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Gli irriducibili

di Stefano Doroni - 28 aprile 2007

C'era una volta la Balena Bianca; la Balena di oggi, che sta nei sogni di Rutelli, Fassino e compagnia cantante di centrosinistra, non si sa bene di che colore sia. Di sicuro la famiglia di origine democristiana che sta dietro le bandiere della Margherita ha una carta d'indentità den diversa da quella comunista per nascita che abita le stanze dei Ds, sempre troppo marxisti e mai abbastanza democratici per fare i riformisti sul serio. Forse, a pensarci bene, le due parti potrebbero convivere - per arte di compromesso e amor di potere - proprio perché non abbastanza decisi per essere comunisti irriducibili gli uni, e non abbastanza coerenti per essere cattolici sul serio gli altri. Staremo a vedere che razza di cocktail ne verrà fuori.

Chi invece, dal canto suo, non dà adito a dubbi riguardo alla sua identità è la sinistra radicale, quella che ancora - in spregio alla storia che ne ha rivelato le nefandezze - ardisce a fregiarsi dell'ideologia comunista, quasi non fosse un marchio d'infamia ma una medaglia al valore. Franco Giordano, il segretario di Rifondazione, in questi giorni ha parlato chiaro: di fronte al nuovo soggetto politico, cioè al Partito Democratico, la sinistra deve riaffermare la sua natura di entità politica basata sull'«antiliberismo» e sul «pacifismo». E con queste due paroline ha detto tutto. Spieghiamole.

«Antiliberismo» significa lotta all'attività privata, alla cultura d'impresa, alla libertà di usare e rischiare del proprio per creare ricchezza (per se stessi ma non solo, dov'è il male?) e lavoro; significa guerra al mercato libero e quindi alla società democratica occidentale delle opportunità e dei diritti, in favore di un collettivismo pubblico che schiaccia individui e coscienze sotto il maglio di un pensiero unico e di un unico sordo e immobile padrone: lo Stato. È marxismo puro, comunismo puro, guerra aperta alla persona e alla sua ricerca individuale della felicità allo scopo di creare un «uomo sociale» marionetta, oggetto spersonalizzato in mano al mostro ideologico collettivista.

«Pacifismo», nel vocabolario comunista moderno, significa cultura di guerra: guerra all'Occidente come sistema di valori della libertà e dei diritti individuali; una guerra condotta - facendo finta di difendere i deboli del mondo e la pace - a fianco di chi combatte lo stesso Occidente con le armi del terrorismo: il jihadismo islamico. I cosiddetti «movimenti» per la pace sventolano bandiere arcobaleno e vessilli rossi, leninisti, maoisti e via discorrendo. L'unione fra comunismo pacifinto e Islam fondamentalista forma un ostacolo terribile proprio al ristabilimento della pace nel mondo, perché entrambi sono tutto fuorché pacifici: pretendono la vittoria senza se e senza ma. E la loro vittoria significa distruzione del nemico, perché non conoscono avversari ma pensano di avere davanti a sé solo il Male da sconfiggere. E il Male siamo noi: i liberali, i democratici (anche quelli come Rutelli e compagnia, checché ne dicano in casa ulivista), quelli che pensano che prima viene l'individuo e poi la società, quelli che non lapidano le donne e non sgozzano i prigionieri. Il pacifismo ideologico è l'arma da guerra della nuova strategia rivoluzionaria del comunismo.

Viva la chiarezza: Giordano non ha usato mezze parole. I segnali sono chiari ma noi siamo sordi; dovremmo temere certe dichiarazioni che sorgono minacciose da una storia cupa che non vuol saperne di ritirarsi nel limbo delle brutte memorie. Queste parole promettono ancora guai sia a livello internazionale che interno; annunciano scontri, lotte, regressione, immobilismo sociale ed economico; e promettono nuova linfa a sostegno della guerra jihadista. Ma noi niente: una società di sordi, un Paese distratto, che preferisce continuare ad occuparsi dell'Inter campione d'Italia o della ormai proverbiale «cattiveria» di Berlusconi. Mentre proprio a quest'uomo - difetti e virtù - dobbiamo oggi la fortuna di non essere ridotti ad un feudo comunista, sottoposto alla signoria di una dinastia ininterrotta che poteva andare da Occhetto, a D'Alema, fino a quelli come Diliberto e Giordano: una piccola, insidiosa e strategica Repubblica sovietica.

! Stefano Doroni
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