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A scuola di politica da Sarkozy

di Gianteo Bordero - 28 aprile 2007

Ci sono tanti buoni motivi per augurarsi che Nicolas Sarkozy sconfigga Ségolène Royal e diventi presidente della Repubblica francese. Uno di tali motivi, assolutamente non trascurabile, riguarda le ricadute positive che una vittoria del candidato dell'Ump potrebbe avere sullo scenario italiano, in particolare sullo schieramento di centrodestra. Il ceto politico del Belpaese, in questi ultimi tempi, sembra interessato più alle alchimie tattiche e strategiche (si veda il cammino costituente del Partito Democratico e, dall'altra parte, l'ipotesi di aggregazione di alcuni partiti della ex CdL) che alla sana elaborazione di un progetto, di una proposta politica fondata su una visione organica del compito e della missione del Paese nei tempi attuali. Sembra che i problemi di sistema che l'Italia si trova ad affrontare possano essere risolti con semplici sommatorie di partiti, con una chimica partitica di laboratorio, con «fusioni a freddo» tra i vari soggetti presenti nello schieramento politico. Così l'accento è posto, come abbiamo visto nelle ultime settimane, su questioni che non toccano il cuore dei problemi, ma lo aggirano furbescamente per garantire all'attuale classe dirigente il massimo possibile di sopravvivenza ai vertici della politica italiana: è il caso, già citato, della costituzione del Partito Democratico e, per altro verso, del dibattito sulla riforma della legge elettorale. Che cosa manca in tutto ciò? Manca, purtroppo, una chiarezza di fondo sugli obiettivi che la politica vuole perseguire; manca un disegno generale di società che motivi l'essere popolo e l'essere Nazione e che possa rispondere alle sfide del nostro tempo. Senza questa visione, senza questo progetto, è inevitabile che la politica si riduca, come sta accadendo, a una mera questione di tecnica istituzionale e partitica, divenendo così come un fossile che mantiene la forma esteriore senza però avere più, dentro di sé, la sostanza vitale.

Proprio per questo una eventuale vittoria di Sarkozy potrebbe essere uno sprone anche per il centrodestra italiano, che da un po' di tempo a questa parte sembra vittima di un'asfissia e di una afasia politica esiziali tanto per il suo futuro quanto per quello del Paese. Il messaggio che ci viene dal candidato dell'Ump è chiaro, come chiare sono le ragioni che lo hanno portato ad incarnare il volto di una politica di rottura rispetto allo stesso centrodestra gollista francese, il volto coraggioso che indica un'idea diversa dell'essere popolo e dell'essere Nazione.

Sarkozy ha posto senza timore la questione dell'identità come uno dei temi centrali della sua campagna: «Tutti i francesi devono poter ritrovare quella parte di se stessi, quella parte della loro identità che li fa sentire parte della stessa Repubblica». Ha detto che se la politica non assume su di sé tale identità e la pone a fondamento della sua azione quotidiana non potrà rispondere ai problemi della Francia. In sostanza, ha parlato dell'identità come di una bussola con la quale orientarsi nel grande mare del tempo globalizzato, del confronto tra religioni, culture e civiltà: «Per aprirsi agli altri, per aprirsi ad altre idee e altre opinioni, bisogna sentirsi abbastanza sicuri di quel che si è, di quel che si pensa e di quel che si crede». Per questo ha messo in campo nella patria della laïcité, senza cedere al politically correct, una idea forte dell'apporto che le radici cristiane possono recare a una politica non ripiegata su se stessa e sulla mera conservazione dell'esistente: «La laicità non è l'odio di tutte le religioni... Siamo gli eredi di duemila anni di cristianesimo, i cui valori sono stati inglobati nella nostra morale laica». Ed è sulla base di tali valori che Sarkozy ha potuto allargare lo spazio della sua proposta politica al di là dei confini classici del centrodestra francese, come dimostrano i numeri del voto di domenica scorsa. E' sulla base di tali valori che ha potuto forzare i confini tradizionali dello scontro ideologico tra destra e sinistra rinfacciando a quest'ultima di aver tradito i suoi stessi principi sul piano della politica sociale e del lavoro.

In ciò, in questa capacità di rompere gli schemi classici, la proposta di Sarkozy si colloca perfettamente nel tempo post-ideologico, ma in un senso diverso da quello inteso spesso da noi in Italia (ne abbiamo un esempio, ancora una volta, nel dibattito sul Partito Democratico). Parlare di politica post-ideologica, cioè, non significa parlare di una politica debole, in ultima analisi priva di un fondamento meta-politico che faccia riferimento a principi spirituali e morali, ma significa rifondare un progetto di governo a partire dalla carnalità del tessuto sociale, dalla sua storia concreta (fatta di valori, di sentimenti, di inclinazioni, di aspirazioni quotidiane) purificata da tutte le incrostazioni utopistiche. E' quello che sta cercando di fare Sarkozy, che vuole «farla finita con l'eredità del maggio '68, con il relativismo intellettuale e morale del maggio ‘68».

Se Sarkò dovesse vincere la sfida del 6 maggio che lo vede in opposizione a Ségolène Royal, il centrodestra italiano sarà chiamato, se vorrà tornare al governo del Paese, a comprendere le ragioni del suo successo, a masticare la sua proposta politica e ad elaborare sulla sua scia, con le necessarie distinzioni tra il contesto francese e quello nostrano, una proposta altrettanto in grado di rompere gli schemi in cui rischia ora di ammuffire la grande domanda di cambiamento che emerge sempre più potente dalle viscere del popolo italiano.

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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