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numero 280
6 marzo 2008
 
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Fiamma Nirenstein

Israele siamo noi

recensione di Anna Bono - 28 aprile 2007

Poche tesi appaiono tanto politicamente scorrette quanto quella di Fiamma Nirenstein, che nel suo ultimo libro propone Israele come modello positivo di convivenza civile e di democrazia profondamente radicata, fondato su un ideale di vita laica e su forti valori, attento ai bisogni collettivi e al tempo stesso rispettoso della libertà degli individui, teso al progresso e alla pace e capace però di combattere senza tregua per la propria esistenza, in grado di resistere alla delegittimazione, alla violenza e al terrorismo. Per questo gli israeliani affrontano con coraggio e determinazione la guerra scatenata contro l'Occidente dal terrorismo liberticida. Per contro, un'Europa sempre più pavida, e perciò decisa a indossare a oltranza gli «occhiali neri» dell'ideologia, alleva generazioni di cittadini «in un'atmosfera di bambagia che li porta a vedere l'aggressione jihadista come confronto culturale fra diversi, che li porta a immaginare che con la parola si possono sostituire i fatti, che la diplomazia non sia un mezzo per risolvere i problemi, ma un fine cui piegare la dura realtà, e che il fronte del jihad possa essere gestito frammentando il problema in questioni economiche e territoriali».

Fiamma Nirenstein va oltre, nella sua analisi delle ragioni che inducono l'Europa a cedere di fronte all'aggressione delle culture premoderne e antidemocratiche, ginofobiche e antisemite - ostinandosi anzi a interpretarle come diversità ricche di valori umani, da prendere a esempio - e punta il dito contro i protagonisti delle lotte degli anni Sessanta, a cui anche lei partecipò conquistata dalle suggestioni di una impossibile rivoluzione libertario-comunista, divenuti ora élite «mediocre, intimidita, tecnicamente stupida», affamata di benessere al punto di divorare se stessa rifiutando di riprodursi. «Mancò alla nostra generazione - scrive Nirenstein - l'ordine, la disciplina, la cultura e soprattutto la durezza dell'esperienza umana. Non siamo stati capaci di capire che dovevamo lasciare uno spazio alla tradizione che aveva permesso la costruzione della società occidentale. Certi che il sostentamento materiale non ci sarebbe venuto meno, abbiamo abbracciato come parte normativa quella della strategia comunista, e come scelta di vita quella del disordine, all'insegna della rivoluzione sessuale e anche della droga».

Il risultato è che, di fronte ad una guerra di cui gli europei non ammettono neanche l'esistenza, manca un sistema di valori che consenta la vittoria, un obiettivo che «non sappiamo neanche concepire» perché il prevalente schema interpretativo della realtà impedisce di comprendere la superiorità della cultura dei diritti umani. «Coraggio, onore, sacrificio, fedeltà, pazienza... Tutte le parole che dovrebbero portare alla vittoria sono state cancellate o sostituite dalla mia generazione» svuotando dal di dentro «il morale e la morale delle generazioni che oggi dovrebbero individuare i nuovi nemici dell'umanità e combattere le nuove guerre».

In effetti il libro di Fiamma Nirenstein, prima che di Israele, racconta di chi, come lei, credendo in un ideale di libertà e giustizia, ha svilito le proprie tradizioni, privandosi «dell'amore e della saggezza» dei propri anziani. Forse ciò che l'ha ispirata a scriverlo va ricercato proprio nella pagina appassionata in cui parla del difficile rapporto che la sua generazione ebbe con quella precedente: «Quello che ai miei occhi oggi risulta difficile da capire, e di cui vorrei fare ammenda, è il nostro disprezzo verso la generazione dei nostri genitori che, maledetta dalla guerra mondiale, seppe rimettersi in piedi, ricostruire la democrazia, costruire un futuro in cui al primo posto erano, sia pure con sfumature diverse, i diritti umani. Le case che sorgevano a schiera nelle città risultavano ai nostri occhi soltanto i segnali della speculazione edilizia e non quelli della ricostruzione; l'industrializzazione del Paese ci appariva solo come una bandiera piantata sulle disuguaglianze sociali, sull'ingiustizia. Il lavoro ci apparve sfruttamento, secondo lo schema ideologico marxista, la divisione dei ruoli non sembrò frutto di necessità o anche di selvaggia ma logica concorrenza, come quella che si compie in un alveare che dopo la tempesta si rimette all'opera per ricostruire, ma come la rappresentazione della prepotenza dei padroni».

! Anna Bono
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Israele siamo noi
  • Autore:
    Fiamma Nirenstein
  • Editore:
    Rizzoli
  • Prezzo: 17,50 €
  • Pagine: 255

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.209 del 23/4/2007
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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