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numero 280
6 marzo 2008
 
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Pregiudizio anti-clericale

di Aldo Vitale - 3 maggio 2007

Se un operaio solo ipoteticamente rischia il licenziamento per giusta causa, il mondo sindacale fa quadrato intorno a lui, magari il mondo politico in genere si scompiglia in un trambusto difensivo, ma di sicuro la sinistra tuona e sbraita; se un musulmano viene osservato con uno sguardo appena meno franco del solito l'intera comunità islamica scende in rivolta nelle piazze di mezzo mondo, i proclami di guerra santa e le fatwa si sprecano, e di sicuro la sinistra si contorce in una cagnara apologetica in difesa del multiculturalismo e contro l'intolleranza dei cristiani; ma se ad essere minacciato, di morte addirittura, è un cattolico, anzi il vertice della Conferenza Episcopale Italiana, nella persona di monsignor Angelo Bagnasco, quasi nessuno si allarma, forse appena vi si presta attenzione distrattamente, e di sicuro la sinistra tace, anzi magari qualche vecchio compagno ancora con i mustacchi alla Stalin sogghigna compiaciutamene sotto i baffi.

Ciò che maggiormente colpisce non è tuttavia il silenzio tardivamente rotto dai rappresentanti della sinistra radicale (Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi), e neanche quello delle associazioni omosessuali che normalmente danno fiato alle trombe predicando amore e tolleranza, ma che gravissimamente ora nicchiano su atti che più che intolleranti sono squisitamente criminali: ciò che suscita autentico sdegno e preoccupazione è invece il silenzio di tutti gli altri, o meglio, l'accettazione tacita di tutto il resto della popolazione italiana, o peggio, l'indifferenza con cui buona parte della popolazione italiana ha accolto le minacce nei confronti di monsignor Bagnasco. La stessa manifestazione di solidarietà a Bagnasco, svoltasi a Genova, è stata soltanto una sporadica espressione di condanna eccessivamente timida, quasi elitaria.

Un ulteriore e sconcertante attacco alla Chiesa è giunto dal palco del concerto del primo maggio di Roma, in cui uno dei presentatori, certo Andrea Rivera, ha dichiarato: «Non sopporto che il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Non è stato così per Pinochet, Franco e per uno della banda della Magliana. Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo - ha proseguito -, sono d'accordo, infatti la Chiesa non si e' mai evoluta». Una simile prospettiva non può che suscitare un sorriso per la ingenuità con cui si propone; una ingenuità che si biforca nel ritenersi come concetto nuovo e soprattutto come concetto che abbia una qualche attinenza con la realtà. La prospettiva anti-clericale è ormai roba stantia e ammuffita che giace da almeno due secoli e mezzo nelle soffitte ideologiche di una mentalità illuminista che si ripresenta a ondate in relazione ai contesti.

Tuttavia, oltre la francamente poco credibile ondata neo-illuminista foriera di un rinnovato laicismo anti-clericale, a preoccupare ancor di più è la concezione, fantasiosa quanto errata, che in primo luogo sia la Chiesa a doversi adattare ai principi ed alle istanze sociali, e in secondo luogo che proprio per ciò la Chiesa debba evolversi. La Chiesa cattolica non deve evolversi perché è già evoluta, il suo essere cattolica, cioè universale, la rende già da duemila anni in grado di essere non solo più evoluta della società in cui opera, ma di esserlo costantemente e sempre con largo anticipo. Quando la Chiesa annunciava la libertà ed il rispetto per il prossimo, i suoi esponenti erano ancora costretti a rifugiarsi nelle catacombe perseguitati dagli imperatori romani pre-costantiniani; quando la Chiesa proclamava rispetto per la vita e per tutti indipendentemente dalla razza o dalla classe, nella Germania nazista o in Unione Sovietica i suoi esponenti venivano imprigionati, torturati e passati per le armi; quando la Chiesa parla oggi in favore della democrazia e dello Stato di diritto nei più sanguinolenti regimi totalitari o teocratici i suoi rappresentanti subiscono i più atroci trattamenti, come nelle buie cantine delle carceri cinesi.

Da questi pochi esempi si può già ritenere quanto sia la società che ha mancato il treno dell'evoluzione in senso più naturale e umano, nonostante duemila anni di messaggio cristiano ardentemente professato dalla Chiesa, sempre che si voglia accettare questa bizzarra concezione di Chiesa ora prospettata come qualcosa di intangibile e fumoso, ora invece come tirannia di un pontefice che tutto vuole sottomettere al suo vigile occhio di «dictator ecclesiae». La Chiesa non è nulla di tutto ciò, come del resto non è la Chiesa che deve evolvere, proprio perché grazie alla Chiesa, adattando cioè le istanze sociali ai principi universali di cui essa è veicolo, si è avuto in Occidente un pieno sviluppo della libertà, della democrazia, dello Stato di diritto. Si potrebbe accogliere in pieno, in proposito, la definizione del sociologo Rodney Stark, per cui in Occidente si è avuta la «vittoria della ragione» proprio grazie al cristianesimo, alla Chiesa, ai suoi valori universali fondati principalmente sul diritto naturale, quel diritto naturale tanto bistrattato dalla contemporaneità poiché anch'esso oggetto di un cieco pregiudizio che lo confina e relega, ingenuamente, a mera dottrina cattolica.

La mentalità che lamenta una presunta arretratezza della Chiesa lascia trasparire in realtà una obsoleta e arrugginita, oltre che pericolosa, mentalità anti-clericale che affonda le sue radici nei pregiudizi illuministi, nella saccenza positivista e nella profezia marxista. Gli intellettuali italiani (con tutto il relativo circo di attori, scrittori, registi, e artisti di ogni sorta) si prestano oggi come cassa di risonanza di un pregiudizio che si spande a macchia d'olio fino a tramutarsi in proiettili minatori da far recapitare a quanti professano la verità contro le menzogne ideologiche. La responsabilità è da ascrivere soprattutto a questi intellettuali, del tutto gramscianamente organici alla sinistra, che ci rimandano alle dure parole con cui Friedrich von Hayek li ha magistralmente dipinti: «I cosiddetti intellettuali, quelli che altrove ho scortesemente chiamato venditori professionisti di idee di seconda mano: insegnanti giornalisti e personaggi dei mezzi di comunicazione di massa, dopo aver orecchiato rumori nei corridoi della scienza, si auto-nominano rappresentanti del pensiero moderno, si ritengono persone superiori per coscienza e virtù morali a chiunque tenga in considerazione i valori tradizionali, si considerano persone il cui vero dovere è quello di offrire nuove idee al pubblico, e devono - per far sì che le loro mercanzie sembrino nuove - deridere tutto ciò che è tradizionale. Per tali persone, data la posizione in cui si trovano, la novità o la notizia, e non la verità, diventano il valore principale, benché questa non sia solitamente la loro intenzione, e benché ciò che essi offrono non sia spesso più nuovo di quanto sia vero. Inoltre, ci si potrebbe anche chiedere se questi intellettuali non siano spesso ispirati dal risentimento a motivo del fatto che essi, pur sapendo meglio ciò che dovrebbe essere fatto, sono pagati molto meno di quelli le cui istruzioni e attività di fatto guidano gli affari concreti».

Aldo Vitale

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