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Pci: i danni apportati al mercato politico ed economico

di Salvatore Sechi - 21 aprile 2007

Il Pci è stato coerentemente una forza ostile al mercato. Mi riferisco in primo luogo al mercato politico. Invece di fare propria la strada maestra dell'alternativa di sinistra, imitando il comportamento dei partiti socialdemocratici europei, ha preferito attestarsi su una linea di cooptazione nell'area e successivamente nelle coalizioni di governo. Lo ha fatto privilegiando una strada tortuosa come la ricerca di forme di compromesso e di vera e propria consociazione con la Dc e i suoi alleati.

La spiegazione più ragionevole di questo comportamento risiede nell'aver capito a fondo la natura della crisi del maggio 1947 , quando Alcide De Gasperi decise di escludere il Pci dal governo. Senza il consenso degli Stati Uniti, che veniva rimesso nelle mani della Dc, a sua discrezione, i comunisti, in quanto alleati e dell'Urss, restavano privi di ogni legittimazione. La strada del ritorno al governo era sbarrata fin quando non fosse venuto meno il veto di Washington. Politica interna e politica estera diventano una sola cosa, la faccia di una stessa medaglia.

Il Pci è stato anche ostile al mercato economico. E' un aspetto sul quale Piero Fassino non si è mai espresso, anche se nelle ultime settimane ha buttato al mare antiche carte di identità (dalla fermezza sul caso Moro al maltrattamento di Craxi fino al riconoscimento delle violenze subite dai comunisti riparati in Urss). Per quanto non ci sia ragione di essere orgogliosi della storia del capitalismo italiano, i comunisti non ne hanno favorito il miglioramento e lo sviluppo, presentandolo solo come escrescenza finanziaria, luogo privilegiato della rendita e della speculazione. Non lo si poteva curare sostituendolo con la pianificazione e il protezionismo gestito da un massiccio intervento pubblico, secondo le ricette dei paesi dell'Europa orientale sovietizzati. Le lodi giovanili al liberismo non mancarono, da parte di Gramsci e Togliatti, allievi di Luigi Einaudi. Ma esse non potevano resistere ai verdetti di condanna, alle sentenze mortali pronunciate a Mosca. Lenin ed E. Varga hanno considerato ineluttabile la caduta del capitalismo nelle spire dei monopoli e degli oligopoli e infine nell'imperialismo e nella guerra. Ad una poco rispettabile, ma non completamente infondata (si pensi alla crisi del 1929), perorazione ideologica delle degenerazioni dell'economia capitalistica nel secondo dopoguerra si è accompagnata, da parte di Togliatti e degli altri leaders, un uso altamente speculativo, a fini di partito, di queste strozzature. Siamo in presenza di un sistema di esazione di pedaggi,commissioni, diciamo pure vere proprie tangenti rispetto alle quali quelle denunciate dai magistrati milanesi di Mani Pulite erano per una verso la continuazione di una prassi ormai consolidata e per un altro di minori proporzioni. L'unica bizzarria era che a fare il fustigatore sia stato il Pci, che questo sistema di corruzione aveva alimentato e sfruttato. Vale la pena di richiamarne i termini essenziali perchè Fassino possa prenderne, seppur tardivamente, le distanze, e impegnarsi a non ripeterne gli errori.

I militanti ignorano tutto di questo traffico perverso, di enormi affari messi a punto mentre si facevano alti lai su discriminazioni e soprusi inverecondi subiti dal partito. La loro vita di operai e artigiani ogni anno si consumava nella raccolta di fondi attraverso il pagamento della tessera di iscrizione e le diverse contribuzioni, sotto il solleone estivo, nel duro lavoro di allestimento delle feste de «l'Unità». Nessuno li ha mai informati questi compagni generosi che il finanziamento delle principali attività del partito, e in generale il bilancio, avveniva in due modi. In primo luogo attraverso il monopolio assoluto e il conseguente, implacabile prelievo di lucrose tangenti sull'import-export. Veniva esercitato da un gruppo di società di intermediazione del Pci su tutto il traffico commerciale, agricolo e industriale del sistema delle aziende pubbliche e private con l'Urss, i paesi dell'Europa orientale sovietizzati e la stessa Cina. Questo controllo,secondo una fonte statunitense, si sarebbe estesa anche al commercio tra Francia e Urss, Francia e Cina. Solo nel 1951 gli scambi commerciali tra Italia e Unione Sovietica ammontarono a 20 miliardi di lire. Lo si può rilevare nella corrispondenza (dal titolo Finanziamento dei Pci attraverso l'attività di ditte commerciali) intercorsa, in parte inedita, tra il Ministero per il Commercio estero(U. La Malfa) e della Difesa (R. Pacciardi), negli anni Cinquanta. Tutto passava attraverso le maglie dell'Ufficio della Direzione del Pci che si occupava degli affari. Lo curava l'ex-sottosegretario al ministero degli esteri, senatore Eugenio Reale, che finirà per coordinare tutta l'attività verso l'Europa orientale del nostro paese.

I Paesi del blocco sovietico non amavano, infatti, trattare affari con imprenditori privati e con imprese che non fossero stati presentati loro dal Pci. Togliatti finiva per rivestire il ruolo di detentore monopolistico dei traffici col blocco sovietico. Gli ambienti commerciali fanno sapere al ministro Randolfo Pacciardi, che ne informa il ministro dell'Interno Mario Scelba, di non essere proprio felici di questo andazzo. Non ne potevano più del fatto che per ottenere un permesso di esportazione dovessero passare attraverso il torchio (lautamente pagato) di un gruppo di società legate ai comunisti.

Secondo l'intelligence, nelle amministrazioni statali essi avevano costituito delle apposite cellule «F». Poste sotto la direzione dell'ex ministro delle Finanze Antonio Pesenti, avevano l'incarico di agevolare le pratiche e fornire informazioni utili alle società di import-export. Questo orientamento venne probabilmente messo a punto dal Cominform. Si sarebbe dotato di un organismo economico- finanziario con uffici disseminati in ogni paese dove vennero approntate liste di ditte esportatrici che destinavano ai partiti comunisti una congrua percentuale per ogni affare commerciale concluso. L'attività di tali società di intermediazione era agevolata dagli organi statali e dalle rappresentanze diplomatiche degli Stati dell'Europa orientale. Ad ogni operazione andata a buon fine veniva applicato una tassazione, una commissione che successivamente sarebbe stata versata alla sezione economica del Cominform. Negli Stati Uniti non ne sono particolarmente entusiasti. Secondo una corrispondenza da Roma apparsa su The New York Times, i profitti provenienti da questo commercio tra Est e Ovest coprivano tra l'8% e il 15% delle spese annuali del partito.

La cosa più impressionante era che in nessun altro paese dell'Europa occidentale i comunisti detenevano il monopolio dai due lati, cioè controllavano i flussi commerciali con l'Est europeo tanto dal lato dell'importazione quanto dell'esportazione. Anche un colosso come la Montecatini, che vendeva sul mercato dell'Est e della Cina, era costretta a pagare delle commissioni (ora, meno pudicamente, sono chiamate tan- genti) alle società di intermediazione del Pci come prezzo per poter concludere quel tipo di accordi. Per potere conservare l'Europa orientale come mercato di sbocco dei propri prodotti, martella The New Yok Times, «il governo italiano tollera l'estensione del credito ai paesi comunisti per coprire i loro deficit commerciali con l'Italia. Tali crediti ammontano a circa 25 milioni di dollari. Poche delle grandi banche e fabbriche non comuniste sono esenti da interessi finanziari nel commercio Est- Ovest». In secondo luogo, si è basato su un continuo esborso (calcolato in circa 60 miliardi annuali) di fondi a carico del Pcus, anche nei momenti di maggiori frizioni tra partiti fratelli. Come mostrano le carte raccolte dal giudice romano Franco Ionta nel corso del processo sulla Gladio rossa, il nostro servizio segreto ha documentato in maniera costante e precisa questo traffico altamente illegale.

Possibile che Fassino non ritenga opportuno lasciarsi alle spalle questo passato? Non si tratta di tranquillizzare gli imprenditori (che forse amerebbero essere risarciti), ma di spezzare ogni legame col passato.Un partito come il Pci rispetto alla vaghezza degli ideali del futuro Partito democratico, incombe come una pietra massiccia nella cultura di massa di vecchi e nuovi militanti.

Salvatore Sechi

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