2007, secondo anno di pontificato di Joseph Ratzinger, a Roma sono accorsi ad ascoltare il Papa 3.368.200 pellegrini. Cifre da capogiro, se si pensa che superano persino quelle del «record» del 2006 (3.222.820), che già avevano fatto scalpore in quanto maggiori di quelle registrate da Giovanni Paolo II, universalmente ritenuto un «grande comunicatore». Ieri, tanto per fare un esempio, all'udienza generale erano presenti oltre 50 mila fedeli, che hanno affollato piazza San Pietro per ascoltare la catechesi del pontefice sulla figura di San Clemente alessandrino, padre della Chiesa del II secolo. Come si spiega tale «successo»? A nostro avviso, esso nasce dal fatto che, da due anni a questa parte, Benedetto XVI, in diversi modi, sta portando avanti una grande catechesi che va alle radici del fatto cristiano e che ne mostra tutto il fascino e tutti i legami con la ragione umana e con i desideri più radicali che ogni persona porta con sé: desiderio di verità, di bellezza, di significato. Tutto il percorso che va dall'aprile del 2005 ad oggi sembra portare in questa direzione. Basti pensare, ad esempio, ai grandi discorsi di Benedetto XVI, dalla lectio magistralis di Ratisbona a quello pronunciato in occasione del Convegno ecclesiale di Verona. All'enciclica Deus caritas est e, ora, al libro su Gesù di Nazareth pubblicato da Rizzoli. E ancora, al compendio al Catechismo della Chiesa Cattolica e alle udienze generali sulle figure degli apostoli e dei Padri della Chiesa. Potrebbe apparire, questa, come la strada più facile per portare avanti il ministero petrino, ma in realtà essa è oggi resa più ardua dal fatto che molte incrostazioni e molti pregiudizi sembrano intaccare la concezione del cristianesimo non solo nell'opinione pubblica, ma anche tra gli stessi credenti. Non si tratta soltanto di «ignoranza» circa le cose di fede e i dogmi - documentata di recente da un sondaggio de Il Giornale - ma anche di una vera e propria distorsione dell'annuncio cristiano. Se il cristianesimo, infatti, viene ridotto a una semplice dottrina morale, a un insieme di regole da seguire e di pratiche da sbrigare, o - per altro verso - a un messaggio di fratellanza universale o a una religione tra le tante, è inevitabile che esso perda la sua capacità di incidenza nella vita individuale e pubblica, che si trasformi in un vestito giustapposto dall'esterno all'esistenza delle persone senza più rappresentarne il centro. E' inevitabile che prenda corpo una sorta di scissione, di sclerosi tra la dimensione spirituale e la vita reale. A questa scissione, a questa sclerosi, Benedetto XVI ha deciso di rispondere non con un programma o con una «tecnica» pastorale, ma riandando all'origine dell'avvenimento cristiano. Papa Ratzinger ha così mostrato che ciò di cui la Chiesa ha bisogno non è innanzitutto una particolare teologia, non è una migliore organizzazione, ma una conversione dello sguardo. Una Chiesa e dei cristiani, cioè, meno ripiegati su se stessi, sulle loro capacità e sulla loro attività, più disponibili a «lasciarsi fare» dall'azione misteriosa di Cristo e più attenti alla Sua presenza. Proprio per questo egli ha insistito così tanto, a un tempo, sul discorso del rapporto e del legame tra fede e ragione, sulla figura storica di Gesù e dei discepoli e sulla centralità della liturgia nell'esperienza cristiana: perché il cristianesimo, senza una fede ragionevole, si riduce a mera devozione umana; senza la storicità di Cristo si riduce a semplice messaggio spirituale manipolabile a seconda delle diverse necessità e dei diversi contesti socio-culturali e politici; senza la consapevolezza di ciò che accade nella liturgia si riduce a puro volontarismo. E' stato detto, giustamente, che Benedetto XVI è il Papa della riscoperta della «identità cristiana». Bisogna aggiungere però, alla luce di quanto detto, che tale identità non è uno schema preconfezionato o un prontuario culturale stiracchiabile da destra e da sinistra, un fossile da rispolverare. Perché, come diceva Charles Peguy, Gesù Cristo «non è venuto per dirci frivolezze... Non ci ha dato delle parole morte che noi dobbiamo chiudere in piccole scatole (o in grandi). E che dobbiamo conservare in dell'olio rancido come le mummie d'Egitto... Gesù Cristo non ci dà delle conserve di parole da conservare, ma ci ha dato delle parole vive da nutrire». Per questo il messaggio «culturale» di Benedetto XVI non è separabile dal suo andare alle radici del cristianesimo come avvenimento, come fatto reale nella storia e nella vita degli uomini. Il primo non si spiega senza il secondo e solo tenendo insieme queste due facce della stessa medaglia si comprende perché Papa Ratzinger trovi, ogni giorno che passa, sempre più persone che mostrano di aver sete delle sue parole e di voler guardare, attraverso di esse, alla Persona che ha affidato a San Pietro e ai suoi successori le chiavi che spalancano agli uomini la porta di accesso al Significato e alla promessa del «centuplo quaggiù e dell'eternità».
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Ragionpolitica, periodico on line n.208 del 17/4/2007 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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